“Faccio un salto all’Avana” – Intervista con Aurora Cossio – o anche: manuale di come si ritorna in Italia.

Link all'”L’Italiano” in pdf – articolo a pagina 8 – Prodotto da Medusa film e Rodeo Drive, “Faccio un salto all’Avana” è un film che è andato giù più veloce della Coca Cola che mi sorseggiavo al Roxy col biglietto omaggio, liscio come una rincorsa di Tom & Gerry e gassato come un marameo alla Tex Avery,  una storia semplice  ma in grado di cristallizzare l’italico paradosso con nonchalance sudamericana. Regia: Dario Baldi.

I protagonisti maschili sono Fedele e Vittorio,  interpretati rispettivamente da Enrico Brignano e Francesco Pannofino,  due fratelli romani sposati a due sorelle. Qui la storia al fulmicotone: quando il ligio Fedele si rende conto che il pirotecnico suicidio del fratello è stato solo una vile una messa scena per lasciare la moglie e iniziare una nuova vita a Cuba, parte crociato per l’Avana per stanare il figliol prodigo, inscenargli un coccolone morale e riconvertirlo all’Italia e alla famiglia, perché un uomo è un uomo e ha dei doveri verso una moglie e due figlie che vanno al di là. Sì, lallero. Macchè, Fedele scoprirà invece che: 1) l’Avana è la terra dove il suo represso lato artistico di cantante può esplodere senza chiedere permesso alle sue sedute di psicanalisi; 2) la peggiore donna di Cuba da giri di pista al suo incartapecorito concetto di famiglia; 3) con i fratelli non si agisce da padri e alla fine che vadano per la loro strada.

Il film ha alcuni momenti trascendenti. Brignano che canta, lirico, da solo vale il film.  Il solo di Aurora Cossio, notevole, che si cimenta nell’imitazione dei fraseggi di una telenovela e,  udite udite: la chicca metafisica del poliziotto cubano che cubano non è affatto ma ex borgataro romano che  mollato il Bel Paese si è integrato camaleonticamente in una nuova società facendo carriera. Abbiamo così tre diverse tipologie di italiani che trovano nell’estero il loro Eldorado. Menzione d’onore alla bravissima Grazia Schiavo, quando appare questa attrice sembra che il film rasenti il 3D, tanto trasuda surrealismo.

Vi presento adesso la protagonista femminile, pefectly cast, chiave della suspension of desbelief (diamo una bella ripassata a Coleridge): l’italocolomba Aurora Cossio.

Manuel  Ciao Aurora, introduce yourself please.

Aurora  Ciao Manuel, beh come sai sono nata in Colombia ma quello che non sai forse è che le mie origini risalgono a un paesino piccolo ma molto bello ed accogliente del sud Italia, “Castel nuovo di Conza” nella provincia di Salerno. Mio bisnonno dopo la guerra è emigrato in Colombia come tanti altri castelnovesi. Allora perchè sono venuta in Italia? Sono stata iperprotteta dai mei, cosa che mi ha spinto a voler staccarmi un po’ ed essere padrona di me stessa e della mia vita, cosi ho scelto l’Italia come primo step della lunga corsa che mi aspetta… L’Italia mi ha regalato un’opportunità:  rinascere con una nuova identità affermata. Ho imparato una nuova lingua, ho riso, ho pianto, mi sono confrontata con le mie paure, ho vissuto la solitudine, la noia e con terrore la maldetta monotonia, “l’incubo d’un artista”… Ma soprattuto ho imparato ad amare questo mio percorso, questo mio mestiere con tutte le forze del mio cuore…E adesso sono fiera di farne parte, e del gruppo d’attori e addetti ai lavori che vogliono difenderlo anche quando il sistema ti vuole anullare insieme a lui. Mando un messaggio d’amore, tanta fede e speranza a tutti i sognattori che ci legono in questo momento: credete e non smettete di sognare mai!

Manuel  Puoi descrivermi  il tuo ruolo femminile in questo film?

Aurora  Sono una ragazza cubana della media sociale, cioè con pochissimi soldi in tasca, e vengo sfruttata da un italiano che campa di truffe a Cuba, perchè meglio avere 2 lire in piu’ che niente! Così aiuto la gente del condominio dove sono cresciuta… che sta messa propio male…

Manuel  Come è stato lavorare a Cuba con Brignano e Pannofino?

Aurora  In alcuni momenti divertente, in altri meno: alla fine è sempre un lavoro come qualunque altro.

Manuel  Un lavoro come qualunque altro…Questa risposta mi piace moltoQual’era la tua percezione degli italiani e dell’Italia prima di venire in Italia? Sii sincera ed evita il politically correct, siamo tra amici.

Aurora  Buona, gli uomini Italiani rispetto gli uomini di altre nazionalità da 1 a 10…sono belli ed eleganti…arriverei a un 8; per cui è piu’ alta della media, per esempio, degli uomini latinoamericani.

Manuel  E adesso che sei in Italia?

Aurora  La mia percezione degli Italiani in genere ora continua ad essere alta, solo che adesso non mi fermo piu’ alle apparenze. Gli italiani sono molto furbi… Ha! Ha!

Manuel  Nel film Fedele decide di rimanere a Cuba. Commenta la scelta. (Oh, suono come la traccia di tema d’italiano liceale)

Aurora   Si… Fedele decide alla fine di rimanere a Cuba, come tanti altri Italiani che decidono di rimanere in Sudamerica; la fine del film è solo lo specchio di ciò che succede spesso nella realtà…Gli Italiani adorano i paesi caldi, si innamorano dei posti meravigliosi, della nostra accoglienza, allegria, simpatia, dolcezza, disponibilità, del ballo è delle belle donneeeee! Diciamo che diventa il loro paradiso terrestre! E lo condivido anch’io ha, ha! La qualità di vita dei nostri paesi, almeno della Colombia, non è paragonabile!

Grazie Aurora per questa chiacchierata amichevole  e  AD MAIORA.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com

INSIDE THE PASSION – doppia intervista con Fabrizio Vicari / Parte II

Link all’articolo su “L’italiano”

Da bambino, visto un film, sottoponevo mio padre a un puntuale terzo grado per capire come fossero avvenute tecnicamente  certe riprese. Cresciuto, la mia curiosità ha preso una piega  psicologica, ed oggi, potendo la CGI (Computer-generated imagery) ricreare qualsiasi cosa ci scalpiti in mente, mi attrae molto di più la genesi intima di una scena, le motivazioni del regista dietro a un dolly, la sorprendente interpretazione di un attore secondario in un film di nessun valore…O meglio, come affermava Sydney Lumet…“Mi piacciono tutti quei film che a un certo punto mi stanno dicendo altro da ciò che vedo”.

Questa breve seconda parte di intervista a Fabrizio Vicari, operatore di “The Passion” e uno dei migliori operatori italiani, l’ho volutamente affidata a Pia De Solenni, mia amica giornalista americana, che da donna porrà sicuramente domande che la mia sensibilità di uomo difficilmente formulerebbe. Queste le domande e le risposte, senza cerimoniosità.

Pia de Solenni  Durante la scena della flagellazione vediamo il diavolo apparire vestito da donna. E’ chiara la sua presenza denigratoria. C’è stata qualche discussione sul set a proposito di questa scena? Come è stata pianificata?

Fabrizio Vicari   La flagellazione è sicuramente la sequenza più inquietante del film di Gibson. Mentre Gesù è sottoposto a indicibili torture sotto gli occhi addolorati della Madre,  il diavolo passa alle spalle della piccola folla. E’ incappucciato e porta in braccio un fagotto, che sembra contenere un bambino. Ma quando la testa emerge dalla coperta, appare un nano deforme con uno sguardo diabolico. Mel Gibson, come ci ha spiegato anche sul set, ha voluto far risaltare il contrasto tra la compassione di Maria per il figlio torturato e quella strana maternità rovesciata impersonata da satana. E’ poi molto interessante l’idea di Gibson, emersa credo lo stesso giorno delle riprese, di girare la camminata del diavolo facendo sedere l’attrice su un carrello posto su un binario, dando l’ impressione di un incedere quasi sospeso in aria, e restituendo al personaggio un aspetto soprannaturale ed inquietante.

Pia de Solenni  Gibson sembra portare una nuova dimensione della prospettiva femminile nei personaggi di Maria, Maria Maddalena e Claudia la moglie di Pilato…Cosa ne pensi?

Fabrizio Vicari   Non so quanto Mel Gibson abbia tenuto conto della storia e della tradizione cristiana, ma la sensazione che costantemente ho avuto durante le riprese del film, é stata la meticolosa attenzione del regista nel delineare con precisione le diverse personalità femminili, molto importanti in questo film. Ad esempio durante la flagellazione, mentre la scena è inondata di sangue la Maddalena piange e si dispera, quasi perdendo il controllo di sé stessa, Maria pur soffrendo pene indicibili, si erge in tutta la sa maternità. E’ l’unica che non perde  il senso di ciò che sta accadendo, la sua consapevolezza e presenza continua sostengono e danno forza a Gesù per proseguire nel compimento della sua PASSIONE. Figure di donne titaniche che giganteggiano accanto ai personaggi maschili. E si, per me è stato anche molto interessante come il regista abbia descritto il personaggio di Claudia Procula, la moglie di Ponzio Pilato, interpretata con asciuttezza da Claudia Gerini. Un’altra donna che sfida l’autorità, cercando in tutti i modi di intercedere presso il marito affinché Gesù non venga condannato. Nella successiva tradizione Cristiana Claudia viene proclamata santa.

Pia de Solenni  Come ha impattato  la tua vita professionale lavorare in questo film ?

Fabrizio Vicari  Il maggiore arricchimento professionale ricevuto da questa esperienza è stato lavorare con Caleb Deschanel, il direttore della fotografia del film, con il quale ho avuto un rapporto di stima e rispetto reciproco, che mi ha permesso di ottenere il massimo dal mio lavoro. C’erano sempre 2 o 3 camere in azione, il mio compito in particolare era quello di inquadrare gli attori e l’azione in generale in campi più ravvicinati…e proprio per questo i movimenti di macchina erano affidati al mio istinto più che alla indicazioni di Gibson che dopo ogni  ripresa controllava al video ciò che era stato filmato… Qualche volta l’ho visto emozionarsi seriamente ricontrollando il mio girato, e per me questo voleva dire che avevo fatto bene il mio lavoro.

Grazie Pia, grazie Fabrizio, mi avete lasciato con uno/due punti che mi danno materiale nuovo a cui pensare. Alla mia penna, una rapida chiosa. Mi ricordo la tensione durante le riprese di THE PASSION: Gibson aveva quasi finito il film ma non aveva trovato ancora una distribuzione. Nessuno ma proprio nessuno voleva esporsi al lancio di una pellicola così candidamente controversa. Mel l’ubriacone  lavorava dunque senza distribuzione e con un attore quasi sconosciuto come protagonista…Ma sprovvisto degli assistenzialismi statali per film di interesse culturale nazionale, libero come il vento e posseduto  dal sacro furor dell’arte,  credeva nella sua sceneggiatura e il resto è storia. Uno scenario psicologico diametralmente opposto all’italico “vediamo se scattano i finanziamenti”. Does it ring bell Italy? Does it not?

Un saluto a Caviezel, ovunque sia e qualsiasi cosa faccia.

Manuel de Teffé


INSIDE THE PASSION doppia intervista con Fabrizio Vicari / Parte I

Link a “L’italiano” – ( intervista a pag.8 )

Quando uscì “A thin red line”, il primo film che vidi in DVD su un laptop, ebbi la netta sensazione che il protagonista scelto da T. Malick poteva essere l’unico attore al mondo a interpretare in quel determinato momento storico il ruolo di un Gesù moderno.  Si chiamava Jim Caviezel, e già dalla sequenza d’apertura della pellicola, aveva messo KO tecnico Sean Penn e il resto del cast. Il suo punto di forza un viso totalmente trasfigurato da inizio a fine Vietnam. Per incredibili giri del destino, vari anni dopo, mi sarei trovato a Cinecittà sul set di the Passion of the Christ, proprio nel camerino di Caviezel durante  una pausa prima delle riprese notturne. Abbiamo discusso di cinema, della sua vocazione di attore, di vita e di come anni prima avevo avuto quel misterioso presentimento. Fino a quando due colpi secchi alla porta interrompono la nostra conversazione: è Giuda, con un regalo per Gesù. L attore Lionello / Giuda, senza entrare e con grande deferenza, regalava a Caviezel/Gesù un dipinto realizzato da lui stesso raffigurante il volto martoriato del Cristo. Jim accetta il regalo, arriva la truccatrice, io esco dal trailer, scambio qualche parola con il traditore e per ammortizzare il freddo mi reco nella sezione rinfresco dove bevo una cioccolata calda tra la madonna e san pietro. In lontananza Monica Bellucci sta uscendo da Maria Maddalena  a grandi falcate tatuando nell’aria una scia di profumo francese. Arrivo sul set. O meglio entro nella notte della passione. Istantaneamente “the suspension of disbelief” raggiunge un tale apice che sebbene percepisca il ronzio di due cineprese in alto dietro le mie spalle e abbia individuato vari mie amici in ruoli minori tra la folla, non capisco più dove finisce il set e inizia la notte palestinese. Gesù è davanti a Caifa, in catene.  Gibson possiede la folla…

Passano altri anni e a Milano, durante le riprese di un film di Gabriele Salvatores, faccio amicizia con Fabrizio Vicari  scoprendo in lui uno dei principali operatori di Passion. In questo periodo pasquale, ho pensato di coinvolgere la mia amica americana giornalista Pia de Solenni, in una doppia intervista con Fabrizio, ormai assurto anche al ruolo di produttore avendo fondato da qualche anno la 09 produzioni. 4 domande a testa… Inizio io.

Manuel  de Teffé  Caro Fabrizio, una delle sequenze che mi hanno colpito di più per la sua  lunghezza emblematica è stata quella della flagellazione. Mi puoi spiegare come è avvenuta tecnicamente?

Fabrizio Vicari Mel Gibson è stato duramente criticato, non senza fondamento, per la crudezza e per la meticolosa descrizione dei particolari nella scena della flagellazione di Cristo. Posso dire che anche per quello che mi riguarda è stata un’esperienza che rimarrà per sempre impressa dentro di me. La lavorazione del film è durata 21 settimane, ma già dal primo giorno di lavoro si creò una grande aspettativa perquella scena. Più o meno a metà del periodo della lavorazione del film, finalmente arrivammo a girare la fatidica sequenza che andò avanti per due settimane intere. Ricordo Jim Caviezel talmente immedesimato nel ruolo di Gesù sottoposto al flagello, che allo stop del regista al termine di ogni inquadratura, egli sembrava continuasse  a manifestare la sua sofferenza quasi a non voler interrompere quella concentrazione molto vicina ad uno stato di trance. Questa enorme partecipazione emotiva da parte di tutti, mi ha permesso di entrare nello spirito del film non solo di testa ma anche di pancia. Fra gli aspetti tecnici più complicati ci sono sicuramente i numerosi interventi di grafica digitale (SGI) applicati alle nostre riprese durante questa scena, ad esempio i flagelli usati dai soldati romani erano costituiti solamente dal manico di legno, per ovvi motivi, non potendo colpire realmente la schiena di Jim, la parte terminale con gli uncini, e le relative ferite provocate al momento del colpo sono state tutte aggiunte in post-produzione mediante sofisticate tecniche digitali. Quello che invece non è stato aggiunto digitalmente è  l’enorme quantità di sangue finto utilizzato per la scena.  Ricordo che spesso, noi stessi a fine giornata somigliavamo a dei macellai usciti da un mattatoio in piena attività.

Manuel de Teffé  Parlami della crocifissione…

Fabrizio Vicari La crocifissione che conclude drammaticamente il film, al pari della flagellazione, ha rappresentato un altro momento di altissimo coinvolgimento emotivo per il pubblico, e per noi che lo abbiamo girato. La scena è stata girata a Matera nelle prime due settimane di riprese, e conclusa a Roma negli studi di Cinecittà quasi alla fine della lavorazione. La popolazione di Matera ci ha accolto con una certa diffidenza vedendo le loro piazze invase da decine di camion carichi di mezzi tecnici e le mura antiche della città scenografate e trasformate nella Gerusalemme di due millenni fa, ma dopo la nostra partenza, per mesi e mesi i luoghi delle riprese di “ The Passion “  sono stati la meta di  moltissimi turisti in visita a Matera. Le difficoltà maggiori per girare questa sequenza sono state: il freddo e la grande fatica dovuta agli orari di lavoro e la gestione di un impianto di lavoro di enormi dimensioni. Le cinque settimane di riprese a Matera sono state girate con tre macchine da presa, solamente il nostro reparto operatori era composto da 14 persone e tutta la troupe contava più di 200 elementi. Per questa sequenza la scenografia scelse di montare le croci su un’ altura dalla quale si poteva godere di una suggestiva vista dei famosi “SASSI DI MATERA”, ma  sfortunatamente molto ventosa, e quello stesso vento, ci ha tormentato ogni singolo giorno di lavoro causando difficoltà e pericolo per tutti. Era inverno e faceva molto freddo e la persona che ha sofferto di più in assoluto è stato proprio Gesù, costretto a rimanere per ore sulla croce e anche se confortato da coperte e scaldini nei momenti di pausa, è stato proprio lassù che si è ammalato di bronchite per la prima volta. Nella parte finale della crocifissione, nel momento della morte di Gesù, il corpo di Jim Caviezel appare completamente ricoperto da orrende ferite piene di sangue, tutto questo richiedeva, dovendo girare la scena in più giorni, un grandissimo lavoro per i truccatori, dovendo essi raccordare le ferite (aspetto e posizione sul corpo) ogni giorno nello stesso modo. Caviezel è stato costretto, in quei giorni difficilissimi, ad iniziare il trucco alle 2:30 del mattino per essere pronto a girare alle 8:00. Durante quei giorni difficilissimi sentivo molto la responsabilità del mio ruolo di operatore, ogni mio errore voleva dire dover ripetere la scena e procurare ulteriori disagi a moltissime persone, ma soprattutto al nostro attore. Ricordo che un giorno freddissimo e ventoso, mentre noi tutti indossavamo piumini e giacconi pesanti, Mel Gibson si aggirava sul set  con addosso solo una camicia sbottonata sul petto, io mi avvicino a lui invitandolo ad indossare qualcosa di più pesante, e lui mi risponde: “Vedi, Jim sulla croce sta morendo di freddo, io devo fargli coraggio” Ho pensato con ammirazione: “Un vero BraveHeart”.

Manuel de Teffé   Avete avuto un momento di particolare difficoltà?

Fabrizio Vicari   Il momento più difficile è stato quando siamo stati colpiti da una bufera durante le riprese della crocifissione. Abbiamo cercato di continuare a lavorare, perché la luce era bellissima e il direttore della fotografia Caleb Deschanel voleva approfittare di questa situazione, ma ad un certo momento gli uomini della sicurezza ci hanno costretto ad abbandonare il set, ed è stato in questo momento che abbiamo rischiato la tragedia, perché un fulmine si è abbattuto vicinissimo al set, ed un braccio della saetta ha colpito un assistente alla regia che fortunosamente e inspiegabilmente è rimasto completamente illeso. Ho sentito delle persone dire che c’era stato un miracolo……

Manuel de Teffé  Raccontami un momento particolarmente emotivo…anche se immagino sia stato tutto molto toccante.

Fabrizio Vicari   Il momento più commovente è stato girare la scena della Madonna che durante la Via Crucis incontra la processione all’incrocio tra due viuzze. Sono rimasto colpito dalla bravura di Maia Morgensten,vedendola recitare attraverso l’obbiettivo c’era da farsi tremare i polsi. E’ forse la parte più toccante del film, perché Maria guardando il figlio cadere sotto il peso della croce, ricorda una sua caduta da bambino. La scena in flashback ritrae la Madonna mentre attinge dell’acqua, e il piccolo Gesù che inciampa e cade. Lei gli corre incontro, lo abbraccia dicendogli: “Io sono qui”. Tornando quindi nella Gerusalemme dell’anno 30, Maria si avvicina di scatto a Cristo a terra sotto la croce , gli prende il viso tra le mani e gli ripete: “Io sono qui” E’ stato bellissimo girare questa scena così intensa con degli attori così bravi.

“Cristiada” – trailer

I am very proud and partly moved to finally be able to annouce the trailer of CRISTIADA, an epic movie produced by Pablo Barroso for New land Film. For this project I wrote two treatments and did a long historical research which saw me completely  immersed for 5 months in the archives of the first issues of Time Magazine. Congratulations Pablo! It was really worth it.

Il primo video musicale di Giacomo Celentano

L’estate scorsa, mi trovavo a Milano chiamato da Santa Chiara Media Company per conoscere Giacomo Celentano e scegliere insieme a lui una canzone del suo LP da trasformare nel suo primo video musicale. Arrivavo abbastanza provato da Londra, dove avevo appena finito le riprese di un video musicale per Roseanna, (il terzo in lingua inglese che giravo in un anno ) e l’idea di poter lavorare con il figlio di Adriano Celentano mi divertiva per un motivo del tutto singolare:  nel 1959,  i nostri padri avevano iniziato insieme le loro carriere in una deliziosa commedia musicale  diretta da Lucio Fulci: I ragazzi del Juke Box. Antonio de Teffé, sarebbe poi divenuto Anthony Steffen e Adriano  sarebbe divenuto  Celentano. 40 anni dopo, i figli si sarebbero conosciuti sempre a causa della musica. Mi studio Giacomo, Giacomo si studia il regista, parliamo, ascoltiamo il pezzo varie volte, l’aria condizionata è troppo forte, grazie a Jacopo Peretti Cucchi di tutto, e immaginiamo scenari. E’ il primo video, bisogna far qualcosa di molto semplice e lineare, Giacomo mi spiega che deve essere una sorta di aperitivo, ha in mente un lancio per il Settembre del 2011 e ha bisogno di un’apripista. Mesi dopo sarei risceso a Milano, e sotto l’occhio del vigile Stefano Mascali si fa un casting e si prendono Caterina Mazzucco e Federico Amoni. Adesso, lasciatemi fare qualche domanda all’artista Giacomo.

Manuel Caro Giacomo, introduce yourself please!

Giacomo Va bene…allora…piacere sono Giacomo Celentano, figlio d’arte, figlio di Adriano e sono principalmene un cantautore. Ho avuto anche varie esperienze come autore televisivo, ma la musica rimane sempre la mia passione principale.

Manuel La gente si chiederà, come mai adesso un video musicale, dove sei stato tutto questo tempo?

Giacomo Lunga storia…Diciamo che ho deciso di fare adesso un videoclip perchè penso sia arrivato il momento giusto. Ognuno ha tempi differenti…Il mio ultimo CD “Inevetabilmente noi” è uscito nel Novembre del 2009 e questa canzone “Quanto amore c’é” era proprio la canzone giusta da trasformare in immagini.

Manuel Cosa vuole dire questa canzone?

Giacomo La canzone è un inno all’amore, all’amore di coppia. Per questo ho pensato di cantarla insieme a mia moglie Katia…Un duetto decisamente inusuale. Non so se qualche altro cantante abbia mai  cantato con la sua dolce metà…Forse no…Forse sono il primo!

Manuel Come è stato cantare con la moglie Katia?

Giacomo Guarda, è molto bello condividere con la donna che ami una passione così forte come quella mia per la musica. Un videoclip particolare: un grazie a tutta Santa Chiara media Company!

Manuel Che progetti hai per il futuro?

Giacomo Molti progetti, ma sicuramente non tutti vedranno la luce. Un nuovo singolo per Settembre 2011, e un nuovo video il cui regista dovresti essere proprio tu Manuel; un EP per l’anno nuovo, un tour nei paesi dell’Est, e un progetto televisivo.

Manuel Lanciamo un saluto anche a tutti gli italiani all’estero, nel 150° dell’unità?

Giacomo Sicuramente. Un grande abbraccio a tutti i nostri connazionali all’estero ed un augurio…Che non si dimentichino mai del nostro grande paese chiamato Italia! E un appuntamento a Settembre con il mio secondo primo video musicale…Secondo primo video perchè…Questo è fatto a metà con mia moglie…Dunque il secondo sarà ancora un primo…

Reazioni ai miei articoli

Il mese scorso, mentre Benigni cantava il nostro inno nazionale a Sanremo (queste le coordinate temporali, benché non mi trovassi in Italia e non seguissi il Festival), mi sono seduto e ho iniziato a scrivere un articolo mandato il mattino seguente a tutti i giornali italiani. Tecnicamente, è stato scritto; umanamente è esploso. Sono  bastate le pubblicazioni sul Secolo XIX e sull’Italiano a scatenare una reazione che non mi sarei mai aspettato. Ho ricevuto messaggi da italiani di tutto il mondo, personalità di ogni genere, e anche amici che avevo totalmente perso di vista si sono rimessi in contatto con me: per quasi una settimana la mia unica occupazione è stata di rispondere e scrivere…Vorrei ringraziare la redazione del Secolo XIX e in particolare il direttore dell’Italiano Gian Luigi Ferretti, su invito del quale ho buttato giù anche un secondo articolo, a integrazione del primo. Stesso risultato. Cosa ho scritto? In sostanza che amo il mio paese e che per uscire dalla crisi basterebbe passare da una società feudale avanzata a un’economia di relazione. Più sotto troverete gli articoli con i link alle pubblicazioni; presto andrò alla trasmissione di Sergio Nava su Radio 24, per esporre ciò di cui parlo. Nel frattempo,  Buoni 150 anni a tutti.

Da una società feudale all’economia di relazione: come bloccare l’emorragia di Italiani all’estero. (II Parte)

IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DI UNITA’ D’ITALIA   Link all’articolo su “L’Italiano”

Il 15 febbraio del 2001, forte di un budget di 2 milioni e 400 mila lire, con 4 fiammanti camicie di Fellini nel trolley,  un abito di lino bianco rattoppato ad arte e altro made in Italy che avrebbe blindato la mia bella figura oltreoceano, partivo per New York City con un unico contatto, l’indirizzo di una ragazza canadese che mi aveva offerto lavoro su internet. In quei giorni, ero ancora tecnologico come una merenda di monache, la parola laptop mi evocava un passo ippico e Roma aveva appena finito uno slalom tra i miei sogni come un cieco col bastone.

L’unico fatto che  mi fa sorridere di quel periodo erano i disegni che schizzavo su un diario brasiliano per  riassumere interi concetti, e della penna che ancora utilizzavo per fissare su carta stormi di pensieri.

Le ragioni del mio espatrio, già citate, si stagliavano su un background familiare  di  3 vicende roboanti e un caso umano straordinario legato a Steven Spielberg ma del quale ancora non parlerò. To sum it all up: avevo un papà attore in pensione, ex eroe degli spaghetti western, a far feste nel suo attico a Rio; una mamma inventrice che cercava di far partire il suo gioco di carte stampato e non distribuito da Dal Negro;  una iron-nonna che si nutriva di settimane enigmistiche in un monolocale sull’Aurelia dopo che la mafia le aveva bruciato tutti i vigneti in quel di Canicattì  per essersi sempre rifiutata sempre di pagare il pizzo, chapeau  e standing ovation.

In questa fine cornice  ero comunque riuscito a far  bingo come regista, ma qualcuno mi aveva poi rinchiuso in cella frigorifera col biglietto vincente della lotteria. 8 mesi ad aspettare sul letto che la produzione mi chiamasse dopo essere stato preso dal gran capo. 8 mesi di adesso partiamo e continui abort takeoff. Naturalmente avevo vagliato con freddezza anche altre  ipotesi lavorative…Ma le quasi 500 lettere che partirono da via delle Fornaci non ebbero alcuna risposta. Se chiudo gli occhi e mi concentro bene sono tutte lì, in fondo al Triangolo delle Bermuda, nella carlinga di un aereo da guerra, ancora sigillate. Poi una sera, dopo 7 mesi e mezzo di prove, mandai per sbaglio una e-mail negli USA e Il giorno dopo mi ringraziavano per averli contattati: “We think you’re suitable for a special mission”. Mi esplose in testa l’incipit del leit motiv di Superman e se  non piansi subito fu perché qualcuno mi stava bussando alla porta.

Addentai la mela in una giornata nevosa, diedi l’indirizzo a un tassista broccolino che mise subito K.O. tecnico il mio splendido british english e mi ritrovai con la coda tra le gambe in Uptown Manhattan a casa di una ragazzina canadese, mia datrice di lavoro e anfitriona. Si chiamava Anna Alpine,  mi cucinò al volo due anglospaghetti acquosi e mi spedii a letto con una tisana. Ancora non lo sapevo, ma quell’ appartamentino di 70 metri quadri era il primo quartier generale della World Youth Alliance.

Il giorno dopo, in poche ore avevo di nuovo  un compito, una roadmap, una deadline. Fui subito inserito in una squadra internazionale di coetanei: i mie nuovi amici si chiamavano Erik, Mark, Olivia, Gudrun e Melissa. Come gli X-Men, ognuno di noi era stato reclutato per un particolare talento. Come i Goonies, avremmo vissuto l’avventura della nostra vita. Altri personaggi incredibili, tipo Julie la ballerina mormona, si aggiunsero poco a poco alla squadra e io ridivenni finalmente quel macbook pro a piena carica che ero sempre stato. La World Youth Alliance era un’organizzazione no-profit apolitica nata per l’esaltazione della dignità della persona umana, il mio compito sarebbe stato quello di realizzare un documentario sulla “straordinarietà dell’Infanzia”, lavoro che avremmo dovuto presentare durante una speciale sessione ONU  l’11 Settembre di quell’anno. Tuttavia, prima di girarlo, Anna voleva che capissi come funzionavano le United Nations, per censire le varie sensibilità, e iniziai dunque a prendere parte a ogni possibile riunione, comitato, pranzo e tè pomeridiano. Presenziai per due mesi anche  alla scrittura di quegli altisonanti documenti composti in real time su schermo gigante, dove per mettere d’accordo tutti si scrivevano cose pazzesche. Era la beffa planetaria del politically correct, quel non offendere nessuno mettendo tutti nel sacco. Sessioni infinite sul gender equality, ridiscussione totale sul ruolo della famiglia tradizionale.

Ogni mattina uscivamo su Seaman street diretti in metropolitana per le Nazioni Unite, io nel tragitto ingannavo il tempo facendo caricature ai viaggiatori che poi regalavo agli stessi; dalle 6 del pomeriggio in poi, dopo il lavoro, inchiodavamo la teoria alla vita. Senza diarchie. La World Youth Alliance metteva in pratica lo statuto a 360 gradi, la visione della Culture of Life si traduceva organicamente in fine settimana indimenticabili. Dal venerdì alla domenica sera era un esplosione di cocktail, cene, dopocene, teatri, vernissage, musei, serate a casa di,  feste a casa da e passeggiate a Central Park con tazzoni di caffè antineve. Anna era la fondatrice e a quel tempo anche la presidente, ma FACEVA RUOTARE ogni RESPONSABILITA’, senza il terrore che la sua autorità ne venisse intaccata. Adesso opera esclusivamente come  fondatrice, perché nella WYA per statuto si può esser presidenti solo sino a trent’anni, e l’ufficio non è più a Seaman street  ma si è spostato in un glorioso edificio vicino al Palazzo di Vetro, grazie a una generosa donazione : 3 interi piani dove giovani di tutto il mondo vivono e lavorano, cambiando di anno in anno.

L’esperienza finii. Tornato in Italia iniziai ben pagato un lavoro da regista in una nuova produzione romana, conobbi in un pub una cantante neozelandese con la quale mi misi insieme e, per una ragione che spiegherò solo a a voce a chi sarà interessato, l’undici settembre del 2001 non presenziai alle Nazioni Unite col mio documentario sull’infanzia ma lo spedii da Londra: la provvidenza, mi aveva intercettato a metà strada.

Economicamente avrei invece gongolato ancora per qualche mese, perché i dignitosissimi 3 milioni di lire che ricevevo di stipendio si sarebbero presto trasformati in amari 1500 euro mensili. Dal quel collasso economico si salvarono in pochi, una mia amica finì a mangiare alla Caritas ed esplose un’inflazione psicologica che fu in parte dettata da un gran numero di ristoratori e negozianti. Ciò che costava 1000 lire e che lo Stato garantiva valere 50 centesimi, si era trasformato ovunque in un euro. Una pizza da diecimila lire, era diventata pizza da dieci euro. E noi quelle ventimila lire travestite le pagavamo tutti, zitti e conniventi, per continuare a far bella figura. Quando negli Stati Uniti anche un Rockfeller vedendosi appioppato una margherita da 10 euro avrebbe preferito non pagare e alzarsi, per dignità. Perché anche i  Rockfeller  hanno un’etica nonostante tutto. Questo fu il nostro errore: noi non ci alzammo da tavola ma mettemmo sul tavolo quelle 10 euro.

Se l’impegno numero uno dell’Italia è di bloccare la crescita umana, spirituale e fisica dei suoi figli, beh, HOUSTON ABBIAMO UN PROBLEMA. O elaborate e ci spedite subito una mappa per rientrare, oppure saremo costretti a rimanere fuori orbita. Se la crescita in Italia è zero,  le aziende non rispondono alle e-mail, le carte sono già state distribuite  e la principale preoccupazione di un cittadino è non prendere una multa alla macchina per non avere la concessionaria per la riscossione dei tributi che avvia ipoteche sulla casa con lettere agghiaccianti, MAYDAY-MAYDAY. E se per mettersi in proprio e avviare una S.r.l. lo Start-up è calare 3500 euro dal notaio contro i 1000 della Germania, i 150 della Francia e i 135 GBP del Regno Unito (www.doingbusiness.org), Opss…Presidenti Napolitano, Berlusconi, Fini, leader tutti, Signori Marcegaglia e Montezemolo, MI COPIATE?

In questo  momento storico, i giovani italiani senza conoscenze alle spalle sono stati  messi al muro dal loro stesso paese. Davanti ad essi il plotone d’esecuzione dei finti dibattitti televisivi sulla meritocrazia che non spostano di un millimetro il problema ma che li tengono buoni. Le televisioni nazionali continuano involontariamente a depistare gli Italiani e da Sposini, Giletti, Santoro e Fazio si parla di caste e baronati senza capire che con la  struttura mentale attuale  persino la più un’innocua delle onlus rischia di diventare nel tempo un feudo impenetrabile.

Siamo  in una società feudale avanzata, l’economia di relazione che in America scatta automaticamente per curiosità, qui entra in funzione solo alla luce di un sicuro do ut des, dopo che la gente si è fatta un’ idea esatta della geografia di convenienze che hai dietro le spalle, perchè speriamo sempre in “un qualcosina in più”, senza comprendere che la convenienza immediata è l’essere umano che ti tende la mano. Una mentalità che ha polverizzato su tutto il territorio nazionale, in qualsiasi ambito lavorativo, ogni possibilità di ricambio generazionale.

Sono ormai sicuro non sia più corretto parlare astrattamente di fuga di cervelli, perché l’Italia continua a esser piena di persone intelligentissime. Ognuna al suo posto.  La fuga di cervelli non esiste, è linguaggio da Nazioni Unite,  cumpunto e tronfio, qui siamo in presenza di un’emorragia di esseri umani. La traiettoria della semantica è importante, parlare di fuga di cervelli ci fa pensare con distacco a un antipatico gruppo di nerd che scappano da Nuoro, ma considerare un’ emorragia di esseri umani, beh, questo concetto dovrebbe mettere in moto la nostra umanità.

Perché o diventiamo generosi come gli italoamericani a NYC che dopo averti conosciuto hanno il bisogno fisico di sapere  se hai un lavoro e in caso negativo ti iniettano nella società e diventi un player, oppure mia moglie ha avuto ragione a far nascere nostra figlia in Germania. O iniziamo a vedere un giovane di 18 anni come un uomo con un suo ruolo unico da svolgere e ci impegnamo tutti per farlo decollare dall’Italia per l’Italia, o avremo  già decretato la sua morte civile e tra noi e Cosa Nostra, signore e signori,  non ci sarà alcuna differenza.

Non c’è più tempo di fare bella figura nè di rimboccarsi le maniche. Così come siamo, nel modo in cui ci troviamo, dobbiamo solo iniziare un clamoroso cambio di mentalità e atteggiamento. Dobbiamo iniziare tutti a grondare una generosità che si è incattivita nel tempo, rinchiusa come è stata nelle segrete dei nostri feudi.

PASSO.

E da qualche parte mi aspetto un ROGER.

Con amore e gratitudine per per il paese dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com

“Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione. (I PARTE)

IN OCCASIONE DEI 150 ANNI D’UNITA’ D’ITALIA.  Link all’articolo su “L’Italiano”

il 3 febbraio del 2001, forte di un budget di  tre milioni e cinquecentomila lire, dopo aver portato i miei vestiti a lavare,  messo in ordine la stanza  e rattoppato un completo di lino bianco, compravo un biglietto aereo per New York City con la prospettiva di  reiniziare “from scratch”. L’ipod ancora non esisteva, solo un quinto dei miei amici aveva un indirizzo e-mail e Roma mi stava lobotomizzando ogni spiraglio.

L’unico elemento che rimpiango di quel periodo era l’uso consistente del telefono fisso. Quel misterioso brivido che ti percorreva la schiena quando squillava il telefono e mamma bussava alla tua porta dicendoti: “E’ per te…”

le ragioni del mio decollo furono 2. La prima deflagrante: l’essere stato parcheggiato in panchina per 8 mesi in una grande produzione televisiva romana dopo aver diretto una serie di documentari in giro per il mondo trasmessi da RAIDUE: inserito in pianta stabile dall’anziano produttore, ero  in seguito stato  allontanato da un ragazzo dell’entourage. La seconda, fu l’atteggiamento con il quale vidi un mio concittadino romano bere il caffè.

Fu l’evento interruttore, “The straw that breaks the camel’s back”, e ne rimasi così turbato da sentire il bisogno di fissare in un disegno (vedi scarabocchio sulla pagina del mio diario) ciò che avevo da sempre percepito ma mai coagulato in pensieri: il modo sconsolato col quale ricurvi su noi stessi, dopo aver compiuto un piccolo gesto in una piccola tazzina, portiamo alla bocca 20 piccole gocce  di liquido nero dolciastro e le buttiamo giù senza speranza, pavidamente. E ciò accade di mattina, nel momento cioè, in cui ci si dovrebbe alzare dal letto come giganti.

A Roma ero giunto a una conclusione:  per poter lavorare con continuità o dovevo gestire un bar oppure conoscere qualcuno. Bar non ne avevo, e tutti i qualcuno a cui volevo presentarmi vivevano in feudi inaccessibili i cui ponti levatoi erano costantemente alzati. Di quando in quando trovavo qualche ponte levatoio abbassato per sbaglio e irrompevo all’interno della proprietà,  ma il salvacondotto per rimanere dentro era di sancire i miei movimenti all’interno di un’aurea mediocritas, pena l’esser fulminato dall’invidia delle corti, impegnate con lungimirante protervia nel mantenimento dello status quo. Tradotto: se mostravo di esser bravo o avere personalità  ero fottuto.

In Italia, era più facile imbattermi e fare amicizia a Piazza Navona con David Lynch, consegnare personalmente un soggetto a Oliver Stone (e avere da lui una lettera di risposta entro due settimane) o ottenere il permesso di soggiorno sul set di Star Wars a Caserta per studiare l’illuminotecnica  di George Lucas. L’ambiente romano del settore era invece super elitario e impenetrabile.

Partii  dunque per NY con budget risibile,  restai per 2 mesi, interagii col mondo. Per un turbinio incredibile di avvenimenti mi inserii con slancio nella società newyorkese e nel giro di quattro settimane conoscevo più persone lì di quante ne fossi riuscito a conoscere in Italia durante una vita. La mattina uscivo su Seaman street ( Uptown Manhattan) brandendo un tazzone di caffè bollente zuccherato, bibitozzo ripugnante ma necessario per battere le folate d’aria ghiacciata secca che mi sferzavano il volto. Tenere in pugno un caffè non delizioso come quello italiano in un tazzone enorme mi dava una postura fisica più agguerrita che silenziosamente influiva giorno dopo giorno su quella mentale: quando incedi  tenendo in mano qualcosa che parte pesante ma diventa leggero, il tuo stesso atteggiamento psicologico cambia…La giornata non iniziava più con un sorsetto e poi speriamo che me la cavo ma con movimenti ampi e un “let’s make it happen!”

A Manhattan la meccanica delle conoscenze era fluidissima, scoprii che per conoscere qualcuno non avevo bisogno di conoscere nessuno e mi muovevo senza inerzie all’interno di un tessuto sociale ignoto dove la gente era contenta di conoscermi perchè ero la novità;  un ambiente dove il nuovo, l’absolute beginner o chi falliva e ricominciava da zero, erano visti come risorse da testare o senza esagerazioni: come  manna dal cielo.

Alzavo il telefono e riuscivo a parlare con chiunque, senza bisogno di essere presentato da, e lavoravo senza bisogno di ricambiare il favore per. Ero sbigottito, mi sentivo a metà strada tra il Neo di Matrix e l’Alice nel paese delle meraviglie , con la sola eccezione che il  bianconiglio lo tenevo  ben stretto al guinzaglio e di piegar cucchiai proprio non ne avevo intenzione.

L’esperienza finii. Tornato in Italia, sarei poi dovuto ripartire per NY e iniziare un lavoro all’ONU con la World Youth Alliance esattamente il giorno undici Settembre ma un avvenimento che racconterò solo a voce a chi sarà interessato mi tenne provvidenzialmente lontano dal vedere crollare le torri.  La mela mi aveva cambiato per sempre, e mio fratello Luiz ne fu talmente scosso da pregarmi qualche anno dopo di farlo ospitare a NY per poter godere anche lui di un periodo sabbatico. Sistemai l’architetto nel Bronx, a farsi le ossa, a studiare l’inglese e a lavorare come grafico in una compagnia di mormoni…Una specie di scherzo, per temprare l’ex PR discotecaro ora rinomatissimo development manager milanese e uno dei migliori uomini che conosca.

Al contrario di quanto sarebbe logico pensare, questa impagabile esperienza oltre oceano non ha diminuito di un millimetro il mio amore per l’Italia ma semplicemente mi ha aperto gli occhi su una realtà strutturale che pativo senza comprendere come affrontare. Le cose nel Bel Paese (“Famolo pure brutto”, direbbe mio padre) dopo dieci anni non sono certo cambiate, e specchietto di tornasole ne è Sanremo, rito tribale italiano dove esiste ancora l’indecente  spartiacque psicologico fra “i Big” e le “nuove proposte”.

L’Italia è dunque una società feudale avanzata, bisogna averlo chiaro in mente ma non farsene una ragione:  il ventenne che si affaccia sul mondo del lavoro viene visto come elemento destabilizzante, non è una ricchezza, è un virus che non deve entrare in circolo.  Se invece vuole mettersi in proprio può aprire  una S.r.l. ma subirà una tortura medioevale impietosa (meglio e più tutelante aprire una LTD a Londra). Bisogna, dicevo, averlo ben chiaro…Per ora siamo una società feudale avanzata. Comunichiamo con chi già conosciamo…E in modo stitico. La ragione storica di una più semplice economia di relazione americana risiede  nel fatto che nella terra di Colombo tutti arrivarono nello stesso momento e dovettero guardarsi in faccia per capire chi fossero e chi poteva fare cosa…Mi immagino un dialogo dell’epoca: “Tu chi sei?” ” Sono Charlie e vengo dall’irlanda e tu?” ” Sono Roberto, vengo da Napoli”  “Che sai fare Bob? ” “Io? Il caffè, so tutto sul caffè, e tu Charlie?”  Io costruisco ponti. Ok, Bob…Bingo! ascolta, ho un’idea di business geniale …Apriamo un bar su un ponte, non l’ha mai fatto nessuno…”

Anche nei film…La gente vuole e va a vedere film con attori totalmente sconosciuti perché…beh, perché sono nuovi, c’è l’eccitazione di andare a scoprire esseri umani che non conosci, che se sono stati scelti è perché beh, è perché devono essere bravissimi…

Ogni volta che rientro in Italia sento invece sempre lamenti , mi sembra di assistere a una permanente guerra civile: ancora si discute di sinistra, di destra, di terzi poli, di convergenze parallele e tutto ciò con un atteggiamento che evoca solo quell’odore di muffino che ristagna intorno ai cappotti delle vecchie vedove con figlia nubile al seguito.

Ecco dunque il concetto chiave per buttare giù questa società feudale avanzata: ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE. Economia di relazione che nasce anche da un semplice atto come quello di non far finta che quell’ e-mail che hai ricevuto da cinque giorni non sia mai arrivata.  C’è eccome, aprila e rispondi: rispondi sempre e sii generoso, vai a conoscere lo sconosciuto che bussa, potrebbe accadere qualcosa di straordinario.

Facciamo accadere qualcosa di straordinario e non solo su Faccialibro.                                                                                                                                                                                                             Con amore e gratitudine per il paese  dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com

“QUANTO AMORE C’E'”. L’esperienza di Federico Amoni

Nella prima settimana di ottobre ho avuto l’opportunità e il piacere di recitare nel primo video clip musicale di G. Celentano “Quando amore c’è”. La realizzazione del lavoro è stata affidata all’attenta e scrupolosa regia di Manuel de Teffè, il quale è stato perfettamente coadiuvato dall’equipe della Santa Chiara Media Company. In brevi spaccati vorrei ripercorrere questa gradevole esperienza. Come spesso accade qui a Milano, tutto inizia in una grigia giornata di primo autunno. Ore 9:00- appuntamento con il regista e i ragazzi della troupe nel posto deputato a girare le scene. La tensione, che spesso mi accompagna nell’affrontare cose nuove, viene subito smorzata da un clima molto familiare e genuino. Queste premesse confortanti sono di buon auspicio a due giornate di riprese che si annunciano molto lunghe ed intense. Pronti e via!! Mentre i ragazzi preparano la strumentazione (luci, schermi, telecamere ecc..), io e Caterina Mazzucco, mia “compagna” di set, cerchiamo di entrare nei rispettivi personaggi seguendo le indicazioni di Manuel. Un ultimo colpo di trucco, una ricognizione tecnica e alla fine l’ordine perentorio del regista: “Ragazzi si inizia!!”. Dopo qualche piccolo ma ragionevole ritardo infatti…  si iniziano le riprese. Da quel momento in poi un silenzio religioso faceva da sfondo a tutto il set. Le scene, preparate con cura certosina, prevedevano molte situazioni intime, fatte di gesti e giochi di sguardi.  Si lavorava alacremente e i ciak si susseguivano uno dopo l’altro. Non avevamo molto tempo per realizzare tutte le riprese degli “interni”, quindi la precisione e la rapidità divenivano un ordine tassativo e il margine di errore  era minimo. Comunque alla fine, solo con qualche piccolo taglio e aggiustamento, Manuel è riuscito a seguire, in maniera soddisfacente, la sua tabella di marcia. Con molta stanchezza, ma con la serenità di aver fatto un buon lavoro, ci congediamo per la prima giornata, dandoci appuntamento la mattina seguente per le riprese degli “esterni”. Per le scene out-door Il regista romano ha pensato di girare in una delle zone più suggestive e caratteristiche di Milano: i Navigli. Qua un timido sole ci ha accompagnato lungo tutto il periodo delle riprese, le quali prevedevano questa volta una movimentata ricerca per la strade della città. L’aspetto più suggestivo delle “esterne“ risiede nel fatto che si ha un contatto diretto con passanti e persone ignare di ciò che accade. I loro occhi tra lo sbigottito e l’incuriosito, mettono un pizzico di sale ai preparativi delle situazioni da riprendere. Ma come spesso accade per le cose belle, ahimè, si arriva al momento della conclusione. Nel pomeriggio inoltrato, al termine di un’altra giornata produttiva ed eccitante, incrocio di nuovo con lo sguardo, la bellezza eburnea di Caterina per i saluti finali. Con sommo dispiacere mi congedo con lei, Manuel e gli altri ragazzi della troupe. Dall’esperienza fatta voglio soprattutto evidenziare il meraviglioso e disteso clima di lavoro, la preparazione professionale del regista, degli operatori, degli addetti alla fotografia e dei runner. Spero di avere l’occasione di lavorare ancora con Manuel De Teffè  per nuovi ed interessanti progetti futuri.

Federico Amoni

“QUANTO AMORE C’E'”. L’esperienza di Caterina Mazzucco

La tensione è una cosa che accomuna tutti prima di affrontare un progetto, un debutto, una presentazione…e aumenta ancora di più quando quello che sogni da sempre è dietro l’angolo ad aspettarti e a metterti alla prova.
Ecco, mi sentivo proprio così mentre sempre più nervosamente stringevo il corrimano dell’autobus.
Finalmente arrivo sul set del video musicale di G. Celentano e l’atmosfera rilassata non solo mi stupisce strappandomi un sorriso ma mi avvolge facendo sparire gran parte dei miei timori.
L’intera troupe era formata da persone professionali ma soprattutto giovani pertanto mi sentivo completamente a mio agio. Era bello vedere come tutti questi ragazzi pieni di sogni e speranze lavoravano assieme per un obbiettivo comune; dopodiché noi attori terminavamo quello che loro avevano cominciato mettendoci il nostro bagaglio di esperienze.
Il secondo e ultimo giorno di riprese è stato come bere un bicchier d’acqua… ma non parlo a livello recitativo che invece è stato più impegnativo del giorno precedente ma a livello emozionale, collettivo…ormai ci si conosceva, si chiaccherava e si scherzava nei momenti di pausa, il che contribuiva positivamente al raggiungimento del risultato finale per noi attori.
Sono stati due giorni intensi ma mi hanno regalato tantissimo sia dal punto di vista umano ma soprattutto professionale perchè non sai mai con chi ti confronterai, come giudicheranno il tuo operato, che sfide dovrai affrontare, cosa dovrai correggere, migliorare o in altri affinare.
Quello che so è che bisogna far tesoro di ogni esperienza tenendo bene a mente i propri difetti e i propri pregi per affinare la tecnica, non ripetere gli stessi errori sul set successivo, mettersi costantemente alla prova con persone diverse per diventare attori con la A maiuscola. Ho il piacere di spendere due parole prima di concludere sul capo del set, il famigerato e a volte temuto Regista: Manuel de Teffé. Manuel è giovanile, ti mette a tuo agio, comprende le difficoltà degli attori, e nel suo lavoro è preciso, scrupoloso e innovativo. Mi auguro ci sia altra occasione di collaborare. Infine…Infine  la sera mi buttavo sul divano di casa mia stanca ma con un sorriso stampato in viso perché avevo fatto quello che sogno di fare nella vita.

Caterina Mazzucco