“Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione. (I PARTE)

February 17, 2011 — 30 Comments

IN OCCASIONE DEI 150 ANNI D’UNITA’ D’ITALIA.  Link all’articolo su “L’Italiano”

il 3 febbraio del 2001, forte di un budget di  tre milioni e cinquecentomila lire, dopo aver portato i miei vestiti a lavare,  messo in ordine la stanza  e rattoppato un completo di lino bianco, compravo un biglietto aereo per New York City con la prospettiva di  reiniziare “from scratch”. L’ipod ancora non esisteva, solo un quinto dei miei amici aveva un indirizzo e-mail e Roma mi stava lobotomizzando ogni spiraglio.

L’unico elemento che rimpiango di quel periodo era l’uso consistente del telefono fisso. Quel misterioso brivido che ti percorreva la schiena quando squillava il telefono e mamma bussava alla tua porta dicendoti: “E’ per te…”

le ragioni del mio decollo furono 2. La prima deflagrante: l’essere stato parcheggiato in panchina per 8 mesi in una grande produzione televisiva romana dopo aver diretto una serie di documentari in giro per il mondo trasmessi da RAIDUE: inserito in pianta stabile dall’anziano produttore, ero  in seguito stato  allontanato da un ragazzo dell’entourage. La seconda, fu l’atteggiamento con il quale vidi un mio concittadino romano bere il caffè.

Fu l’evento interruttore, “The straw that breaks the camel’s back”, e ne rimasi così turbato da sentire il bisogno di fissare in un disegno (vedi scarabocchio sulla pagina del mio diario) ciò che avevo da sempre percepito ma mai coagulato in pensieri: il modo sconsolato col quale ricurvi su noi stessi, dopo aver compiuto un piccolo gesto in una piccola tazzina, portiamo alla bocca 20 piccole gocce  di liquido nero dolciastro e le buttiamo giù senza speranza, pavidamente. E ciò accade di mattina, nel momento cioè, in cui ci si dovrebbe alzare dal letto come giganti.

A Roma ero giunto a una conclusione:  per poter lavorare con continuità o dovevo gestire un bar oppure conoscere qualcuno. Bar non ne avevo, e tutti i qualcuno a cui volevo presentarmi vivevano in feudi inaccessibili i cui ponti levatoi erano costantemente alzati. Di quando in quando trovavo qualche ponte levatoio abbassato per sbaglio e irrompevo all’interno della proprietà,  ma il salvacondotto per rimanere dentro era di sancire i miei movimenti all’interno di un’aurea mediocritas, pena l’esser fulminato dall’invidia delle corti, impegnate con lungimirante protervia nel mantenimento dello status quo. Tradotto: se mostravo di esser bravo o avere personalità  ero fottuto.

In Italia, era più facile imbattermi e fare amicizia a Piazza Navona con David Lynch, consegnare personalmente un soggetto a Oliver Stone (e avere da lui una lettera di risposta entro due settimane) o ottenere il permesso di soggiorno sul set di Star Wars a Caserta per studiare l’illuminotecnica  di George Lucas. L’ambiente romano del settore era invece super elitario e impenetrabile.

Partii  dunque per NY con budget risibile,  restai per 2 mesi, interagii col mondo. Per un turbinio incredibile di avvenimenti mi inserii con slancio nella società newyorkese e nel giro di quattro settimane conoscevo più persone lì di quante ne fossi riuscito a conoscere in Italia durante una vita. La mattina uscivo su Seaman street ( Uptown Manhattan) brandendo un tazzone di caffè bollente zuccherato, bibitozzo ripugnante ma necessario per battere le folate d’aria ghiacciata secca che mi sferzavano il volto. Tenere in pugno un caffè non delizioso come quello italiano in un tazzone enorme mi dava una postura fisica più agguerrita che silenziosamente influiva giorno dopo giorno su quella mentale: quando incedi  tenendo in mano qualcosa che parte pesante ma diventa leggero, il tuo stesso atteggiamento psicologico cambia…La giornata non iniziava più con un sorsetto e poi speriamo che me la cavo ma con movimenti ampi e un “let’s make it happen!”

A Manhattan la meccanica delle conoscenze era fluidissima, scoprii che per conoscere qualcuno non avevo bisogno di conoscere nessuno e mi muovevo senza inerzie all’interno di un tessuto sociale ignoto dove la gente era contenta di conoscermi perchè ero la novità;  un ambiente dove il nuovo, l’absolute beginner o chi falliva e ricominciava da zero, erano visti come risorse da testare o senza esagerazioni: come  manna dal cielo.

Alzavo il telefono e riuscivo a parlare con chiunque, senza bisogno di essere presentato da, e lavoravo senza bisogno di ricambiare il favore per. Ero sbigottito, mi sentivo a metà strada tra il Neo di Matrix e l’Alice nel paese delle meraviglie , con la sola eccezione che il  bianconiglio lo tenevo  ben stretto al guinzaglio e di piegar cucchiai proprio non ne avevo intenzione.

L’esperienza finii. Tornato in Italia, sarei poi dovuto ripartire per NY e iniziare un lavoro all’ONU con la World Youth Alliance esattamente il giorno undici Settembre ma un avvenimento che racconterò solo a voce a chi sarà interessato mi tenne provvidenzialmente lontano dal vedere crollare le torri.  La mela mi aveva cambiato per sempre, e mio fratello Luiz ne fu talmente scosso da pregarmi qualche anno dopo di farlo ospitare a NY per poter godere anche lui di un periodo sabbatico. Sistemai l’architetto nel Bronx, a farsi le ossa, a studiare l’inglese e a lavorare come grafico in una compagnia di mormoni…Una specie di scherzo, per temprare l’ex PR discotecaro ora rinomatissimo development manager milanese e uno dei migliori uomini che conosca.

Al contrario di quanto sarebbe logico pensare, questa impagabile esperienza oltre oceano non ha diminuito di un millimetro il mio amore per l’Italia ma semplicemente mi ha aperto gli occhi su una realtà strutturale che pativo senza comprendere come affrontare. Le cose nel Bel Paese (“Famolo pure brutto”, direbbe mio padre) dopo dieci anni non sono certo cambiate, e specchietto di tornasole ne è Sanremo, rito tribale italiano dove esiste ancora l’indecente  spartiacque psicologico fra “i Big” e le “nuove proposte”.

L’Italia è dunque una società feudale avanzata, bisogna averlo chiaro in mente ma non farsene una ragione:  il ventenne che si affaccia sul mondo del lavoro viene visto come elemento destabilizzante, non è una ricchezza, è un virus che non deve entrare in circolo.  Se invece vuole mettersi in proprio può aprire  una S.r.l. ma subirà una tortura medioevale impietosa (meglio e più tutelante aprire una LTD a Londra). Bisogna, dicevo, averlo ben chiaro…Per ora siamo una società feudale avanzata. Comunichiamo con chi già conosciamo…E in modo stitico. La ragione storica di una più semplice economia di relazione americana risiede  nel fatto che nella terra di Colombo tutti arrivarono nello stesso momento e dovettero guardarsi in faccia per capire chi fossero e chi poteva fare cosa…Mi immagino un dialogo dell’epoca: “Tu chi sei?” ” Sono Charlie e vengo dall’irlanda e tu?” ” Sono Roberto, vengo da Napoli”  “Che sai fare Bob? ” “Io? Il caffè, so tutto sul caffè, e tu Charlie?”  Io costruisco ponti. Ok, Bob…Bingo! ascolta, ho un’idea di business geniale …Apriamo un bar su un ponte, non l’ha mai fatto nessuno…”

Anche nei film…La gente vuole e va a vedere film con attori totalmente sconosciuti perché…beh, perché sono nuovi, c’è l’eccitazione di andare a scoprire esseri umani che non conosci, che se sono stati scelti è perché beh, è perché devono essere bravissimi…

Ogni volta che rientro in Italia sento invece sempre lamenti , mi sembra di assistere a una permanente guerra civile: ancora si discute di sinistra, di destra, di terzi poli, di convergenze parallele e tutto ciò con un atteggiamento che evoca solo quell’odore di muffino che ristagna intorno ai cappotti delle vecchie vedove con figlia nubile al seguito.

Ecco dunque il concetto chiave per buttare giù questa società feudale avanzata: ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE. Economia di relazione che nasce anche da un semplice atto come quello di non far finta che quell’ e-mail che hai ricevuto da cinque giorni non sia mai arrivata.  C’è eccome, aprila e rispondi: rispondi sempre e sii generoso, vai a conoscere lo sconosciuto che bussa, potrebbe accadere qualcosa di straordinario.

Facciamo accadere qualcosa di straordinario e non solo su Faccialibro.                                                                                                                                                                                                             Con amore e gratitudine per il paese  dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com

30 responses to “Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione. (I PARTE)

  1. 

    HAI RAGIONE MANUEL!!!! E’ proprio così, condivido ogni parola che scrivi. Geniale racconto, adoro la verità e la sincerità di ogni tua parola. Ti conosco e so che sei così e che hai fatto queste cose.
    Ti voglio bene per il bel cervello che hai, per la bella persona che sei e per il coraggio di vivere con curiosità, perchè osi a metterti in gioco con tutto quello che sei e che hai, perchè mostri sempre il tuo vero volto. Hai talento nel vivere, nel comunicare, nel costruire e ti ammiro molto.
    Ti voglio bene. Un bacio e un forte abbraccio.

    Laura

  2. 

    Non per metterla sul piano tragi-comico ma guardando l’Italia sembra di assister ad una supernova: grande fibrillazione ma con una notevole dispersione di energia…
    In Italia “fare impresa” è DAVVERO una impresa. Ciò è dovuto a tanti motivi: fiscali, culturali, sociali.

    Osare è davvero troppo o forse è sognare il vero problema?

    L’indice di imprenditorialità globale (TEA) per l’Italia (dati del 2003) è pari a 3,2. In altre parole, 3,2 persone su 100 si danno veramente da fare per creare un nuovo business. Tale valore, se messo in relazione con il ranking internazionale di 31 Paesi, in termini assoluti, è BASSO e si conferma quindi la crisi di competitività dell’Italia.

    Chi vi scrive da più di 15 anni (ora ne ho 42) vorrebbe avviare una propria attività ma lo scopo di una impresa non è certo quello di lavorare SOLO per pagare le tasse? Non mi fraintendete NON sono un evasore ma la pressione fiscale nel nostro paese sulle (PMI) è davvero troppo alta.
    Che senso ha allora mettere su una piccola impresa o una ditta individuale rischiando del proprio quando si ha la quasi certezza ((85% circa di possibilità) di chiudere nei primi tre anni, senza neanche essere riusciti ad avere un ritorno sull’investimento e, come se non bastasse, dovendo anticipare l’IVA ad INIZIO anno fiscale?

    Inoltre vale la pena investire tempo, soldi e VITA in una dimensione COMPLETAMENTE estranea alla “cultura del fallimento”?

    Nel nostro mondo fallire (inteso nel senso più ampio di mancare il successo) equivale a commettere il peggiore dei peccati. Invece nella cultura anglosassone l’insuccesso è solo una TAPPA del processo di crescita.

    Crescere comprende TUTTO; il bello e il brutto. Un vero “SI-stema” dovrebbe favorire la crescita di nuove opportunità e di nuova ricchezze invece di tentare di protrarre la cultura del “vediamo, le faremo sapere”…

    Meno male che sognare almeno per il momento è ancora GRATIS!

    Valerio Paolini

  3. 

    Grazie Laura. Ieri sera ho ricevuto una cordiale e-mail dall’editore dell’ “Italo-Americano” ( http://www.italoamericano.com ), pubblicheranno a breve il mio articolo.
    Anche la tua esperienza di imprenditrice a Roma è paradigmatica…😉

    Per Valerio: trovo stupendo l’ultimo concetto

    Un vero “SI-stema” dovrebbe favorire la crescita di nuove opportunità e di nuova ricchezze invece di tentare di protrarre la cultura del “vediamo, le faremo sapere”…

  4. 

    Caro Manuel, leggevo il tuo post con molta ansia e curiosità nella speranza che ci offrisse la soluzione per noi poveri “rimasti in italia” . Nei miei svariatissimi su e giù da Roma a Bari per motivi familiari e lavorativi ancora di più mi rendo conto di quanto siano vere le cose che dici osservando Roma e il suo ambiente con un po più di distacco. Ora che ho 50 anni e una figlia di 3, ancora penso che qualcosa possa cambiare e invece sembra sempre che vada un po peggio. La mia soluzione al problema sta nel lavorare sempre cercando di non pensare agli ostacoli che questa condizione “feudale” ci pone davanti. C’è sempre un amico che riconosce i propri meriti ed è sempre disposto ad ascoltare.
    Toto’ Onnis

  5. 
    Manuel de Teffé February 19, 2011 at 8:01 pm

    Ma infatti Totò, se io ho resistito è stato proprio in virtù di quanto dici alla fine: i veri amici. Impagabili. Oasi nei momenti più cupi.
    La carriera di un regista ha però tempi molto più dilatati di quella di un attore come la tua, e muovermi fuori dall’Italia è stato vitale.

    Come avrai capito, il mio articolo vuole semplicemente isolare e presentare la causa madre che ci costringe a cercare lavoro all’estero o ad accontentarci di sbarcare il lunario con lavori che NON corrispondono ai talenti che abbiamo: mancanza di un economia di relazione all’interno di una società feudale.

    Un abbraccio, ( a volte rido ancora pensando alle avventure con Teresa de Sio, quando vi facevo da aiuto regista )

  6. 

    Bellissimo questo articolo che condivido molto.. continua a raccontarci le tue esperienze
    grazie Manuel,
    ciao!
    Cristina

  7. 

    Manuel mi rispecchio al 100% nelle tue parole e la tua esperienza di New York mi fa ripensare alla mia parallela a San Francisco…
    La verità è che nel nostro piccolo occorre inserire questa Economia di Relazione come dici tu, ma nel grande io sento che stiamo andando incontro a grandi cambiamenti, molto più grandi di noi…il tempo in cui l’America funzionava come dici tu è un pò cambiato e ora avere un visto per lavorare là è quasi più complicato della possibilità di avere un incontro con Steven Spielberg!
    Purtroppo o per fortuna in questo momento non possiamo più scappare all’estero ma è arrivato il momento di ripartire da noi, da qui, dalla nosta Italia e avere il coraggio di credere alle nostre intuizioni e cambiare con coraggio senza falsi moralismi le cose…si parte dal nostro piccolo e si raccoglieranno i risultati solo tra 10 anni…avanti tutta con o senza caffè!;)
    Un abbraccio.
    Gian Marco Tavani

  8. 

    Ho letto e riletto il tuo articolo e lo condivido. Così come condivido il sanguinamento interiore davanti alla nostra più bieca miopia e barocco nepotismo.
    Purtroppo ”se vogliamo cambiare tutto bisogna che tutto resti immoto, prima c’erano i Gattopardi ora gli sciacalletti”. Ogni volta che ci muoviamo facciamo affiorare personaggi sempre più biechi, di bassissimo livello che una volta raggiunto un certo gradino – purtroppo – non siamo più capaci di rimandare nel fosso da cui sono saliti.
    Credo che solo l’archeologia culturale possa in qualche modo aiutarci perché se non ripristiniamo quelli che sono i veri valori, scale, differenze e gerarchie non potremmo che peggiorare. A volte mi sento come se avessi perso il treno dell’ottocento e mi trovassi a combattere non con gentiluomini ma con le servette furbette che rompono il piatto e lo nascondono, per poi farti anche vertenza.

  9. 

    Che dire? Complimenti per la forza, la tenacia e il coraggio! Grazie per aver condiviso quest’esperienza e complimenti per il modo in cui hai scritto.
    Mi ha fatto molto riflettere l’immagine di come descrivi l’uomo che beve il caffè. Hai pienamente ragione…e pensare che si dice che il caffè è un piacere!!! D’ora in avanti a testa alta!!!
    In bocca al lupo! Serve sempre, no? E se ci si becca a Roma, un caffè l’avrai sempre offerto!!!
    Ciao

    • 
      Manuel de Teffé February 20, 2011 at 6:04 pm

      Grazie Claudia, crepi il lupo.
      Se ci si becca, si… Un caffè al vetro macchiato. Caldo.
      Da Sant’Eustachio…Il non plus ultra!

  10. 

    Io ho deciso di provarci in Italia. Spesso, però, mi alzo con la consapevolezza che qui è tutto più difficile. Ho sentito l’altro giorno un gruppo di informatici che ironizzavano sul fatto che non ci sarà mai una cena del nostro presidenti con tipi come Jobs, ecc ecc ( commentando una foto della cena di Obama). La colpa di chi è? Qui un giovane non viene mai valorizzato. Se vai in un’azienda ti offrono uno stage gratuito e non hai voce in capitolo su praticamente niente.( dopo anni di studio e sacrifici). Nonostante questo, voglio sperare che impegno un giorno mi premierà. Ho 25 anni e se vado in un’azienda io a parlare del mio lavoro, mi ridono quasi in faccia perchè piccola, donna, ecc. Qui manca la mentalità, si ha paura del giovane che viene vissuto come un problema, non come fonte di ricchezza. La paura grande è che sia + bravo del capo e per questo viene eliminato in tutte le decisioni e le riunioni che contano lasciandolo a preparare il materiale per esse. Vivo con la speranza le cose cambieranno. Ma cambieranno sul serio?
    Mary

  11. 

    Caro Manuel, mi ha piaciuto tanto il tuo commento. Mi fa pensare alla mia esperienza di vita vissuta a Roma per sei anni. For too long, Italians have bought into contraception, delayed marriage, etc., postponing growing up. Since they postpone grownup responsibilities like family, they tolerate disfunction that would not be tolerable if Italians en masse were not buying into the Hollywood dream of never-ending adolescence.

    As long as Italians have enough money per fare la bella figura, they are somewhat content, even if they still live at home with their parents, even if they are 50 years old and still don’t have a steady job, even if their government is a mess. It’s a system of mediocrity that is tolerated because the population in general (I’m not speaking to individuals here.) is not vested in the future. Without children, no population is vested in the future except in the immediate future which will affect it.

    Life for many Italians is “good enough.” Yes, it’s becoming the same here in the U.S. It’s just that we will never eat as well, dress as well, or look as good as voi italiani;) Perhaps there’s something to be said for doing mediocrity well. Non lo so.

    • 
      Manuel de Teffé February 24, 2011 at 7:34 am

      That’s right Pia! So true.
      Please notice the beginning of my article where I’m mending my beloved white linen suit…That represents exactly the “Bella figura” and its consequences you illustrate so well in your post. Mea culpa.

      And…Without children…What future?

  12. 

    Ripartiamo dai luoghi comuni. Quelli belli, che ci fanno sentire italiani nel senso buono della parola. Quelli che della relazione sono la migliore espressione!🙂

  13. 

    Ciao Manuel, ho scoperto il tuo post perché pubblicato in una discussione su Facebook da M. (non metto qui il suo nome perché non so se sarebbe d’accordo). Ora l’ho ripubblicato sulla mia bacheca. Vorrei che circolasse perché scritto bene, perché è una fotografia reale e triste di Roma – la mia cara Roma – e dell’Italia. Grazie.

  14. 

    Ho avuto modo di “assaporare” la grande mela per una settimana da turista e devo dire che anche in pochi giorni NY ti lascia dentro qualcosa di speciale:

    – la voglia di tornarci,
    – una frizzantezza che si rinnova ogni giorno, anche se piove…
    – una sensazione di libertà e di possibilità che qui non si percepisce
    – una visione multietnica del mondo dove non è per nulla impossibile che una persona di colore sia il tuo superiore diretto, un posto dove se vali e se ci credi ce la puoi fare.

    Bella !! Porto in me un bellissimo ricordo e l’idea di andarmene dall’Italia mi è passata più volte per le mente. Si potesse portare un po’ “d’aria” di NY in Italia forse tutto andrebbe un po’ meglio.

    • 
      Manuel de Teffé February 24, 2011 at 7:40 am

      Pensa, negli anni 60 (ne ho ancora una copia perché mia madre lavorò al lancio di questa follia) fu introdotto sul mercato italiano uno strano prodotto…Una pittoresca lattina azzurra con sopra scritto: ARIA D’ITALIA. Fu lanciato come souvenir per gli stranieri, affinché una volta tornati a casa potessero aprirla e bearsi delle nostre atmosfere…

      Assurdo, ma ebbe successo…

  15. 

    Ho vissuto la tua stessa esperienza, solo che non sono più (ancora) tornato.

    Complimenti per questo articolo è semplicemente fantastico….

  16. 

    Voglio raccontare una cosa che ‘e successa ad una mia amica che, secondo me, racchiude in se’ tutto ciò che succede in questo paese ai professionisti:
    Lei lavora in radio, era insieme ad un ragazzo che si fa chiamare Cyco, (molto Venice beach), un fotografo che “non conosce chi dovrebbe”, entrambi italiani. Erano in uno di quei baracchini che vendono panini di notte alla gente ubriaca (anche loro lo erano)…dicevano un sacco di cavolate e ridevano… quando han visto due che ridevano di e con loro… Hanno iniziato a parlare. Questi due erano americani di NY arrivati a Milano per la settimana della moda uomo.
    Quando hanno scoperto che anche lui era un fotografo, lo hanno invitato a NY, lasciandogli tutti i dettagli e dicendogli che in tutta la settimana non avevano conosciuto persone cosi interessanti in Italia…
    Tornando a casa questi miei amici hanno scoperto che il simpatico ubriacone non era niente di meno che un fotografo “famosissimo”, che aveva fotografato tantissimi “VIP” hollywoodiani.
    A noi questa persona ‘e rimasta impressa non perché aveva fotografato “chissacchì”, ma perche non se la tirava e perché faceva benissimo il suo lavoro.
    Ecco…fare bene il nostro lavoro – questa dovrebbe essere la base per giudicare un professionista.
    Carla

  17. 

    Ciao Manuel,
    devo dire che questo articolo e’ molto bello e racconta un mondo che io conosco molto bene.
    A differenza di te io, dopo la morte di mio padre (Renato Rascel) sono arrivato in America per altre ragioni. Un po’ per fuggire dallo stereotipo del “figlio di…” e un po’ perche’ pensavo che un’educazione musicale come quello che avrei ricevuto al Berklee College of Music di Boston in Italia non avrei mai potuto averla.

    Cosi’ partii, armato dell’incoscenza che solo un 18enne puo’ avere ed arrivai a Boston.

    Con gli occhi di ragazzo mi sono innamorato di una cultura dove non ci sono limiti (o dovrei dire non c’erano). Tutto e’ grande, le scelte sono infinite e la gente e’ amichevole e non parlano di politica ne di calcio.
    Le mie conversazioni spaziavano tra le teorie musicali con gli amici di Berklee a ingegneria aereospaziale con gli amici di MIT per poi avere (ubbriachi) dei dibattiti di marcheting ed economia dopo la discoteca al Blue Diner dove con gli amici di Boston University (i piu’ festaioli) cercavamo di assorbire l’alcol con un burger.

    Questo era il college! Un luogo dove, se fai il tuo dovere di studente, e’ generalmente accettato dalla societa’ che i ragazzi si riducano “shit faced” (ubbriachi fradici)….

    Il tutto era contornato da un’incredibile competizione tra studenti, E questo fu il mio punto debole!
    Come italiano non ero equipaggiato con gli strumenti mentali per partecipare alla gara. Immagina il mio stupore quando al primo “compito in classe” all’universita’ della musica, trovandomi in difficolta’, ho visto che tutti gli altri che si coprivano per non far copiare.
    A Roma uno che fa’ cosi’ e raro… o era raro nei miei anni.

    Ho poi appreso che fin dalla High School i ragazzi fanno carte false per essere il migliore della classe per poter poi entrare in una buona universita’.
    E noi? Io mi ricordo che era una guerra al liceo, noi contro il prof.! E “vincevamo” noi. Riuscivamo a NON imparare🙂

    Si l’america e’ meravigliosa, o devo dire era…
    Devo ammettere che era meravigliosa allora, un po’ per l’era che sono stati gli anni novanta, un po’ per i miei occhi di ventenne.
    Oggi il politically correct la sta’ distruggendo. Per accontentare tutti (anche i piu’ pignoli) stanno eliminando una ad una tutte le liberta’ che rendono la vita worth living.
    In California non si puo’ fumare neanche all’aperto, ma ti puoi far dare una “medical card” e sfondarti di canne dove ti pare. In Florida ci sono gated comunities (tipo l’Olgiata a Roma) dove l’erba del prato deve essere tra i 5 ed i 6 cm di altezza, pena essere cacciati dalla tua casa di proprieta’. Per strada c’e’ una volante ogni 7 abitanti e sono tutti presi a rompere i coglioni a chi va’ a 75Kmh invece di 70, perche poi ci sono stati 16,204 omicidi l’anno scorso.

    Insomma la vita non e’ poi cosi’ rosea negli states (che io comunque amo e rispetto profondamente).

    Pero’ il lavoro… tutta un’altra cosa! La meritocrazia esiste! Il sogno americano esiste! Se vali, non importa l’accento, il colore, la religione, avanzi!
    Il mondo del lavoro e’ fatto anche di piccole accortezze, un complimento dal boss, un viaggio premio per i 5 milioni di dollari che hai fatto guadagnare alla ditta, il bonus check alla fine del mese che ti fa’ venir voglia di sbatterti!

    Poi noi siamo artisti io e te, quindi non potremmo non venerare coloro i quali anno conquistato il mondo con la loro arte contemporanea.
    Ho visto una puntata di Sanremo (che schifo, voglio sia chiaro il mio giudizio) dopo aver visto il Grammy Award… che dire.

    Pero’ credo che la vera america sia qui’, non in Italia, ma nel nord europa! Dove si lavora come in america e si vive come in Italia! Infatti tu sei emigrato ma non a NYC, ma in Germania!
    Ci hai visto lungo tu Manuel, e per questo ti lodo e, chi sa…, forse ti seguo🙂

    Un abbraccio
    Cesare

    _____________________
    Cesare Ranucci Rascel

  18. 

    Ciao! Ecco la mia esperienza. Sono un architetto romano di 36 anni, laureato con una media incredibile ed ovviamente 110/110 e lode ( obiettivo non molto lontano dai 108 di media!) ..perchè dico questo? perché già solo perseguire l’obiettivo LAUREA in una selezione darwiniana quale quella del vecchio ordinamento è stata un prova di perseveranza. E poi, dopo il fatidico giorno della laurea , ovviamente con umiltà si ricomincia nel mondo reale del lavoro.
    Ho avuto rispetto i miei colleghi la “fortuna” ( vera perché solo con CV e colloquio) di lavorare in diversi studi e su diversi progetti (dal rilievo a piccole ristrutturazioni) ma soprattutto di essere pagata ,allora nel 2005 (1000-1200 e) dato che i miei colleghi non ricevevano NULLA con la scusa del “devifarepratica”. Peccato che poi loro la pratica non l’hanno fatta e che a distanza di anni sono rimasti ancora lì, oggi architetti abilitati a 400-600 e al mese illusi di averci guadagnato pure (!!!!!!!!!!) Ma ricomincio il mio excursus professionale: allora dopo la laurea,qualche pubblicazione ed abilitazione ho lavorato in diversi studi bene e con molta soddisfazione (mia e del capo). Nel 2008 nell’ambito di un corso post-lauream Sui Paesi in Via di Sviluppo a Torino ho svolto un’esperienza di un paio di mesi in Brasile cosa che nel mercato italiano viene considerato ZERO mentre all’estero si lavora molto in questo settore per via di una domanda esorbitante di abitazioni a basso costo. E poi nel 2009 a Parigi, la città dell’architettura contemporanea. Ecco cosa si scopre quando si oltrepassano le Alpi: ovvero gli stage sono solo per studenti e vengono retribuiti 450e circa per applicazione della legge, gli architetti percepiscono uno stipendio “ridotto” dato che appena laureati svolgono ” apprendimento professionale” retribuito 1800e per poi conseguire l’abilitazione. Ecco un’altra cosa da sgranare gli occhi : I contratti sono a tempo determinato e dopo il secondo rinnovo scatta il terzo a tempo indeterminato. (anche da noi è cosi ma pare che tutti lo ignorino) e poi SENZA PARTITA IVA perché lavori come DIPENDENTE (mi sembra quasi tautologico). Ma poi c’è anche la possibilità ( l’ho scoperto appunto lì) per il datore di lavoro di By-passare i due contratti a tempo determinato a quello Indeterminato ( con evidenti vantaggi economici) con un contratto di “prova” di tre mesi e poi scatta appunto il contratto.Perché dico questo? Perché i tre mesi in cui il datore non ha l’obbligo di assumerti paga lo stesso stipendio pattuito da contratto e qui invece le “prove” non sono retribuite!!!!!!! Anzi uno studio romano mi propose questa estate 900e e totali da percepire dopo tre mesi a discrezione del datore di lavoro secondo una sua personale soddisfazione del lavoro svolto. La cosa STRAORDINARIA che questi annunci vengono tranquillamente pubblicati su professionerchitetto.it !!!!!!!!!!!!! Di fatti dopo l’esperienza francese ho fatto diversi colloqui in Italia ed i motivi ricorrenti sono 1)l’apertura coercitiva della Partita Iva per stipendini che non raggiungono i 1000e e quindi io non solo non guadagno ma spendo pure
    2) la domanda se ho i genitori del Sud che mi possono mantenere dato che trattasi di collaborazioni non retribuite o al più sui 500e
    3) il consiglio di ripartire caldamente per l’Estero..
    (giusto per togliere un po’ di gente sulla piazza)

    I miei colleghi architetti espatriati non intendono ritornare anche perché semplicemente hanno una vita normale cioè ADULTA e lavorano e a fine mese hanno lo stipendio per pagare le bollette,pagare un affitto e chi vuole magari farsi una famiglia.
    Anzi a 35 anni ti dicono che sei vecchio ed hanno già almeno 2 figli, perché è ritenuta una cosa normale ed ordinaria.

    Gli architetti italiani in Francia sono pagati e ben apprezzati per la qualità della formazione, lavorano in ambienti ben organizzati con profili professionali molto ben definiti perché si presume una crescita professionale specializzata (insomma non ti chiedono oltre le tue ordinarie competenze: tipo beh perchè non fai anche il grafico così risparmio su altre 2 figure professionali al prezzo ridotto di un architetto italiano!!!!!!!!!!!) e non soffrono della concorrenza dei geometri perchè non esiste questa figura all’estero.
    E’ anche vero che questo è possible perché ci sono tre grandezze di strutture:
    1. I grandi studi che fanno i GRANDI PROGETTI, (stadio, ospedali, poli di ricerca,università,parlamento et cetera)
    2. I “medi” residenze sociali, popolari, stazioni , piscine, scuole et cetera
    3. Gli studi piccoli (quelli che da noi sono al 80%) ed è per questo che l’architetto italiano deve essere molto flessibile…

    La cosa triste poi è che mi chiamano comunemente “mafioso” perchè si sa che in Italia c’è una grande evasione fiscale (a me poi! me lo dicono!!!) e restano attoniti del fatto che non riesco più ad avere un colloquio sulla base del mio semplice CV. Cosa questa aihmè vera perché da 10 mesi che sono rientrata non ho avuto risposta neanche per email e a Parigi sulla base del mio CV in due mesi ho avuto 8 colloqui.

    Purtroppo mi sono resa tristemente conto che il nostro non è più un paese competitivo rispetto all’Estero perché qui in Italia non si investe sulla professionalità che vuol dire produttività che poi diventa anche un bene collettivo ma si “sopravvive”, in un paese divenuto carissimo per stipendi livellati a 1000e indifferenziati fra operai, segretarie, medici, architetti e professionisti piccoli mentre i potenti crescono da soli e la borghesia scompare ( e conseguentemente anche i consumi si riducono rallentando il circolo economico dei consumi).

    Siamo oramai un paese turistico dove si mangia bene e ci si diverte ma dove non ci si può più vivere. Ed anche per i pochi, i figli sono “cari” perché il mercato che vi gira attorno è allucinate! equiparati a beni di lusso!!

    Insomma mentre io a 36 anni non trovo lavoro qui a casa mia, a Roma, perchè vista con sospetto,invece amo il mio lavoro e gradirei uno stipendio almeno sindacale, sono chiamata “giovane”mentre all’estero sono “vecchia” e professionalmente ancora all’inizio!

    Quello che ho registrato al mio ritorno comunque dopo 2 anni è che questa situazione ha davvero impoverito materialmente ma soprattutto sfiancato interiormente la gente, specie noi generazione fra i 30-40 anni che soffriamo la competizione nel lavoro di giovani 28 perché più vantaggiosi economicamente. Davvero, noi Italiani abbiamo dato tanto in passato ed almeno questo GLI ALTRI (del mondo) ce lo riconoscono ancora ma abbiamo ancora tanta voglia di dare con la nostra creatività, entusiasmo, professionalità per riscattarci da questo oscurantismo medioevale di un sistema economico feudale che ha esautorato se stesso ed ha portato la nostra società ad un collasso evidente. Fra pochi anni i bambini saranno esposti come razza rara al museo!!! e questa provocazione che non attiene ad alcunché di moralista dietro vuol solo sottolineare che ci stiamo estinguendo …pericolosamente….silenziosamente…che sia anche questa una manovra di un disegno “sinistro”?

    Ecco, alla fine per questi 150 anni dell’unità vorrei sottolineare come prima di essere una Patria siamo stati per secoli (quando la vicina Francia già dai Carolingi vantava un regno su confini geografici pressoché immutati e su una stessa lingua) una miscellanea di popoli e dialetti che nella diversità ha prodotto arte e cultura 70% su quella mondiale…è dunque evidente che il nostro genius italicus ha bisogno ancora di respirare e parlare al mondo non solo del passato ma del presente ed anche futuro!

    I miei amici giacobini mi fanno questa domanda che rigiro a tutti : “Che cosa aspettate?”

  19. 

    QUANTO SCRITTO E’ PURTROPPO ESTENDIBILE A TUTTI QUEI SETTORI LAVORATIVI TECNICI E CREATIVI AL TEMPO STESSO DOVE REGNA LO SCIACALLAGGIO

    dedico a tutti quelli che pensano e dicono (almeno in questo c’è coerenza) che l’architetto “costa troppo” e quindi è lecito non pagarlo…quanto segue RICORDANDO che IL VOLONTARIATO è una LIBERA SCELTA e N O N una LIBERA PROFESSIONE!
    sempre al presunto cliente ….che potrà ribattermi “se lo fa il sindaco lo faccio anche io……” ehi tu…si dico proprio a te! il concetto di POLIS non è soltanto dei greci la società siamo noi e la facciamo noi ogni giorno con le nostre scelte!
    riporto una email
    A Roma gli Architetti lavorano gratis !!!

    La scoperta è stata fatta dal nostro Sindaco Alemanno, infatti per elaborare progetti sull’area della Moretta a via Giulia, ha pensato bene di incaricare 7 architetti a patto che lavorino gratis, i 7 Samurai hanno accettato senza battere ciglio, 5 di questi sono iscritti all’Ordine professionale di Roma.

    Il Movimento “Amate l’Architettura” ha inviato una lettera aperta al Sindaco Alemanno, al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella e ai 5 Architetti romani chiedendo chiarimenti in merito all’incarico svolto.
    …………………… Si condanna il comportamento dei colleghi architetti che hanno lavorato gratuitamente, contravvenendo al Codice Deontologico. Noi riteniamo che questo comportamento sia da censurare perché in questi casi si dovrebbe RIFIUTARE la propria prestazione professionale e si dovrebbe invocare il ricorso ………………. aperto a tutti dove tutti i colleghi si possano confrontare senza alcuna preclusione.

    a tutti noi architetti è caduto di mano il mouse (un tempo penna e china) e a bocca aperta ci domandiamo se forse non sia meglio non mostrarsi desiderosi di lavorare dal momento che sembra quasi una offesa…….. il fatto di voler lavorare…..
    L’Italia un paese di navigatori, eroi e santi……ora lo capisco meglio!

  20. 

    “BEATA IGNORANZA”
    ESTENDIBILE VEDI SOPRA A DIVERSE CATEGORIE TECNICO ARTISTICHE (DA TUTELARE! IL PANDA HA PIU’ DIRITTI DI NOI!!!!!!)

    ultimo post per oggi lo giuro…..
    agli italiani che pensano (e NON dicono)
    “bè proprio l’architetto volevi fare?e poi ti lamenti che non c’è lavoro!!
    oggi il lavoro bisogna inventarselo…..
    COOOOOOOSAAAAAAA?????
    poi accendo la TV e gli Highlanders di sempre mi fanno una rassicurante compagnia
    ancora Maria De Filippi, ancora Bruno Vespa, ancora Berlusconi
    STRANO SOLO IO MI SENTO INVECCHIATA ………MA DEVE ESSERE SOLO “SUGGESTIONE”
    mi storidsco un po’….
    ah si dimenticavo……e tornanto al tema del lavoro
    perchè fare il TUO lavoro quando puoi fare tranquillamente il LAVORO PER CUI HA STUDIATO UN ALTRO ?????
    ah ah ah e allora è vero il detto BEATA IGNORANZA e qui mi licenzio!

  21. 

    Manuel, prima di tutto – grazie! bravissimo..) molto bello, sincero e colorito )

    E grazie per NON fare i paragoni generali, come alcuni fanno, che qui in Italia è tutto morto, là in America – libero e aperto. Perchè non è così, lo sappiamo bene )
    Ma sono molto d’accordo che l’Italia semba ancora una società feudale, ma purtroppo non solo nei rapporti sociali, non solo come “rete vassallatico-beneficiaria”, ma sopratutto nel senso di rapporti con tempo e stesso atteggiamento al lavoro. É questo che mi sempre sorpresa e dà fastidio enorme – fretta non c’è, tutto a posto, tutto tranquillo… c’è sempre tempo per un caffè e chiacchiere di mattina e c’è sempre tempo per un bbbbeeeell pranzo. 2 ore bastano, direi…
    aspettano i clienti – non c’è fretta, sono clienti, è il loro “ruolo” – di aspettare…
    rispondere a un’ e’mail – ma perchè subito? che, non si puo aspettare una settimana? Che cambia?

    E quella è una domanda e la risposta al tempo stesso es-sen-zi-a-le.
    Perchè cambia molto. il tuo sguardo cambia, il tuo cervello cambia, il tuo atteggiamento (nostro preferito “attitude”) cambia, alla fine la tua vita cambia, – diventa dinamica e “risponsabile”; non nervosa ma vivace, non “piena di affanni” ma piena delle cose significative, per te e per gli altri.

    Per molti anni ho lavorato in “recruitment”, in agenzie di lavoro (ricerca e selezione dei professionisti)… l’ho fatto su due continenti diversi – Russia e Stati Uniti – ma non ho trovato grandi differenze. i principi generali sono gli stessi – dopo aver trovato un candidato o aver ricevuto uno CV, lo chiamo subito, stesso giorno, o massimo il giorno dopo.
    Appena arrivata a Roma ho inviato il mio CV alle agenzie di lavoro, grande e famose, non meno di 15… Numero delle risposte che ho ricevuto? UNO. Dopo quasi DUE mesi.

    …che ci vuole per cambiare l’atteggiamento?…
    boh, non saprei dire per tutta l’Italia ma sono sicura che dobbiamo iniziare da noi stessi…
    e grazie alla vita che ci da le persone che sentono e, più importante’ vivono con il stesso ATTITUDE )
    Buona fortuna con i tuoi progetti, caro! )

    Un abbraccio!
    Inna

    ps scusa gli errori )

  22. 
    Valerio Paolini May 20, 2011 at 12:55 pm

    Sempre più spesso mi imbatto nel fenomeno dell'”awanna sgeps”…

    Di cosa si tratta?

    Molti, anzi troppi, fingono di sapere una lingua straniera, in questo caso l’inglese, e usano terminolgie britanniche storpiandone il nome.

    Troviamo quindi i vari “uiliam shaks” autore di Giulietta e Romeo oppure “tren marketin” per non dimenticare la famosissima e tanto amata “musica dens”.

    Che fare?

    Non ci resta che ridere e rispondere con un molto diplomatico “awanna sgeps non comment”

    To be continued….

  23. 

    Ciao Manuel,
    rileggo ancora l tuo articolo e c’e’ sempre l’emozione dell’Italia lasciata anni fa.

    Vivo a NY da 7 anni, dopo aver lasciato Milano, il lavoro quasi perfetto da ingegnere post laurea, un bel appartamento, la famiglia vicina (o quasi) ad Alba….
    Partii con la voglia di sperimentare nuove emozioni, un nuovo lavoro, cultura, lingua.
    Promisi a mia madre che sarei tornata dopo 2 anni ….ed invece…
    Sono ancora qui e le tue parole vibrano con grande attualita’..

    Anche io dopo un mese passato nell’ UES, tra la palestra ed il parco e le feste improvvisate ho conosciuto piu’ persone che in un anno passato a Milano (dove non conscevo nessuno quando mi sono trasferita dopo la laurea).

    Quando mi si chiede se “esco con qualcuno”….dico di si, sono in una relazione d’amore con NYC….e mi viene da sorridere.
    Vivere qui non e’ cosi’ facile…tra i visti, i costi alle stelle, la freneticita’ e la concorrenza spietata…
    Ma con grinta e passione si puo’ fare di tutto.

    Hai ragione tu, non bisogna essere figli di qualcuno per bussare alla porta o fare una telefonata.
    Basta essere ” te stesso” con la voglia di fare, di migliorare. E’ l’idea che conta e la persona che l’ha generata.
    Il tuo cognome non ha rilevanza se non sei in grado di lavorare sodo.

    C’e’ stato un momento durante la recessione che pensavo non ce l’avrei fatta, che titubavo all’idea, forse, di ritornare.
    In Italia ritroverei il comfort famigliare (che non ho qui), un lavoretto tranquillo, e la complicita’ delle amicizie d’infanzia.
    Invece ho tenuto duro, ed ho lavorato sodo pur sapendo che le prospettive futrure erano scarse.
    L’America e’ una societa’ che ti premia se sai mantenere la tenacia ed affrontare momenti difficili senza piangerti sopra….ed ora, a distanza di pochi anni dal grosso flop monetario mi sento piu’ forte ed ottimista ….quasi una sopravvissuta😉

    Vivere qui, mi fa sempre di piu’ amare la mia terra ….ed esserne orgogliosa, piu’ di quanto ne ero quando ci vivevo…ma tornare?
    Sarebbe davvero difficile…
    L’italia vista con gli occhi del turista e’ splendida, la piu’ bella terra che io conosca…
    Ma dover lavorare in un sistema spesso troppo conservatore, dove l’innovazione e’ vista come un nemico, il nuovo e’ subordinato, e l’evoluzione spesso limitata, e’ disarmante.
    Eppure, i miglior ingegneri, ricercatori, economisti, artisti….vengono proprio dalla nostra italia (non sono solo parole mie…) che non sa apprezzare abbastanza il proprio prodotto.

    Troppe domande, e poche risposte…..
    Grazie per condividere i tuoi pensieri.

    Manuela

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  1. Economia di Relazione ed Economia all’Italiana | onairvideo - February 23, 2011

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