Il nostro Blu Ray al Tg2

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Manuel de Teffé intervistato da Adriano Monti Buzzetti

Un grazie speciale ad Adriano Monti  Buzzetti della redazione culturale del  TG2 RAI per l’eccezionale  intervista che mi ha dedicato per il Blu Ray tributo di “W Django!”. “Eccezionale” nell’accezione esatta del termine, perché ha spaziato dalla storia di famiglia a “Anthony Steffen”,  fino ai progetti futuri. Rimango sempre piuttosto stupito quando un giornalista ASCOLTA, ossia quando non pensa alla preparazione della domanda successiva ma interloquisce curioso insieme a te… Allora hai improvvisamente la sensazione di raccontare una storia a un amico, e in quel momento cambia tutto e si aprono scenari conversazione vera. Questa l’essenza del giornalismo, scavare nella superficie e arrivare al core.

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Il TG2 Cultura della Rai

 

 

QUANDO QUENTIN TARANTINO MI PRESENTÒ MIO PADRE: Il primo tributo a Anthony Steffen, RE del western europeo

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Fu grazie a Quentin Tarantino  che  potei apprezzare per la prima volta mio padre come Anthony Steffen sul grande schermo,  nel Settembre del 2007, quando fui invitato al Festival di Venezia per presentare Una lunga fila di Croci” di Sergio Garrone, durante una speciale retrospettiva western che il regista e scrittore americano aveva voluto per spararci in un sol colpo tutte le sue opere più amate del genere.

Antonio de Teffé, in arte Anthony Steffen, re indiscusso ma quasi dimenticato del cinema western europeo con ben 27 titoli da protagonista assoluto, era morto qualche anno prima, a Rio de Janeiro, abbattuto da un male assurdo, attorniato da una solitudine  spettacolare, quel tipo di sipario che  spesso cala come contrappasso redentivo su coloro che hanno battuto troppo i pezzi alla gloria del mondo per poi passare con affettata disinvoltura al lato oscuro.

Tarantino aveva ristabilito a Venezia Anthony Steffen tra gli indimenticabili, lo aveva prepotentemente strappato a una critica che lo aveva offeso,  deluso e troppo ridimensionato agli occhi del pubblico, perché artista non impegnato negli anni dell’impegno assoluto, e lo aveva adagiato su quel trono ideale che gli spettava a rigor di logica. Questo riposizionamento tarantiniano mio padre non se lo poté mai godere, ed ebbe sempre la strana sensazione di non aver fatto abbastanza perché mai  premiato dalla critica che osanna e dunque vergine di riconoscimenti intellettuali. Il suo orgoglio fu dunque perfettamente sabotato, ma questo fu in fin dei conti paradossalmente anche un bene:  l’uomo, era infatti nella vita privata anche più duro di ciò che rappresentava sullo schermo, e la critica che non conferiva coccarde gli diede anche la possibilità di rimanere con i piedi per terra e coltivare il suo lato più umano.

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Sergio Garrone e Manuel de Teffé

Quando nel 2007 al Festival di Venezia feci le veci di mio padre e  presentai grazie a Quentin il capolavoro assoluto di Sergio Garrone, fu lo stesso Sergio Garrone che mi abbracciò come un padre. Emozioni e colt: quell’estate bastò la semplice scelta editoriale di Tarantino per riabilitare in sol colpo le intere carriere di  Steffen e di Garrone, grande regista dimenticato adesso novantenne che ha appena riabbracciato il genio americano durante la prima romana di “Once Upon a Time in Hollywood” (Nemo propheta in patria sotto steroidi).

A più di dieci anni dal tributo di Venezia, finalmente, in collaborazione la francese Artus71276143_2594876097218565_496113510606962688_o film, ho la gioia di annunciare che siamo riusciti a realizzare per merito del disegnatore Curd Riedel che  ha curato tutti i contenuti, uno specialissimo cofanetto tributo a Anthony Steffen con “W Django!”, di Edward Muller, rimasterizzato in 2K: Blu Ray, DVD + un libretto di 96 pagine che ripercorre la parabola artistica e umana di un grande del cinema italiano, che dopo 67 film  ha deciso di ritirarsi per non bruciarsi le retine sotto i riflettori  e divenire cieco come il suo amico Totò. Una mia lunga intervista molto particolare,  traccia un profilo inedito di Antonio de Teffé/Anthony Steffen impreziosito da aneddoti surreali e foto mai pubblicate, una su tutti quelle del matrimonio con mia madre raggiante.

Il libro annuncia anche l’inizio di un progetto al quale sto lavorando con grande emozione come regista e scrittore, dal titolo “Django begins”, che narra le indimenticabili avvenuture di Anthony Steffen in Almeria nel 1968, film che ho rivelato per primi a Castellari e Garrone, ancora in fibrillazione per il progetto.

Nato all’ambasciata brasiliana a Roma di Piazza Navona, Antonio de Teffé aveva per caso intrapreso la carriera cinematografica come  “runner” in Ladri di Biciclette del grande De Sica. Siccome era un bello e la madre si era giocata a poker un Castello a Castiglion della Pescaia, e il padre Manuel de Teffé mio omonimo, era un campione automobilistico brasiliano che non aveva molto tempo per suo figlio, papà fece fulcro sulla sua bellezza virile per entrare nel mondo dello spettacolo e marchiarlo con la sua presenza di VIR, come si definiva lui. 60681708_2372697509436426_5071463336911044608_o

Il Western gli arrivò come un gancio dal cielo quando, a metà anni 60, durante la crisi, compreso  il vizio italico di saltare  sul carro del vincitore senza sporcarsi le mani,  Antonio de Teffé si cambiò il nome in Athony Steffen, si mise in testa un cappellaccio e si fece fare da mia madre una foto in bianco e nero da cowboy per poi spedirla a tutte le produzioni romane. Moriva il brillante Antonio e sorgeva uno spietato Anthony, spariva de Teffé e montava in sella Steffen.  Succubi di un onomatopea altisonante che  doveva nascondere una misteriosa fama stellare, tutte le produzioni lo chiamarono immediatamente e papà iniziò a girare un western dopo l’altro: talmente duro, che volevano solo lui, talmente  ingenuflesso, che doveva avere sempre ragione a prescindere, tant’è che Leone gli preferì alla fine Eastwood.

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Antonella Caramazza La Lomia e Antonio de Teffé

Per la carriera, lasciò mia madre e si consacrò all’arte, ma scoprì 20 dopo di aver fatto qualche errore micidiale che rimpianse sino alla fine: il finale di La La Land,  è la copia carbone della storia dei miei genitori. Tuttavia, mia madre lo aveva perdonato e, grazie al balsamo di quel perdono immeritato, mio padre conservò una sua originale lucidità umana. Mamma, il giorno che seppe che il suo amore stava per morire a Rio de Janeiro circondato dal nulla, nonostante fosse 15 anni più giovane, invecchiò istantaneamente di altri 15 anni e decise di morire anche lei lasciandosi andare qualche anno dopo, “come corpo morto cade”.  “In realtà sono una donna felice”, mi disse sul letto al Policlinico Gemelli, “Perché ho sposato l’uomo che amavo e ho quattro splendidi figli: ho avuto tutto”.

La nascita  al cielo di mio padre segnò una settimana indimenticabile. Quando papà ci urlò per telefono che stava male, arrivai a Rio appena in tempo  con mio fratello Luiz, giunto qualche giorno prima in avanscoperta per vedere se era tutto vero:  Django il Bastardo stava realmente su una sedia a rotelle, la maschera d’ossigeno e respiri alla Darth Vader, tanta rabbia nel cuore e persone infide e caricaturali attorno.  Come piccoli Skywalker provammo a combattere ugualmente contro la sua  cattiveria imperfetta, facendoci strada a colpi di machete nel suo passato ribelle. Feci arrivare un prete carioca per l’estrema unzione e, una volta blindatagli l’anima, gli mettemmo in grembo un laptop collegato a internet per fargli una sorpresa inaudita.

“Papà, ascoltami bene: questo è Google.  So che non sai cos’è, Luiz te l’ha  spiegato tante volte a Roma: tu scrivi qui sopra il tuo nome d’arte. Qui papà. Poi avrai una sorpresa. Non te lo ricordi? ”

“Oh! Manuel! Certo che ricordo chi sono! Papà è solo stanco!”

Django il bastardoAntonio de Teffé, ancora inviperito per aver suo malgrado subito l’estrema unzione e per un computer portatile bollente sulle ginocchia, si chinò su quello schermo luminoso e batté lentamente ANTHONY STEFFEN,  poi si bloccò, per un attimo il suo respiro si interruppe e gli occhi gli divennero quelli di un bambino di 6 anni divorato dalla meraviglia. Google gli stava caricando davanti il suo intero passato di una vita artistica:  i poster di tutti i suoi film, uno ad uno, tradotti in tutte le lingue del mondo, perfino in giapponese e finlandese, prendevano vita sotto il suo sguardo sbalordito:
“Una bara per lo sceriffo” (1965), “Perché uccidi ancora?” (1965), “Sette dollari sul Rosso” (1966), “Pochi dollari per Django” (1966), “Mille dollari sul nero” (1966), “Ringo il volto della vendetta” (1967), “Killer Kid (1967), “Un treno per Durango” (1967), “Gentleman Joe, uccidi” (1967) , “Il pistolero segnato da Dio” (1968), “I morti non si contano” (1968), “Una lunga fila di croci” (1968) , “Il suo nome gridava vendetta” (1968) “Uno straniero a Paso Bravo” (1968) “Diango il bastardo” (1969) “Garringo” (1969)  “Arizona si scatenò e li fece fuori tutti”(1970), “Arriva Sabata” (1970), “Un uomo chiamato Apocalisse Joe” (1970), “Shango la pistola infallibile” (1970), “W Django” (1971), “Lo credevano uno stinco di Santo” (1972), “Tequila” (1973)…Django il bastardo - poster Giapppnese

“Ho fatto tutto questo? Anche in Giapponese? Guardate il poster di Django il Bastardo in giapponese! Che fico… Vorrei chiamare Garrone. Ma forse è morto, meglio di no che poi mi mette tristezza. Sergio Garrone era un grande ma chi se lo ricorderà. Ah, e i preti qui non devono più mettere piede. Dicono cose strane.”

Papà passò un pomeriggio intero guardare e riguardarsi tutti i poster, migliaia, divenendo sempre più buono in viso, fino a ritrasformarsi definitivamente nell’Antonio che conobbe mamma. E noi lo ricordiamo così:  riunite  le  forze rimaste, guardò me e mio fratello Luiz formulando le ultime sue parole sensate mentre allungava le braccia dal letto, in alto, verso i nostri visi: “Amori miei” .

Sono passati quasi 15 anni da quel Giugno del 2004, e adesso spuntano nella mia vita gli amici che lo hanno amato davvero, persone come l’artista francese Curd Riedel primo promotore del Blu Ray tributo, i mitici registi italiani amati da Tarantino come Enzo Castellari e Sergio Garrone e molti altri.

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La mia ultima foto di mio padre a Rio

Persone  che me lo raccontano con gli occhi di chi lo ha conosciuto veramente, lontani da quella critica che Tarantino ha voluto criticare così elegantemente in “Once Upon a time in Hollywood” attraverso un sottilissimo dialogo  in macchina tra Brad Pitt e Di Caprio, uno scambio di battute quasi per gli addetti ai lavori che si interpreta esattamente al contrario e che suona più o meno così:

PITT: E’ un bel po’ che non faccio la controfigura a tempo pieno e per come la vedo io,  andare a Roma a girare dei film non è quella gran condanna a morte che a quanto pare tu pensi che sia. DI CAPRIO: Andiamo, hai mai visto uno dei loro western? Sono orrendi! È una farsa totale!  PITT: Sì? E’ quanti ne hai visti, uno? DI CAPRIO: Abbastanza, d’accordo? A nessuno piacciono gli spaghetti western…”

E voi? Quanti ne avete visti?

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Manuel de Teffé e Enzo Castellari

Uno?

“W django!”

“Django begins”.

Manuel de Teffé

Writer/Director

“Su Bla Bla Car con 4 Narcos”. Un mio racconto appena pubblicato

Un racconto di Manuel de Teffé – All Rights Reserved

Peppe Zarbo e la quarta stella (Storia vera di una tournée infinita)


“Non la merita”.

Legiferò Peppe Zarbo quando un bagliore di decisione improvvisa gli cavalcò lo sguardo un attimo prima di mettere in moto la sua piccola utilitaria a metano. L’attore siciliano non ancora  in odore di fama ritrasse le dita dalla chiave, spense l’autoradio e fissò con solennità chirurgica un punto in lontananza oltre il parabrezza, quel punto dove  i pensieri giusti incontrano  la promessa di un’ esecuzione fulminea e figliano impulsi gloriosi.  L’agrigentino mi guardò allora con le colonne di Selinunte che gli brillavano negli occhi e decretò, nel modo più inappuntabile, che non c’era  nessun motivo valido per il quale l’Hotel Aurora meritasse una terza stella. 

“Non la merita”.  Chiosò  in calce ai suoi ragionamenti mentali, senza nessuna possibilità di replica. Peppe rimise la chiave  in tasca, si fece scintillare la barba con tre sfreghi rapaci dorso mano, e fissò quell’hotel scalcinato alla nostra destra  con simpatica aria vendicativa. Era un’ alba ignota in un ignoto paesino abruzzese di provincia, e non si muoveva nulla se non le ulteriori date ignote della nostra tournée teatrale che si agitavano nei sogni  di un produttore che aveva montato lo spettacolo perfetto.  “Chi non merita cosa, Peppe?”  Domandai  sovrappensiero con una mappa gigante degli Abruzzi sulle ginocchia e una telecamera High 8 della Grundig accesa in grembo mentre ricontrollavo il backstage della sera prima.

Eravamo nel mezzo dell’ennesima ripresa della tournée infinita de “Lo sguardo dal Ponte” di Arthur Miller, io nelle vesti di aiuto regista e attore, Peppe in quelle di uno dei protagonisti giovani, insieme a Edoardo Velo e Karin Proia. Ci attendeva il fantalionesimo debutto in una cittadina misteriosa dell’estremo nord e Zarbo partiva sempre con largo anticipo su tutto calcolando impossibili imprevisti per esorcizzare la paura di  lisciare una sola replica. Lo spettacolo stava godendo di un successo clamoroso  grazie alla regia onnivora di Teodoro Cassano, di un Michele Placido a trazione integrale e un Francesco Bellomo produttore che fondava città nuove per erigere nuovi teatri che potessero comprare lo show e battere ogni record di incassi. Ancora non aveva attecchito il gergo spavaldo del “SOLD OUT” e noi ci accontentavamo sempre di un “TUTTO ESAURITO” più con i piedi per terra.  Giravamo senza requie come cartografi del 400 su tutto il territorio peninsulare, condividendo tutti due uniche angosce buffe. La prima: quella della prenotazione dell’hotel in loco per non restare all’addiaccio, hotel che ci mettevamo a chiamare dalle Pagine Gialle di un Bar dello Sport con un pugno di gettoni che dovevano bastare per forza, giudicati sempre  male  dalla fila di persone che ci si accodava dietro insofferente. La seconda, dettata dall’impossibilità fisica di  depositare in banca le nostre paghe, che ci portavamo sempre dietro sotto forma di assegni della Cassa di Risparmio di Vattelappesca  ma che non potevamo mai incassare, quasi una beffa, perché ogni volta che stavamo per recarci in banca,  il signor  Tumminelli ci intercettava senza preavviso per una nuova urgentissima e prestigiosissima data in un  agglomerato di case appena scoperto dal produttore  e mai sentito nominare fino al giorno prima. E via a collezionare ripartenze con un foglio itinerari sempre rinnovato, calcando i palcoscenici di mezza Italia con buste gonfie di assegni nascoste nelle tasche dei bellissimi costumi di Teresa Acone, per non lasciare mai niente di incustodito nei camerini. Avrà una BNL Poggiolino In Ermice? Si chiama così la nostra prossima tappa? Ne siamo sicuri? Ma anche se avesse una filiale, tanto Bellomo dopo il debutto ci infilerà altre quattro matinée  e stai sicuro  che ancora non potremo incassare….Menomale che almeno le diarie sono cash. Questi i pensieri artistici che ci accompagnavano durante i viaggi.

“La terza stella, Manuel,  l’hotel Aurora non merita la terza stella”.

Rincarò Peppe, risvegliandomi dai miei sogni.  Era l’alba e noi rimanemmo altri cinque minuti in macchina, in quel paesino abruzzese di cui non ricordo il nome, davanti a un vergognoso hotel periferico di tre stelle, mentre il mio stomaco  supplicava una colazione spartana all’ autogrill più vicino e Peppe aveva preso una decisione che avrebbe ristabilito il suo ordine provvisorio di giustizia. Lo scomodo soggiorno nell’hotel Aurora, doveva infatti scomodare anche chi ce lo aveva inflitto. Così, mentre io spulciavo nel display della mia High 8 le inquadrature migliori della sera prima che avevo filmato da dietro le quinte e mi inorgoglivo di un perfetto stacco in controluce sul viso di Edoardo Velo che affrontava un Michele Placido furibondo, Peppe riemerse finalmente dalla sua concentrazione paratibetana e si profuse in un lucido ragionamento costo benefici, adducendo senza nessuna possibilità di equivoco che:

il letto nel quale aveva dormito aveva qualche molla rotta,

la nostra stanza non aveva una finestra ma uno spiffero incorniciato,

Il pressappochismo  di quel cafone del concierge era ingiustificabile,

le mattonelle del bagno avevano decorazioni che richiamavano un film dell’ orrore del primo Dario Argento

Peppe mi squadrò quindi con una  solennità irrequieta, quel tipo di espressione foriero di una decisione che  mutua la propria esecuzione dal primo accenno di assenso dell’interlocutore. Talmente siciliano che quando parlava ex cathedra piovevano i cannoli  del bar Tiffany di Canicattì e un tramestio di spade di pupi siciliani emergeva in Dolby Surround nel background. Ma prima di procedere con l’esecuzione del suo piano, Zarbo mi parlò a bassa voce, con posatezza, come per ragionare insieme  e democraticamente su un ragionamento già vagliato. Il parere altrui lo incuriosiva sempre, cercava spesso il secondo avvallo per poi riavvallarlo per un suo desiderio di condivisione cameratesca. E mi consultò.

” Secondo te questo hotel se la merita la terza stella, Manuel? Aiutami a capire, perché forse mi sfugge qualcosa.  Ma no che non la merita. Vero? Non vedo nessuno motivo per la terza stella, due sono più che sufficienti. Tre sono da ciarlatani. Tutte chiacchiere e distintivo. Non trovi?” “No. Anche secondo me non la merita per niente, Peppe.” Lo assecondai  a casaccio desideroso di partire, mentre il mio stomaco gorgogliava suppliche di caffellatte e Guja Jelo mi ululava in grembo su un piano americano che avrei dovuto migliorare.

“Bene. Tu aspettami qui. Vado a fare una cosa.”

“OK”. 

Peppe scese dalla macchina con un certo brio, io ancora non capivo cosa volesse fare ma non scesi e, senza guardare più nel display della telecamera, lo seguii attentamente con lo sguardo. Mentre scorreva nel display della mia piccola Grundig  la scena madre di “Uno sguardo dal Ponte”, il mitico show-down di Eddie Carbone sul ponte di Brooklyn, Peppe si diresse deciso verso l’entrata dell’ hotel Aurora, trascino’ con ammirevole sicurezza  un tavolino di ferro battuto vicino al grande portone a vetri, ci saltò felinamente sopra e allungò le braccia  verso le 3 stelle che ne coronavano gli stipiti, agitandole leggermente una ad una per saggiarne consistenza e resistenza. Quindi si accanì sulla terza stella a destra, che riuscì  a staccare con qualche scossone violento ben assestato. Non potevo crederci, Peppe Zarbo aveva staccato la terza stella di un’ hotel abruzzese e adesso se ne veniva verso di me fischiettando con sotto al braccio quella gigantesca cosa di latta dorata. Aprì il bagagliaio e adagiò  dentro il suo trofeo, rientrando alla guida con la coscienza finalmente a posto. Una stranissima combinazione temporale, fece sì che il momento del suo rientro in auto coincidesse con l’applauso del pubblico in sala a teatro proveniente dalla telecamera, e Peppe parlò tra il clamore di grida osannanti che ne sembravano approvare il gesto.

“Ecco. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare. La giustizia non è un concetto da rotocalco. 2 stelle se le merita, guarda. Guarda come sta bene l’hotel Aurora con due stelle. Vero? La terza ce la portiamo via. Era in ostaggio. Quel che giusto è giusto, la daremo a chi se la merita, la terza. Questa tournée non finirà più, Manuel. Neanche Tumminelli sa quando finirà. Neanche Placido. E neanche Bellomo. Forse Gaetano Aronica. Aronica finge di non sapere ma parla sempre con Nino che parla con gli spiriti dei Cesari e che sa tutto. Quindi lui qualcosa deve sapere.  Questa Tournée è un passaporto per l’infinito e noi non incasseremo mai tutti questi assegni che ci portiamo dietro, ma continueremo a girare da un hotel all’altro con un sacchetto di gettoni puzzolenti. Ricchi e poveri. Con una stella nel bagagliaio.” 

Peppe rise divertito, tra il serio e il faceto, urla e applausi dalla telecamera per la quarta uscita degli attori in proscenio. Un violento rumore esterno di  serranda dal primo piano dell’hotel ci diede il la per ripartire con verve, spensi la telecamera  e svirgolammo via nell’oscurità come  giustizieri della notte fieri della Stardom in bagagliaio.

Quell’ennesima ripresa di tournée durò altri due mesi e noi quella stella gigante ce la portammo fedelmente sempre dietro per tutto il resto del viaggio. Bagliori di giustizia ci illuminavano i volti ogni volta che aprivamo  il bagagliaio per prendere o riporre le valige: Stella se ne stava sempre  lì, quatta quatta, grata di essere stata salvata dal nulla e di aver trovato asilo presso di noi. La cosa ci dava una carica speciale e un buon umore d’acciaio, perché avevamo compiuto un’azione  che esulava dal conformismo e che probabilmente non aveva fatto ancora nessuno. Chi aveva mai staccato  una stella dalla facciata di un hotel?  La grandezza dell’atto, del quale Peppe mi conferì generosamente metà paternità perché secondo lui lo avevo segretamente avvallato,  riposava sulla non riscossione della gloria che ne derivava,  lo tenemmo cioè sempre per noi, senza mai condividerlo con nessuno, senza mai vantarcene neanche per sbaglio in orgogliose chiacchiere coi nostri amici e colleghi.

L’ultima settimana di tournée, a ridosso delle vacanze invernali, dopo aver fatto una lauta colazione in un piccolo hotel minore sul lago di Como, pagammo e uscimmo felici: finalmente potevamo ritornare a Roma, rivedere i nostri cari e incassare gli assegni della Cassa di risparmio di Vattelappesca.  Uscendo, Peppe ebbe un’intuizione delle sue e si consultò  rapidamente con me: quell’ onesto hotel che se ne stava zitto zitto senza dire niente a nessuno con vista lago sfigatissima ma umile,  per i più che gentili camerieri e cameriere del ristorante, in qualche modo meritava.  Capendoci al volo, aprimmo dunque il bagagliaio e prendemmo con cura la terza stella dell’Hotel Aurora. Con dell’attack comprato a un tabacchi vicino, la appiccicammo velocemente, senza farci notare, sul muretto esterno dell’hotel Ondina, accanto a 3 stelle di dimensioni decisamente più piccole. “Fai una ripresa, Manuel. Tira fuori l’High 8, Questa cosa non la dobbiamo dimenticare”. Mi chiese Peppe molto soddisfatto, sorridendo alla stella.

Prima di ripartire ce ne restammo per un po’ appoggiati al bagagliaio della macchina ad osservare un’ultima volta la  nostra amica  e verificare che  fosse in perfetta linea simmetrica con le altre tre stelle.  E siccome lo era,  Peppe si compiacque e tirò fuori la cartina dell’Italia per calcolare un  itinerario che evitasse i caselli autostradali e ci facesse risparmiare soldi che non potevamo spendere.  Io scartai con gioia una nuova cassetta High 8 al metallo evaporato  e la inserii  nella  telecamera: inquadrai la porta dell’hotel, misi a fuoco sulle  quattro stelle, zoommai all’indietro per un totale. Uscirono dal portone principale due giovani camerieri con dei  sacchi della spazzatura in mano,  tempo di buttarli in un cassonetto oltre la cinta del muretto e voltarsi, che i ragazzi notarono  la nostra gigante stellina d’oro aggiunta alle loro 3. Si scambiarono  divertiti qualche parola che non compresi e presagendo un qualche scherzo si girarono verso di noi. Ma non tanarono nessuno: con torsione fulminea del busto io puntai di scatto la Grundig su un punto a caso dello specchio lacustre,  muovendo artatamente ghiere di fuochi e diaframmi per darmi un tono; Peppe si scostò dall’auto con dieci innocentissimi passi laterali a sinistra, fermandosi a fischiettare un motivetto napoletano a una decina di metri di distanza da me, in un posto al sole. Si riunì presto fuori dall’hotel un manipolo di gente del personale, simpatici ragazzi e ragazze a contemplare la quarta stellona giustapposta , qualcuno rideva divertito, qualcun altro continuava a guardare simpaticamente nella nostra direzione. Ma nessuno mise le mani sulla nostra amica, nessuno osò staccare la nuova stella: quella medaglia all’onore inaspettata non era stata assegnata secondo logiche protocollari turistiche, né giungeva dalla giustizia asettica di una qualsiasi guida Michelin. La quarta stella era stata conferita  da qualcuno che finalmente li aveva apprezzati  per quello che erano e non erano ancora: quella mattina il personale dell’hotel  sapeva in cuor suo di aver ricevuto  la promozione perfetta, e perfettamente rimase a meritarsela divertito fuori dall’hotel, mentre noi facevamo perfettamente i vaghi.

E fu così che la terza stella dell’hotel Aurora, divenne misteriosamente la quarta stella dell’Hotel Ondina.

Twinkle, twinkle, little star

Manuel de Teffé

Director/Writer

 

Manfred e il ghiacciolo magico: i 3 giorni che cambiarono gli anni ’80


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PRIMO GIORNO: Nudo in cortile

Tutto procedeva come doveva procedere per un ragazzino di 14 anni in seconda media, fino al giorno in cui vidi in mezzo al cortile della scuola Pio IX, in pieno inverno, Manfred Croci che se ne stava beato in maglietta bianca a maniche corte con un lemonissimo dell’ Eldorado in mano, le labbra a lambire il lato basso del ghiacciolo e  il mento inclinato leggermente all’ insù, facendo platealmente finta di niente, ma in modo così smaccato da mettermi in allerta arancione.

Era un lunedì mattina di un Gennaio senza pietà, appena tornati a scuola dalle vacanze di Natale, mancava un pugno di minuti a fine ricreazione e si gelava di brutto. Mentre tutti se ne stavano sotto i portici a cincischiare vilmente formule matematiche paludati in moncler, piumini ciesse e loden desueti (io), Manfred si ergeva misteriosamente nel perfetto centro geometrico del cortile in tenuta San Felice Circeo zona ferragosto.   Qualcosa bolliva in pentola. Chiusi il libro di geografia, mandai a quel paese il Pil della Patagonia, e bardato dentro una palandrana british con un ridicolo cappello alla David Crocket in testa, uscii da sotto portici per raggiungere il mio compagno di classe.

Era il giorno in cui tutta la speranza natalizia si dileguava nel ripasso della prima ricreazione post vacanziera, raffiche di vento sferzavano Roma e le mamme ci vestivano ancora come dovessimo andare in missione militare in Russia. Manfred era solito raschiare tutti gli spasimi di libertà possibile, ultimo ad arrivare a inizio lezioni per godersi in santa pace la colazione al bar sotto i portici,  ultimo a entrare in classe a fine ricreazione, ma stare quasi nudo in mezzo al cortile con un ghiacciolo al limone in pieno inverno, era qualcosa di nuovo che smanganellava la mia attenzione.

Avvicinai il mio compagno affiancandolo con discrezione, come un agente segreto approccia il suo simile per captare un’informazione riservata. Manfred, che navigava in una Fruit of The Loom bianca di due taglie più grandi,  registrò la mia presenza ma diresse lo sguardo da un altra parte. Diede un parsimonioso morso al suo ghiacciolo e masticò qualche grumo di ghiaccio giallo aggrottando la fronte, con calcolata lentezza, alla ricerca di una successiva posa plastica da assumere con nonchalance. Infine inspirò profondamente con virile malinconia. All’epoca io ero ancora balbuziente e lo sarei stato per altri quattro anni prima del mio primo viaggio in Brasile,  e parlare era la cosa che mi costava più cara al mondo.

“Manfred! Ma non stai mo-mo- morendo dal fff… freddo?”.

“Si nota, eh?” Sbottò Croci scomponendosi subito in orgoglio goffissimo.

“Da chi ti devi fa- far notare?”

“Dalla sorella di Paolocci.”

“La so-  sorella di Paolocci? M…  Ma Paolocci ha una sorella?

“Le sventole sotto al portico, Le vedi? La roscia! Anzi, dimmi se mi guardano. Ma certo che Paolocci ha una sorella! Scendi dal pero!”

“N… Non sapevo. Pa- Palatiello ha una sorella, anche Ma- Mantovani… Questo lo so per certo Ma… No, non ti guarda nessuna. P….  Parlano tra di loro.”

“Meglio. Guarda che meraviglia! Non mi hanno ancora notato ma adesso mi cioccano. Nessuno ha il coraggio di mangiarsi ghiaccioli in inverno! Eh, Manuel?”

“Ma tu- tu davvero stai al gelo per farti vedere dalla sorella di Pa-pa- Paolocci?”

“Certo. Guarda lo schianto! Mica le squinzie in classe, salvando Rinversi. E quando noterà un uomo forte che non trema a zero gradi, si innamorerà di me. Ci metto la mano sul fuoco.”

“Sei sicuro? M…  Ma sei troppo lontano, tu stai in  me-me- mezzo al cortile, loro sono sotto ai po- portici e non ti vedono!”

“Mammoletta…  Mammoletta! Mi sto allendando da un mese. Mi sono messo a torso nudo in balcone, ogni giorno dal primo giorno di vacanze. Ho visto un documentario sui bambini giapponesi. Quelli li fanno stare a torso nudo a scuola per temprarli. Ho pensato: anch’io! Così ogni giorno ho iniziato a passare un po’ di tempo in balcone senza camicia. E per incrementi di 30 secondi ogni mattino, sono arrivato a 8 minuti. Che vuoi che sia stare in maglietta?”

” Ma io muoio di  fff… freddo anche col cappotto… P-P-P Per incrementi?”

” Certo che muori di freddo mammoletta,  perché lo rigetti. Accettalo.. Per incrementi, sì.  Ma dimmi, mi stanno guardando?”

“Stanno ripassando tu- tu- tu – tutte, Manfred. Mi sa che neanche sanno che esistiamo.”

“Meglio. Sarà un effetto sorpresa. Chiacchierino quanto vogliono. Io intanto sto inviando un campo vibrazionale…”

“Eh?”

“Eh! Le mando le frequenze della mia presenza.”

“Da qui?”

“Da qui.” 

“E come fu- fu-  funziona?”

“Energia. Scienza…É tutto energia! Fu-fu-fu. Dovresti saperlo con le boiate che ti ciucci. Queste sono le cose che ci devono far studiare, e invece come poracci siamo fissi sulla Patagonia, i cereali, il limo, Garibaldi , Il sabato del Villaggio e la barbabietola da zucchero, porca paletta!”

Manfred mollò un’altro morso al ghiacciolo, ebbe uno scatto di onesto tremore ma poi si riprese maschiamente e lo bloccò. Sull’inutilità totale del nostro piano studi aveva ragione. Se una cosa  ci accomunava, oltre al disegno a mano libera, era Il fatto che passavamo tempo su libri non convenzionali, quasi da mettere all’ indice per l’assetto educativo blindato del nostro istituto cattolico: io perso nell’ufologia, E.T e il triangolo delle Bermuda, piccolo cospiratore ante litteram balbuziente, Manfred sulla bioenergetica, Felden Kreis e Bruce Lee. Insieme, sapevamo tutto.

“Ma non stai g-g-g… gelando?”

“Manuel, è il gelo che si sta Manfredizzando… ho degli gli addominali… Guarda che roba, guarda qui, Manuel! Sto in tensione muscolare per rimandare il freddo al mittente. Controllo su tutto! “

Suonò la campanella, aspettammo che si svuotasse il cortile e risalimmo in classe. Una volta in aula, Manfred prese da sotto il banco una felpa e se la infilò velocemente, cercando di non battere i denti. E mentre Il piccolo professor Colelli iniziò a spiegarci geografia scodellando i 750.000 chilometri quadrati della Pampas che in lingua locale significa pianura e che gode di un clima predominante temperato… io stavo già assaporando il tipo di gelato che avrei scelto l’indomani, forse un Magic Cola, che non ricordavo di aver mai provato. Io in T-shirt col Magic Cola in cortile a mandare campi vibrazionali alle belle del Pionono. Da paura.

SECONDO GIORNO: Questione di chackra

Il giorno dopo, a inizio ricreazione ero già dentro il bar della scuola sotto ai portici a contemplare il cartello metallizzato della Eldorado, con una maglietta a maniche corte e una felpa gialla sulle spalle.  “Fior di fragola, Lemonissimo, Magic Cola, Arcobaleno, Topolino, Piedone, Calippo,  Zaccaria… Zaccaria, perché no? ” Ma cambiai idea e scelsi un gusto mai provato: il ghiacciolo arcobaleno. Sganciai 250 lire e raggiunsi  Manfred già appostato in mezzo al cortile in tenuta militare, con una maglietta verde scuro a maniche corte e il lemonissimo in mano. Manfred era molto serio, fu contento della mia decisione di unirmi alla resistenza ma mi rimproverò subito.

“Allora, primo, il gelato arcobaleno fa frocioni. Fidati. Si, hai capito bene, ho studiato tutto Manuel. Proietta l’idea che non siamo d’un pezzo… Domani ghiacciolo unigusto, per cortesia. Anche il Fior Di fragola ha un nome femminile. Bisogna calcolare tutto… Non venirmi qui col Fior di Fragola che facciamo brutta figura. Però in effetti è il migliore, ma in cortile no. Immagina, due uomini come noi in mezzo al cortile che leccano il fior di fragola! Ma che schifo! Non trasmettiamo nulla di positivo, anzi.  Senti, ho studiato tutto, ti devi fidare. Quello che fa più maschio è il lemonissimo,  che poi manda anche un messaggio chiaro, mi capisci, no? Essù. Mi hai capito: dimentica i calippi, il piedone, topolino, paperino e gommolo. Vieni col Gommolo e abbiamo chiuso. Al massimo ti concedo il Magic Cola.  E uno Zaccaria, che ha un nome cazzuto, è brutto da morire ma si fa rispettare e non è neanche malaccio. Chissà perché lo hanno chiamato Zaccaria, dovremmo indagare. Anzi, domani mi compro Zaccaria. Manfred-Zaccaria. A livello vibrazionale funzia, c’è qualcosa di primordiale che incute rispetto. Chi era Zaccaria? Lo sai? Ah, e levati la felpa dalle spalle, te la avviti ai fianchi per cortesia? Nessun teporino da mammolette.  Manuel, essù. Bravo! Adesso iniziamo a sviluppare i chakra! Da qui. Trasmetti il tuo campo energetico, forza!”

“Co- cosa sono i ciacra?” Chiesi sbigottito cercando di non battere i denti. Manfred roteò gli occhi al cielo e fece finta di andarsene indignato, qualche metro e tornò indietro.

“Manuel, e la miseria! I Chachra… Frulla subito quei i libri sulle Bermuda e i triangoli maledetti! Studiati un po’ Bruce Lee! Sono punti energetici, li devi risvegliare… Li abbiamo tutti ma non ce lo dicono. Ecco, lo vedi questo? Questo è  il plesso solare. Parte tutto da qui! Hai presente Jeeg Robot quando lancia il raggio protonico da sopra la cintola? Quello. Invia l’energia da qui, per cortesia. Ma con grinta! Fidati. Focus. Trasmetti! 

“OK.”

“Bene. Bravo. Ma ci stanno notando?”

“Ancora no, Manfred.”

“Chi se ne frega, tu intanto trasmetti.”

Rimanemmo lì,  in silenzio, in mezzo al cortile, a mandare i nostri campi vibrazionali per tutta la durata della ricreazione sgranocchiando ghiaccioli estivi sotto un cielo plumbeo, credendoci. Quando squillò la campanella di fine ricreazione.

“Ci  sposeremo le donne più belle del mondo.” Profetizzò Manfred perquisendo il futuro.

“Cosa?”

“Ci sposeremo le donne più belle del mondo”. Ripeté il mio compagno con una sicurezza surreale. Stavo per chiedergli i motivi di tanta affermazione ma mi apparse in mente Kelly McGillis in tutto il suo splendore e non dissi nulla, impegnato a contemplarle i boccoli siderali.

“Ah, e domani non barare.” Riprese Manfred con una luce malandrina negli occhi, stropicciandomi un lembo della maglietta. “Ti sei messo tre magliette una sopra l’altra, baro! Ti ho sgamato, guarda qui! Eh! Eh! Manuel! Tremavi troppo poco! Ma come primo giorno ho apprezzato il coraggio. Adesso non ci muoviamo ancora, dobbiamo restare qui finchè se ne sono andati tutti. Fidati, abbi coraggio e continua a vibrare. Ah, e domani si ritorna al lemonissimo, che dobbiamo essere consistenti! Adesso mandiamo il nostro campo alle donne più belle del mondo. Forza!”

“Signorsìssignore!”

TERZO GIORNO: Disfatta e profezia

Due adolescenti quattordicenni stavano nel cortile della Pontificia Scuola Pio IX, l’istituto privato paritario più duro della capitale, la scuola più vicina del mondo a Piazza San Pietro, più esigente di Harvard, Oxford e Yale messe insieme, inviando campi vibrazionali alla sorella di Paolocci e le sue amiche come se non ci fosse un domani. Maglietta corta, ghiaccioli in mano, risolutissimi, lemonissimi. Io stavo letteralmente morendo di un freddo che non riuscivo a manuelizzare e mentre sentivo i dart degli orsi polari che giocavano a freccette sui pori della mia pelle, i miei denti affondavano dentro un ghiacciolo dagli infiniti retrogusti misteriosi.

“Manuel, se oggi non si voltano, la finiamo qui!” Decretò Manfred con nuova convinzione.

“Ma co-co- come?!” Balbettai io leccando il ghiacciolo… “P-P-P- Perchè?”… Stavo iniziando a prenderci  gusto mentre il mio compagno di classe voleva già battere in ritirata? Come era possibile? Tuttavia Manfred Croci cambiava sempre piano su tutto, diceva che Bruce Lee lo invitava ad essere flessibile: Il giorno prima era sicurissimo di qualcosa, il  giorno dopo era sicurissimo di avere sbagliato tutto e sfoderava una strategia superiore, e così via sulle ali di una sicurezza che si autosabotava costantemente per eccesso di sicurezza. Comunque la cosa mi divertiva alla grande, ci sentivamo infiniti.

“Non capisci proprio Manuel,  e dai… I campi energetici noi li stiamo mandando ma forse non toccano le loro frequenze… Adesso concentriamoci e facciamo così. Ma zitti, mi raccomando. Solo pensiero puro sino a fine ricreazione. Mandiamo tutta la nostra energia, chi la piglia, la piglia. Se la sorella di Paolocci non  si sintonizza significa che non entra in risonanza e amen. Alle più belle del mondo. Forza, pranizza.”

“In risonanza?

“Zitto e pranizza.”

Pranizzammo per altri cinque minuti senza dire niente. Io stavo letteralmente morendo dal freddo, Manfred concentratissimo con un ghiacciolo a metà che non mangiava più  e che iniziava a calare stalattiti gialle sul pugno che vibrava per la tensione. Poi il colpo di scena: la sorella di Paolocci e le amiche si mossero e iniziarono a venire verso di noi. Uno spasimo di viltà infinita ci deconcentrò per qualche secondo.

“M….  Manfred! Hai vvv…?”

“Manuel zitto! Arrivano! Eccole! Fai finta di niente!” 

“Incredibile, non ho più freddo! Io non sento freddo!”

“Bene! Te l’avevo detto! Ma zitto! Stanno venendo qui…”

“Non sento il…”

“E’ normale, il prana non è una… sorridi Manuel! Hai sentito che non balbetti più?!

Le più belle donne della scuola Pio IX si stavano dirigendo verso il centro del cortile insieme ai loro moncler rosa fenicottero, e noi, a qualche metro dall’esser superati, inchinammo la testa presentando loro un galante salamelecco nella speranza di un consenso fulmineo, di un incrocio di sguardi che non si incrociò. Un attimo prima di essere affiancati,  Manfred sguinzagliò un incauto sorriso vittorioso e sorrise con gli zigomi che gli si appuntirono in viso in modo innaturale, una paresi che si porta dietro sino ad oggi, e che l’ora successiva mandò su tutte le furie la professoressa De Leone durante un’indimenticabile scena muta alla lavagna. Per la prima volta, la nostra severissima insegnante di inglese ormai sulla via del tramonto, non riuscì infatti  a intimorire nessuno: quel ragazzino rubicondo incapace di svolgere la backversion,  le stava sorridente e immobile vicino la cattedra, per niente intimorito, sfoggiando in viso una gioia così angelica da risultarle pura strafottenza.

Come non fosse accaduto nulla, incurante del 3 meno meno, Manfred tornò al posto e mi battè di nascosto due colpi sulla schiena con la punta della squadra, io mi inclinai  indietro e l’oracolo sussurrò: “Sai cosa abbiamo fatto, Manuel? Noi oggi abbiamo mandato le nostre vibrazioni alle donne più belle del mondo. E oggi abbiamo capito che le donne più belle del mondo non sono al Pio IX.”

“Ne sei sicuro?”

“Ci avrebbero risposto.”

Annui e ritornai avanti con la sedia, tossendo. Era veramente quello il motivo per cui non avevano risposto al nostro saluto? Un lampo dal futuro mi fece sparire la scuola Pio IX da sotto gli occhi e, tutti i miei compagni lo possono certificare, non fui mai più presente in spirito per nessun motivo per i sei anni successivi, fino all’esame di Maturità.

FINALE

Il giorno dopo stavo a letto in stato preagonico, mia madre aveva sedato il sedabile con 20 gocce di novalgina ed io coloravo con gli uniposca un gigantesco Daitarn 3, leggermente rialzato sul letto,  le ultime forze in serbo spese nel disegno del robot e delle donne di Banjo Haran. D’un tratto, mamma entrò in camera con la cornetta del telefono in mano collegata a un filo a torciglioni talmente lungo che mi sembrò per un momento attaccato alla centrale dei Ghostbuster di New York.

“É Manfred. Cercate di esser brevi ragazzi, devo sentire il dottor Forti prima che chiuda studio… Non vorrei  fosse broncopolmonite.” Vagheggiò, sparendo in corridoio con una marlboro spenta tra le labbra.

“Manfred?”  Gemetti, agitando i pennarelli.

“Manuel, tutto bene? Oggi non ti ho visto.”

“Sto malissimo, sto a letto… Febbrone….”

“Vedi? Quando stai male non balbetti. Non puoi prenderti neanche uno spiffero! Cavolo, mi dispiace! Ascolta. E smetti di disegnare che sento gli uniposca! Senti, passerà:  ho parlato con la sorella di Paolocci. Sì esatto, in cortile. Stamani. I campi energetici mi hanno fracassato gli zebedei. Ascolta, le nostre vibrazioni sono già all’opera. L’energia si è mossa e quel che è fatto è fatto, Manuel. Allora ho pensato, Manfred le va a parlare. Sai cosa? Non mi piace. Era più sventola da lontano ma ha sempre il suo perché, le rosse hanno dei perché micidiali. Ma non mi piace più, non so come mai… E basta coi ghiaccioli! D’inverno fanno schifo. Però adesso, te che non hai niente da fare almeno per 2 settimane, che sei caduco e deboluccio, almeno dal letto sviluppami i chakra. Mi raccomando, Manuel. I chakra…”

“Manuel!” Tuonò mamma nuovamente sulla soglia della tanza, più dura di Clint Eastwood, più elegante di Grace Kelly, mentre partiva la sigla delle Charlie’s Angels in salotto. “Manfred, devo attaccare… sì, sì, i chakra.”  Restituii la cornetta alla mia funky genitrice e mi arresi alla febbre, che quando arrivava mi faceva passare ogni desiderio di comunicare col mondo esterno perché pensavo sempre di star lì lì per morire. “SÍ LALLERO”, risponse a quel pensiero esagerato mia  madre, intercettando in pieno il suo primogenito moribondo con una marlboro spenta in bocca mentre faceva partire  scintille a salve da un accendino Bic. Poi si dileguò nel corridoio per chiamare il dottor Forti e chiedergli un consulto sul mio stato.

Erano le 5 del pomeriggio, io non capivo più niente dalla sofferenza e smisi di disegnare. La febbre galoppava, chissà come si scrive ciacra, pensai chiudendo gli occhi. Stavo aggrappato al ciglio del mio plesso solare per non sprofondare negli abissi della mia incoscienza, esanime, finché all’improvviso mi apparve dall’alto un Manfred  in miniatura vestito da Yoda con un lemonissimo fosforescente in mano facendo capriole e urlando: “Chrakra non scrive! Chackra usa! Chackra non scrive! Chackra usa! Chakra non scrive! Cha… Cià-cià-cià…della segretaaaariaaa….”

Coriandoli di immagini senza senso e lapilli di intuizioni scollegate piovevano sulla mia fronte bollente quando, nel punto esatto prima di liquefarmi nell’oblio e sparire nel nulla, esattamente un nanosecondo prima di morire, detonai: Il mio plesso solare esplose con potenza inaudita e vidi un onda energetica blu elettrico con venature incandescenti sprigionarsi dal centro del mio corpo ed espandersi per via delle Fornaci, superare il colonnato di San Pietro, uscire da  Roma e irradiarsi su tutta l’Italia. Il tempo di vederla attraversare le Alpi e morii. 

Fu in quel pomeriggio, verso sera,  che una bambina tredicenne tedesca di Colonia, mentre giocava da sola nel suo giardino del quartiere di Marienburg, fu sorpresa da  un vento nuovo, una brezza d’oro blu che si fece strada tra le solite correnti  gelide e le irradiò il viso per 7 secondi. Allora, senza sapere esattamente perché, la piccola Carola si alzò in piedi, le vennero le lacrime agli occhi dalla commozione e il desiderio inspiegabile di vedere Roma.

La sposai  due decadi dopo nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia, di fronte alla Scuola Pio IX,  con Manfred in grande spolvero nella veste di testimone di nozze. Ed io, due anni  dopo, gli ricambiai il favore testimoniando al suo matrimonio con la più bella fotografa russa. 

Buoni anni 80 (quasi 1500) a tutti voi.

E Buon Ferragosto!

Manuel de Teffé

Director/Writer

All rights reserved

P.S: Dedicato agli irriducibili del Pio IX e affini: Manfred Croci, Inna Labutova Croci, Gabriele Croci, Eugenio Patanè, Daniele Paolocci, Valentino Nardi, Giampaolo Olivetti, Cesare Ranucci Rascel, Valentina Saraceni, Federico Mondello, Gianaldo Mantovani, Francesca Luciani, Max Cucullo, Sabrina Sarrocco, Valerio Bronzetti, Aldo Gaudenzi, Benedetta Turini, Dario Amodio, Marco Lionetti, Arturo Marzano, Ernesto Spinelli, Pietro Spinelli, Giorgio Galax, Alessandro Borgognoni, Francesca Rinversi, Fratel Roberto Villa, Luiz de Teffé, Daniela Consorti, Agostino Scornajenchi, e anche a … Christian Busiello

 

 

 

 

 

 

Su Bla Bla Car con quattro narcotrafficanti (Storia vera di un viaggio terribile)

Paper.Quaderno.41Il  terrore si manifestò sotto forma di notifica al 30° chilometro dell’autostrada Colonia-Brussels quando, dentro una Ford Transit nero spettrale in compagnia di  quattro businessmen congolesi,  la mia nuova app “Bla Bla Car” mi avvertì dell’arrivo di un messaggio. Mi allungai con sospetto verso l’iphone 4S senza farmi notare dai miei silenti compagni di viaggio e rilessi tre volte ciò che polverizzò ogni forma di vita conosciuta dentro di me.

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?”

In quel momento,  il van dodici posti uscì dall’autostrada per entrare in una cittadina non segnata sul tragitto, ed io capii in tragicomica successione:

  1. di essere sulla macchina giusta e sbagliata allo stesso tempo,
  2. tra narcotrafficanti,
  3. pronti a uno scambio merci.

Passai in  rassegna le decisioni e i presagi del giorno prima come un moribondo 1 minuto prima di passare al Creatore: il problema non era dove fossi, ma con CHI. Ero o non ero salito sulla macchina indicatami dall’app? I pensieri mi si scandirono in mente come un poderoso coro da stadio.  Ford. Transit. Nera. Ford. Transit. Nera. Ford. Ford. Nera. Dodici. Nera. Transit. Transit. Transit. 

Sic Transit Gloria Mundi: combaciava tutto e stavo diventando pazzo.                            Poi l’illuminazione fremebonda: avevo preso il posto di un corriere di droga e fuori Colonia si sarebbe verificata una consegna di droghe. 

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?” 

Da sempre restio a usare servizi cheap su app dall’onomatopea ruffiana,  dopo aver confrontato tutti i prezzi ferroviari Colonia-Brussells con quelli del nuovo servizio appena nato dal nome troppo innocuo di “Bla Bla Car”, il giorno prima avevo deciso di mettere in stand by la parte più  anacronistica della mia diffidenza, lisciare il pelo a quella più saggia  e  prenotarmi per soli 25 euro un viaggio con altri 4 passeggeri sconosciuti.  ” Del resto anche Cameron prende la metro a Londra.” Pensai  davanti al monolitico  risparmio di 100 euro, quando una raffica di vento improvviso inginocchiò quattro alberelli di Goethestrasse acquarellandomi un presagio al quale non volli dar retta.

Quel Ford Transit Nero 12 posti era posteggiato come Charles mi aveva scritto in un messaggio su Bla Bla Car: esattamente dietro alla stazione di Colonia,  in fondo a sinistra dietro un pilone, ed io esattamente alle 15:45, in anticipo di un quarto d’ora sull’orario prefissato, lo intravidi appena uscito sul retro della Banhof. Ma tempo di mettere a fuoco Ford, Transit e Nero, che  il sangue mi si ghiacciò nelle vene, le vene si ghiacciarono nelle mani e la mia vile valigia azzurra si smaterializzò  andando a ballare la Samba in un interstizio quantico sconosciuto: quelli che indubbiamente dovevano essere 4 campioni di basket della nazionale congolese, mi stavano aspettando in abiti arancione fru fru, fumandosi i cannoni di navarone con piglio enigmatico.

Ritornai subito sui miei passi, deciso a dare una solenne buca ai  quattro Gulliver, quando decidi di scendere nell’area 51 della mia coscienza per porgere i miei omaggi al politicamente corretto e verificare che non ci fossero ombre di razzismo. Siccome c’erano solo dei Ferrero Rocher scaduti,  mi convinsi che potevo anche andare via senza sentirmi in colpa. M mi aspettava a Brussells Alexander Stolberg, un mio amico tedesco col quale non si scherza, e col quale dovevo parlare di faccende lavorative di vitale importanza. Decisi dunque di Bla-Bla rischiare.

Con un movimento impercettibile del sopracciglio sinistro richiamai la valigia dal secondo anello di Saturno e caricai di falcata, affrontando la distanza che mi separava dai fumanti campioni di basket con  grinta pittoresca. Con un sorriso improbabile mi presentai al giocatore più vicino. “Ciao, sono Manuel”. “Bonjour Manuel. On peut partir.” Incalzò in francese il buon Charles togliendomi la valigia dalle mani e deponendola nel bagagliaio. Di scatto, gli altri 3 giganti fecero volare in aria le rispettive cicche e salirono sul Transit. Che coordinazione, notai con vile sospetto Made in Italy.

Dopo 30 minuti di mistico silenzio, sull’autostrada per Brussels, con quei quattro che stavano più muti di Checco Cattaneo in terza media, ricevetti  una notifica da Bla bla Car. Ma notifica di chi se chi che stava guidando non aveva mai toccato il cellulare? Ciò che lessi sul display mi fece quasi infartare: “Manuel, dove sei? Ti aspettiamo da 15 minuti”. Col cuore fermo e Alzheimer che imbastiva le prove generali sulla mano destra, digitai immediatamente: ” Sul tuo Ford Transit nero, come d’accordo!”

“Ma non è possibile!” Rispose il Charles vero. ” “Io sto dietro alla stazione e ti stiamo aspettando!!!”

Ecco il testo trascritto in italiano prima che il conte Stolberg mi fece cancellare l’app.

Manuel: E io sono proprio sul Transit nero Ford che mi hai indicato!!”

Chalres: Mi hai fatto perdere 25 euro! Sei appena iscritto e mi dai buca! 

Manuel:  Stai calmo: sono sul Transiti nero 12 posti Ford! E Non so neanche dove sto andando e con chi!

Charles: Ma che stai dicendo se ti stiamo aspettando tutti!

Manuel: !!!! Sono chiaramente su un altro Ford nero!  Avverti Bla Bla Car, che potrebbe pure essere pericoloso…

Charles: Come hai fatto a sbagliare macchina? Comunque i 25 me li darai. Adesso ti segnalo i a Bla Bla car… Sto perdendo un sacco di tempo!

Manuel: Ascolta, credimi! Sono salito esattamente sul Transit che mi hai descritto, appena ci fermiamo  ti faccio una foto e te la mando. Non posso parlare perchè é pericoloso. Magari avverti la polizia.

Charles: Certo! E ti faccio pure una recensione che ti farà passare la voglia. Ma i 25 euro me li darai! 

Bla Bla etc.

Smisi di chattare, mostrare quella foga digitale era pericoloso, stavo sudando le sette camice ma non potevo agitarmi per non dare nell’occhio. La Transit era uscita dall’autostrada e si avventurava in una cittadina sconosciuta. Nessuno fiatava, era una tappa della quale io non ero a conoscenza e credetti dovesse essere arrivato il momento dello scambio merci, il momento in cui avrebbero scoperto che non ero il vero corriere e  avrei tirato le cuoia. Mentre il cuore iniziò a inviare segnali Morse in tutto il creato e mi raccomandai a tutti i Santi presenti e futuri, il pensiero di  finire accoppato in una mefitica cittadina fuori Colonia da quattro narcotrafficanti della Repubblica Democratica del Congo mi recava un leggero fastidio: io in Congo c’ero stato in missione umanitaria e avevo pure girato un documentario. Li avevo aiutati.

La macchina si fermò vicino a un caseggiato orrendo,  salì sul Transit un altro uomo africano senza espressione, un po’ rachitico, baffetti e simil-rayban coatti, con una ventiquattrore di pelle nera. Si mise davanti, bofonchiò qualcosa a quello che sarebbe dovuto essere Charles (e che continuo a chiamare Charles per convenzione) e mi scrutò dallo specchietto retrovisore con un certo disprezzo.

Zitti, muti, irreali, nessuno disse una parola per un’ altra buona mezz’ora di viaggio. Mentre il Charles vero mi tempestava di messaggi minatori sull’app di Bla Bla Car e non credeva alla mia versione dei fatti, io pensavo al corriere di droga del quale dovevo aver preso il posto sulla Transit Nera: lo Stato Maggiore della Sfiga mi aveva teso un trappolone da niente, ma io  speravo ancora di farcela e architettavo piani per evaporare da qualche parte prima che scoprissero che nel mio trolley non c’era ciò che avrei dovuto consegnare a non so quale arrivo.

Ricapitolando: ero su una Transit nera con 5 neri di cui, un’ autista grassottello sui 50 alla guida, un tizio sui 30 mezzo rachitico, tre giganti simili nei lineamenti e di età indecifrabili, tutti vesiti di casacche arancioni e disposti così; uno accanto a me nello scomparto di mezzo e due dietro. Charles, lo smilzo e gli arancioni. Muti come meduse.

Dopo altri 45 minuti di silenzio apocalittico inframmezzato dagli sguardi sospettosi di Charles che mi arpionavano dallo specchietto retrovisore, decisi di giocarmi la “carta bagno”. Charles confabulò in francese incomprensibile qualcosa con lo smilzo, poi mi guardò e annuì senza dir nulla. 

Dopo qualche chilometro la Ford uscì finalmente su un'”autogrill”, lo smilzo mi aprì lo sportellone ed uscimmo tutti. “Seulement cinq minutes!” Ringhiò Charles da dietro di noi. Tutto quello che si svolse dopo e che durò esattamente 5 minuti, dentro di me acquisì il valore di una “temporada” di novanta anni. Lo smilzo e gli arancioni mi stavano sempre alle costole ed io non trovavo quel frangente decisivo in cui mi sarei potuto dileguare tra la folla senza essere notato. Anche quando andai al bagno mi seguirono tutti. Avrei potuto urlare ma, ovunque mi muovessi, mi sembrava di camminare dentro  un orribile perimetro umano semovente, sempre controllato e scrutato.

Ritornai in macchina con la coda tra le gambe, mi sedetti e passai in rassegna tutti i momenti più belli della mia vita. Si era notato che volevo fuggire? Sperai di no. Poi, decisi di rompere il ghiaccio e mi profusi in una captatio benevolentiae sotto steroidi parlando in francese  della bellezza dell’Italia e di come conobbi l’Africa quando girai quel documentario a Kinshasa, durante la guerra del 2000, e di quando mi misero in prigione per un giorno con la mia crew per aver girato vicino la villa del dittatore Kabila senza permessi.  L’autista mi disse finalmente qualcosa, ma non capii… Un’ ennesima notifica vessatoria del Charles vero, mi avvertiva che ero stato segnalato a Bla Bla Car per farmi radiare dall’albo.

Arrivammo a Brussells. Il Charles falso inchiodò la macchina in un area non precisata della città ed aprì con violenza lo sportellone. Deglutii. “L’italiano scende qui!” Sentenziò mentre stavo per svenire. “Non hai forse una valigia da prendere?” “Forse, certo! Sicuro.” Mi impappinai andando a prendere la valigia con le caviglie che vibravano come un diapason. Gli arancioni mi guardavano con curiosità, io annegato in un mare di sudore, i ghigni dello smilzo da dietro i rayban. Agguantai  il trolley con la cosapevolezza che da un momento all’altro avrei intravisto una pistola.  “E adesso?” Chiesi pallido a Charles col trolley in mano. “Adesso che? Adesso, vai dove vuoi. Da qui sei vicino a tutto. Sono 25 euro.” “Cosa?” Gemetti capendo tutto in un nanosecondo e buttandola in caciara per uscirne alla grande. “Solo? Mi aspettavo di più…” Sorrisi con incertezza. “Se vuoi pagare di più fai pure!” Continuò Charles ridendo… “Ma Colonia-Brussells sono 25 euro da anni.  Accetto mance però! Del resto hai viaggiato in pace, no? É la mia regola sulla mia macchina”.

Ero  salito su un taxi abusivo che faceva la spola Colonia-Brussel, identico alla descrizione dell’automobile fornita dal Charles di Bla Bla car! Avevo fatto un terno al lotto al contrario… Pagai felicemente le 25 euro al tassinaro congolese e mentre un colorito umano si riappropriava del mio viso, il Ford Transit nero ripartì con quelli che pensavo fossero cinque narcotrafficanti terribili. Mi trovavo nella periferia  sconosciuta di Brussels che ben presto riconobbi grazie a Google maps. E anche lì mi sbagliavo, non era l’outskirt ma stavo vicino alla stazione centrale, pure vicino al mio hotel! E fu così che Il 20 Aprile del 2015, alle 19 e rotte di sera, divenni il recordman mondiale di granchi presi in un solo giorno per chilomentro stradale!

Raggiusi l’albergo vicino la stazione centrale, feci il check in e mi misi ad aspettare nel salotto all’entrata, perché il mio amico Alexander stava già arrivando per il nostro summit.

“Ciao Manuel! Cos’hai? Sei bianco cadavere.” Mi sferzò Alex con una vigorosa stretta di mano. Con un filo di voce, raccontai la storia della mia disavventura su Bla Bla Car raccontando del Charles al quale avevo dato buca involontaria e di quelli che pensavo fossero una banda africana di narcos. “Manuel, questa storia è pazzesca. Dammi il cellulare. Fammi leggere i messaggi.” Alexander lesse attentamente lo scambio epistolare con lo sconosciuto di Colonia e  all’inizio rise per l’assurdità della situazione ma poi si fece buio in viso, aguzzò gli occhi e dopo un lasso di silenzio calcolatore mi scaraventò addosso un’ intuizione formidabile. “Secondo me ti è andata bene, da come ti risponde e minaccia questo Charles del cavolo, si capisce che questo è uno psicopatico. Hai sbagliato la macchina giusta.” 

Gelai. Forse Alexander aveva  ragione,  forse mi sarebbe andata peggio se avessi preso il Transit giusto. Dunque non era la sfiga ma ad avermi giocato un tiro mancino ma era stata la provvidenza che mi aveva salvato in corner? Capacissimo.

“A te piace sperimentare queste tecnologie plebee. Lo so. Ci si sposta o in treno o in aereo, ricordalo. E’ terribile tutto ciò. Cancella subito quest’app.”  Ingiunse lapidario il conte Stolberg mentre io continuavo a scalare a mani nude le vette della mia immaginazione. Un sorriso di gratitudine illimitata mi emerse dalle labbra e illuminò tutta  la reception. Il tempo di quattro screenshot per immortalare quei messaggi e…

Bla Bla off.

P.S.

Ho ricaricato l’app dopo 5 anni, qualche settimana fa, e forse un giorno risbaglierò giustamente car.

Manuel de Teffé

 

 

 

 

W Django – new release

8f47f7e65b4e824063b5c773e8643853Sto lavorando con la Artus film a una release speciale di “W Django”, film del 1968 di Edoardo Mulargia, con Anthony Steffen/Antonio de Teffé.

Il Blu Ray conterrà anche un libro biografia su mio padre con una mia intervista nella quale ricostruisco alcune aneddotiche che interesseranno gli appassionati. Un progetto molto emozionante che conterrà anche una sorpresa speciale… Molto speciale…

Manuel de Teffé

 

“Risen” stasera su RAIUNO alle 21:25

Stasera su RAIUNO Premiere italina di “Risen”, il film della Sony con Joseph Fiennes, al quale ho lavorato durante il lancio italiano di qualche anno fa. Questo film ha un pregio tecnico particolare, oltre alla subject matter pasquale, e cioè quello di avere ricostruito con grande attenzione, scene militari romane come nessun altra pellicola ha precedentemente fatto. Buona visione!

Manuel de Teffé e Joseph Fiennes
Manuel de Teffé and Joseph Fiennes during the launch of “Risen” in Rome

 

Le Filastrocche della Nera Luce, un’opera di Giuseppe Manfridi con 30 mie tavole

La prossima settimana esce “Filastrocche della Nera Luce” (cronache dalla Shoah) un’opera di Giuseppe Manfridi che mette in campo, entrando in punta di piedi nella storia altrui, memorie sparse di quella che è stata la tragedia dell’olocausto. L’autore mi chiesto di accompagnare queste “filastrocche” con delle mie tavole… Dopo un iniziale diniego, avendo vissuto in Germania e aver toccato con mano certe atmosfere, ho invece iniziato a disegnare, prendendo tematicamente il “momento letterario” che mi colpiva di più di filastrocca in filastrocca. Edito da “La mongolfiera”, debutta al Piccolo del Teatro Eliseo il 29 Gennaio Con Manuele Morgese, Fabrizio Bosso (tromba), Julian Oliver Mazzariello (pianoforte).

Manuel de Teffé

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LE 4 COSE che mi hanno colpito di Roma da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato.

IMG_6380.JPG4 sono le cose che mi hanno più colpito da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato a Roma.

1) Il rumore dei trolley sui sanpietrini 
Mezza Roma negli ultimi 7 anni si è data al bed&breakfast e questo rantolo ipertrofico di rotelline a ogni ora nel centro storico è stato per me un rumore nuovo: DRRRR DRRRR DRRRR DRRRR
Da non confondere col DRRRRRRRRRRR DRRRRRRRRRRR di matrice coreana. (Sì, mi piace fare questi studi filomanologici)

2) Il perchécomunque come rimpiazzo loffio del perché
É surreale perché è come parlare giustificandosi a raggera. Si mettono le mani avanti, indebolisce il discorso, because anyway. Me lo sconsiglio vivamente.

3) Il “Leggermente”
Non dimenticherò mai questo momento di acomunicazione sublime. Chiesi un’acqua da Castroni e il tizio dall’altro lato del bancone mi domandò solenne “Leggermente?” Sprofondai in un silenzio deduttorio avanzando mentalmente un ventaglio di ipotesi rarefatte. “No, ne ho proprio desiderio. Ho molta sete.” Ma lui insistì: “leggermente?” Ed io quasi spazientito: “Ma leggermente chi, che cosa?”
“Leggermente frizzante!”
“Ah! OK! Va bene.”
Pensai fosse un caso isolato ma mi accorsi ben presto che il frizzante era stato ovunque leggermente abbandonato.
Per dispetto, quando adesso chiedo un’acqua, esclamo: “gorgogliante”. E aspetto di nascosto l’effetto che fa.

4) Il buongiorno
E’ adesso incredibilmente sulla bocca di tutti. Passo a Borgo o a Piazza Navona e i ristoratori sbuongiornano come se non ci fosse un domani con gli occhi fissi nel vuoto.

Perchècomunque a Roma ogni giorno che passa il buongiorno è leggermente più DRRRR

Manuel de Teffé