Il nostro Blu Ray al Tg2

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Manuel de Teffé intervistato da Adriano Monti Buzzetti

Un grazie speciale ad Adriano Monti  Buzzetti della redazione culturale del  TG2 RAI per l’eccezionale  intervista che mi ha dedicato per il Blu Ray tributo di “W Django!”. “Eccezionale” nell’accezione esatta del termine, perché ha spaziato dalla storia di famiglia a “Anthony Steffen”,  fino ai progetti futuri. Rimango sempre piuttosto stupito quando un giornalista ASCOLTA, ossia quando non pensa alla preparazione della domanda successiva ma interloquisce curioso insieme a te… Allora hai improvvisamente la sensazione di raccontare una storia a un amico, e in quel momento cambia tutto e si aprono scenari conversazione vera. Questa l’essenza del giornalismo, scavare nella superficie e arrivare al core.

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Il TG2 Cultura della Rai

 

 

QUANDO QUENTIN TARANTINO MI PRESENTÒ MIO PADRE: Il primo tributo a Anthony Steffen, RE del western europeo

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Fu grazie a Quentin Tarantino  che  potei apprezzare per la prima volta mio padre come Anthony Steffen sul grande schermo,  nel Settembre del 2007, quando fui invitato al Festival di Venezia per presentare Una lunga fila di Croci” di Sergio Garrone, durante una speciale retrospettiva western che il regista e scrittore americano aveva voluto per spararci in un sol colpo tutte le sue opere più amate del genere.

Antonio de Teffé, in arte Anthony Steffen, re indiscusso ma quasi dimenticato del cinema western europeo con ben 27 titoli da protagonista assoluto, era morto qualche anno prima, a Rio de Janeiro, abbattuto da un male assurdo, attorniato da una solitudine  spettacolare, quel tipo di sipario che  spesso cala come contrappasso redentivo su coloro che hanno battuto troppo i pezzi alla gloria del mondo per poi passare con affettata disinvoltura al lato oscuro.

Tarantino aveva ristabilito a Venezia Anthony Steffen tra gli indimenticabili, lo aveva prepotentemente strappato a una critica che lo aveva offeso,  deluso e troppo ridimensionato agli occhi del pubblico, perché artista non impegnato negli anni dell’impegno assoluto, e lo aveva adagiato su quel trono ideale che gli spettava a rigor di logica. Questo riposizionamento tarantiniano mio padre non se lo poté mai godere, ed ebbe sempre la strana sensazione di non aver fatto abbastanza perché mai  premiato dalla critica che osanna e dunque vergine di riconoscimenti intellettuali. Il suo orgoglio fu dunque perfettamente sabotato, ma questo fu in fin dei conti paradossalmente anche un bene:  l’uomo, era infatti nella vita privata anche più duro di ciò che rappresentava sullo schermo, e la critica che non conferiva coccarde gli diede anche la possibilità di rimanere con i piedi per terra e coltivare il suo lato più umano.

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Sergio Garrone e Manuel de Teffé

Quando nel 2007 al Festival di Venezia feci le veci di mio padre e  presentai grazie a Quentin il capolavoro assoluto di Sergio Garrone, fu lo stesso Sergio Garrone che mi abbracciò come un padre. Emozioni e colt: quell’estate bastò la semplice scelta editoriale di Tarantino per riabilitare in sol colpo le intere carriere di  Steffen e di Garrone, grande regista dimenticato adesso novantenne che ha appena riabbracciato il genio americano durante la prima romana di “Once Upon a Time in Hollywood” (Nemo propheta in patria sotto steroidi).

A più di dieci anni dal tributo di Venezia, finalmente, in collaborazione la francese Artus71276143_2594876097218565_496113510606962688_o film, ho la gioia di annunciare che siamo riusciti a realizzare per merito del disegnatore Curd Riedel che  ha curato tutti i contenuti, uno specialissimo cofanetto tributo a Anthony Steffen con “W Django!”, di Edward Muller, rimasterizzato in 2K: Blu Ray, DVD + un libretto di 96 pagine che ripercorre la parabola artistica e umana di un grande del cinema italiano, che dopo 67 film  ha deciso di ritirarsi per non bruciarsi le retine sotto i riflettori  e divenire cieco come il suo amico Totò. Una mia lunga intervista molto particolare,  traccia un profilo inedito di Antonio de Teffé/Anthony Steffen impreziosito da aneddoti surreali e foto mai pubblicate, una su tutti quelle del matrimonio con mia madre raggiante.

Il libro annuncia anche l’inizio di un progetto al quale sto lavorando con grande emozione come regista e scrittore, dal titolo “Django begins”, che narra le indimenticabili avvenuture di Anthony Steffen in Almeria nel 1968, film che ho rivelato per primi a Castellari e Garrone, ancora in fibrillazione per il progetto.

Nato all’ambasciata brasiliana a Roma di Piazza Navona, Antonio de Teffé aveva per caso intrapreso la carriera cinematografica come  “runner” in Ladri di Biciclette del grande De Sica. Siccome era un bello e la madre si era giocata a poker un Castello a Castiglion della Pescaia, e il padre Manuel de Teffé mio omonimo, era un campione automobilistico brasiliano che non aveva molto tempo per suo figlio, papà fece fulcro sulla sua bellezza virile per entrare nel mondo dello spettacolo e marchiarlo con la sua presenza di VIR, come si definiva lui. 60681708_2372697509436426_5071463336911044608_o

Il Western gli arrivò come un gancio dal cielo quando, a metà anni 60, durante la crisi, compreso  il vizio italico di saltare  sul carro del vincitore senza sporcarsi le mani,  Antonio de Teffé si cambiò il nome in Athony Steffen, si mise in testa un cappellaccio e si fece fare da mia madre una foto in bianco e nero da cowboy per poi spedirla a tutte le produzioni romane. Moriva il brillante Antonio e sorgeva uno spietato Anthony, spariva de Teffé e montava in sella Steffen.  Succubi di un onomatopea altisonante che  doveva nascondere una misteriosa fama stellare, tutte le produzioni lo chiamarono immediatamente e papà iniziò a girare un western dopo l’altro: talmente duro, che volevano solo lui, talmente  ingenuflesso, che doveva avere sempre ragione a prescindere, tant’è che Leone gli preferì alla fine Eastwood.

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Antonella Caramazza La Lomia e Antonio de Teffé

Per la carriera, lasciò mia madre e si consacrò all’arte, ma scoprì 20 dopo di aver fatto qualche errore micidiale che rimpianse sino alla fine: il finale di La La Land,  è la copia carbone della storia dei miei genitori. Tuttavia, mia madre lo aveva perdonato e, grazie al balsamo di quel perdono immeritato, mio padre conservò una sua originale lucidità umana. Mamma, il giorno che seppe che il suo amore stava per morire a Rio de Janeiro circondato dal nulla, nonostante fosse 15 anni più giovane, invecchiò istantaneamente di altri 15 anni e decise di morire anche lei lasciandosi andare qualche anno dopo, “come corpo morto cade”.  “In realtà sono una donna felice”, mi disse sul letto al Policlinico Gemelli, “Perché ho sposato l’uomo che amavo e ho quattro splendidi figli: ho avuto tutto”.

La nascita  al cielo di mio padre segnò una settimana indimenticabile. Quando papà ci urlò per telefono che stava male, arrivai a Rio appena in tempo  con mio fratello Luiz, giunto qualche giorno prima in avanscoperta per vedere se era tutto vero:  Django il Bastardo stava realmente su una sedia a rotelle, la maschera d’ossigeno e respiri alla Darth Vader, tanta rabbia nel cuore e persone infide e caricaturali attorno.  Come piccoli Skywalker provammo a combattere ugualmente contro la sua  cattiveria imperfetta, facendoci strada a colpi di machete nel suo passato ribelle. Feci arrivare un prete carioca per l’estrema unzione e, una volta blindatagli l’anima, gli mettemmo in grembo un laptop collegato a internet per fargli una sorpresa inaudita.

“Papà, ascoltami bene: questo è Google.  So che non sai cos’è, Luiz te l’ha  spiegato tante volte a Roma: tu scrivi qui sopra il tuo nome d’arte. Qui papà. Poi avrai una sorpresa. Non te lo ricordi? ”

“Oh! Manuel! Certo che ricordo chi sono! Papà è solo stanco!”

Django il bastardoAntonio de Teffé, ancora inviperito per aver suo malgrado subito l’estrema unzione e per un computer portatile bollente sulle ginocchia, si chinò su quello schermo luminoso e batté lentamente ANTHONY STEFFEN,  poi si bloccò, per un attimo il suo respiro si interruppe e gli occhi gli divennero quelli di un bambino di 6 anni divorato dalla meraviglia. Google gli stava caricando davanti il suo intero passato di una vita artistica:  i poster di tutti i suoi film, uno ad uno, tradotti in tutte le lingue del mondo, perfino in giapponese e finlandese, prendevano vita sotto il suo sguardo sbalordito:
“Una bara per lo sceriffo” (1965), “Perché uccidi ancora?” (1965), “Sette dollari sul Rosso” (1966), “Pochi dollari per Django” (1966), “Mille dollari sul nero” (1966), “Ringo il volto della vendetta” (1967), “Killer Kid (1967), “Un treno per Durango” (1967), “Gentleman Joe, uccidi” (1967) , “Il pistolero segnato da Dio” (1968), “I morti non si contano” (1968), “Una lunga fila di croci” (1968) , “Il suo nome gridava vendetta” (1968) “Uno straniero a Paso Bravo” (1968) “Diango il bastardo” (1969) “Garringo” (1969)  “Arizona si scatenò e li fece fuori tutti”(1970), “Arriva Sabata” (1970), “Un uomo chiamato Apocalisse Joe” (1970), “Shango la pistola infallibile” (1970), “W Django” (1971), “Lo credevano uno stinco di Santo” (1972), “Tequila” (1973)…Django il bastardo - poster Giapppnese

“Ho fatto tutto questo? Anche in Giapponese? Guardate il poster di Django il Bastardo in giapponese! Che fico… Vorrei chiamare Garrone. Ma forse è morto, meglio di no che poi mi mette tristezza. Sergio Garrone era un grande ma chi se lo ricorderà. Ah, e i preti qui non devono più mettere piede. Dicono cose strane.”

Papà passò un pomeriggio intero guardare e riguardarsi tutti i poster, migliaia, divenendo sempre più buono in viso, fino a ritrasformarsi definitivamente nell’Antonio che conobbe mamma. E noi lo ricordiamo così:  riunite  le  forze rimaste, guardò me e mio fratello Luiz formulando le ultime sue parole sensate mentre allungava le braccia dal letto, in alto, verso i nostri visi: “Amori miei” .

Sono passati quasi 15 anni da quel Giugno del 2004, e adesso spuntano nella mia vita gli amici che lo hanno amato davvero, persone come l’artista francese Curd Riedel primo promotore del Blu Ray tributo, i mitici registi italiani amati da Tarantino come Enzo Castellari e Sergio Garrone e molti altri.

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La mia ultima foto di mio padre a Rio

Persone  che me lo raccontano con gli occhi di chi lo ha conosciuto veramente, lontani da quella critica che Tarantino ha voluto criticare così elegantemente in “Once Upon a time in Hollywood” attraverso un sottilissimo dialogo  in macchina tra Brad Pitt e Di Caprio, uno scambio di battute quasi per gli addetti ai lavori che si interpreta esattamente al contrario e che suona più o meno così:

PITT: E’ un bel po’ che non faccio la controfigura a tempo pieno e per come la vedo io,  andare a Roma a girare dei film non è quella gran condanna a morte che a quanto pare tu pensi che sia. DI CAPRIO: Andiamo, hai mai visto uno dei loro western? Sono orrendi! È una farsa totale!  PITT: Sì? E’ quanti ne hai visti, uno? DI CAPRIO: Abbastanza, d’accordo? A nessuno piacciono gli spaghetti western…”

E voi? Quanti ne avete visti?

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Manuel de Teffé e Enzo Castellari

Uno?

“W django!”

“Django begins”.

Manuel de Teffé

Writer/Director

W Django – new release

8f47f7e65b4e824063b5c773e8643853Sto lavorando con la Artus film a una release speciale di “W Django”, film del 1968 di Edoardo Mulargia, con Anthony Steffen/Antonio de Teffé.

Il Blu Ray conterrà anche un libro biografia su mio padre con una mia intervista nella quale ricostruisco alcune aneddotiche che interesseranno gli appassionati. Un progetto molto emozionante che conterrà anche una sorpresa speciale… Molto speciale…

Manuel de Teffé

 

Gli eletti salutano per primi: le vertigini di un buongiorno. Come salutarsi offline ai tempi di Faccialibro – Da una società feudale a un’economia di relazione – VII parte

Quand’ero bambino, verso i dieci anni, feci la seconda più grande scoperta della mia vita.  La cristallizzazione di quella scoperta fu accelerata in seguito alla mia prima polaroid, regalo che probabilmente acuì il portafoglio di percezioni e deduzioni accumulate da dopo l’affrancamento Lines. Tuttavia, raggiunsi la completezza di tale acquisizione in quattro tappe precise.

1. Il dubbio romano Nel corso degli anni, scendendo ogni mattina con mio padre per via dei “Pinnacchi blu” notavo da lontano che  i vari negozianti, ognuno sull’uscio del proprio negozio, chi sguardo rivolto al vuoto, chi a biascicarsi una sigaretta, chi ad aspettare Godot,  si ritraevano in bottega prima che noi varcassimo la linea di riconoscimento sensibile, ossia quei dodici  metri in cui non puoi non balbettare un saluto di convenienza quando la tua esistenza sta per speronare un’altra, perché è chiaro che gli sguardi si stanno per incrociare ed è fisicamente impossibile non entrare in relazione. Per una psicologia che ignoravo invece, a 12 metri dall’entrata in area di barista, calzolaio, vinaio e fruttivendolo, ognuno di loro rientrava in negozio come per evitare un mutuo saluto. Come per non fare accaderlo, per non essere sottoposti al peso di una risposta scontata. Avevo la sensazione che io e mio padre pestassimo per terra, a un certo punto del marciapiedi, qualche bottone invisibile che attivasse un’energia di risucchio dal retrobottega. Arrivati dal pasticcere, sempre dentro a lavorare, buongiorno-buongiorno, si prendeva una pasta allo zabaione e si tornava indietro. Stessa avanzata, stessi rientri.

Con mia madre esperta in pubbliche relazioni, mio padre attore e una geografia di vorticose comunicazioni attorno alla famiglia, iniziai a percepire che esistevano italiani che vivevano nei loro mondi e, lentamente,  che gli italiani vivevano rinchiusi in altri mondi: era la società feudale che avrei teorizzato una volta a New York. Ma mi diedi tempo, continuai ad osservare il fenomeno finché la sua ripetizione negli anni non suggellò il convincimento che quanto avveniva non fosse affatto casuale. Quel giorno avevo 10 anni ed ero deciso a esporre il dubbio a mio padre, ma venendo lui a Roma una volta ogni 12 mesi, non avevo ancora molta dimestichezza con la relazione e non dissi nulla: avrei rimandato la domanda di ben 18 anni.

2. Realizzazione inglese Tuttavia, willy nilly, sviluppai nel tempo e senza sospettarlo la dipendenza da non saluto, e quando mi ritrovai a diciannove anni in vacanza in Inghilterra a Hemel Hempstead ospite dell’allegra brigata Massey (amici d’infanzia di mia madre), mi resi tristemente conto di come la mia più grande preoccupazione esistenziale fosse schivare la slavina mattutina dei “Good morning!” e degli “How did you sleep”. Non dimenticherò mai lo stato d’animo del primo risveglio da ospite. Mi recai in cucina a fare colazione, Simon, mio coetaneo, già seduto per il breakfast, con due fiocchi di granturco incollati ai lati della bocca mi apostrofò un cisposo : “Good morning Manuel, did you sleep well?” Risposi subito “buon giorno” ma tentennai sul seguito, ragionai sul fatto di aver dormito bene, una domanda fuori dall’evoluzione delle mie risposte…“Goodness, it was freaking cold last night!” Carburai un po’ cupo. “Plus it’s Summer, but yes I slept well, I had weird dreams though, you know?…” Mi sedetti, precipitai anch’io qualche conrnflakes nel latte ma fui poco dopo assalito dalla stessa domanda in bocca al fratello minore , che all’altezza del tostapane ripetè con la stessa inflessione: “Good morning Manuel! How did you sleep?” Clonai la risposta già data variandola leggermente verso la fine per non cadere in una scontata ripetizione. Quando mi entrarono entrambi i genitori:”Good morning Manuel!” Proclamò Eleonor .”Did you sleep well?”  Rincarò la dose John con aria inquisitoria. In quel momento Il latte iniziò ad avere un sapore amaro. I cornflakes nel cucchiaio divennero pesanti. “Good morning John,  Good morning Eleonor. I slept very well thank you, it was a lovely night. A very lovely night, thank you so much. And you? How di you sleep ? “ Pensavo di aver finito di scontare una pena sconosciuta, quando a ruota, ricevetti il colpo di grazia. Catherine, la terza figlia, chioma rossa selvaggia e maglione verde fosforescente, mi accoltellò col suo personale “Good morning, how did you sleep?”, ma con un brio che mi imponeva una risposta su misura. Rapida immersione nelle marianne del mio subconsio. Raccolgo il guanto. Emersione e Numero. Per un progressivo desiderio di originalità, onde non suonare banale, la intrattenni per dieci minuti spiegando come avevo passato la notte utilizzando il tappeto di finto orso bianco come seconda coperta, di come stavo quasi per staccare le tende verdi e avvolgermi come un bruco. Risero tutti mentre io facevo finta di divertirmi: in realtà stavo sperando disperatamente che Ben , il quarto fratello, si alzasse tardi o che non si alzasse affatto.

Il giorno dopo, al mio risveglio, tesi bene le orecchie agli spostamenti di passi nella casa, smistando mentalmente i movimenti di animali domestici dallo spantofolio umano, determinato a entrare in cucina solo quando tutti i Massey fossero già a tavola a nuotare tra i cornflakes, per evitare il martirio dei buongiornoaudidiuslip, napalm sui miei timpani. Un buongiorno collettivo sarebbe stato più che sufficiente. Ero forse diventato anch’io uno dei pii negozianti di via dei Pennacchi? Provavo forse lo stesso tipo di imbarazzo?  E se accadeva ciò, quali erano gli underpinnings di una psicologia che aveva timore di un semplice buongiorno? Lo avrei scoperto in Francia solo nove anni dopo.

3. L’epifania francese Ero nuovamente in vacanza, questa volta a Paray le Monial,  in Borgogna. Una mattina mi alzo e vado a fare colazione in un café. Il posto era gremito di ragazzi, prendo un “cappuccino”, un croissant e mi siedo. Arriva una ragazzina di 15-16 anni minuta e insignificante, mi si siede di fronte. Mentre sto per dare la prima mano di burro, sorride prendendomi alla sprovvista: “Bon jour, ça va?” Mi dicono 2 trecce bionde con una dolcezza che non meritavo. I was blown away: fu come se qualcuno mi avesse segnato un rigore da un’altra galassia… Vidi in quel buongiorno il centro della via lattea, sistole e diastole, Carl lewis che sfondava i duecento, il riflesso del lupo di Gubbio negli occhi di Francesco. Mi commossi profondamente: quella ragazzina non aveva detto buongiorno, era lei stessa il mio buon giorno, era la garanzia del mio buon giorno, l’assegno circolare di una giornata che sarebbe andata in porto. Capii dunque come tutti i buongiorno romani fossero stati evirati sia del giorno che del buon. Di come l’augurio per eccellenza, per pigrizia, si fosse assentato da sé sesso. La parola si era smagnetizzata dal suo significato, aveva fatto una crociera nei Caraibi e aveva lasciato il significato a casa a fare la maglia. Un po’ come la mano che ti si struscia sulla testa ma non espelle carezze perché il pensiero sgranchisce altrove i suoi neuroni. Tornai a Roma stupito e provai quel nuovo buongiorno senza che nessuno se ne accorgesse. Cercai di riallinearlo al suo significato senza farlo partire più dalle retrovie di una mia distrazione. Ma il significato si era ormai squantizzato dal termine e un mio buongiorno poteva dire qualsiasi cosa: ci volle del tempo prima che quella parola tornasse a significare tutto.

4. La spiegazione di Rio  Fu però a Rio de Janeiro, lo stesso anno a casa di mio padre, che capii definitivamente come stavano le cose. Era mattino, mi trovavo nel mezzo della mia permanenza in Brasile, quando si iniziano a fare i conti col pensiero del ritorno ma si spera  ancora che  l’incontro della seconda settimana, coltivato bene nella terza, possa sbocciare clamorosamente nella quarta. Quell’eccitazione da sabato del villaggio si agitò nello stagno delle mie memorie facendo riaffiorare un pensiero sepolto. “Sai papà, sin da bambino mi è sempre sembrato che i negozianti di via dei Pennacchi si ritraessero al nostro passaggio, come se avessero paura, non so, di essere obbligati a salutarci. Mi sembra proprio che a Roma la gente faccia fatica a dirti buongiorno. Ma perché?” Dall’altro lato della stanza, seduto su un divano di bambù, fiotti di sole alle spalle, in epica controluce, mio padre mi guardò sorridente con un caffellatte enorme tra le mani e disse.

“Gli eletti salutano per primi”.

(Anthony Steffen)

Manuel de Teffé

P.S. QUESTO ARTICOLO E’ DEDICATO ALLA MIA AMICA ANGELIKA, CHE TORNATA DALL’AFRICA, DOPO UN ESTENUANTE LAVORO NEI CAMPI PROFUGHI KENIOTI, SI DOMANDA DEL PERCHE’ QUI SI FACCIA COSI’ FATICA A SCAMBIARSI UN SEMPLICE BUONGIORNO.