La storia (vera) del giornale magico

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Lavoravo come direttore artistico in una nuova produzione vicino l’areoporto di Ciampino e ogni giorno prendevo il treno per raggiungerla, quasi sempre dopo aver comprato il mio giornale che puntualmente lasciavo sul sedile del frecciaspuntata prima dell’arrivo, tutto arruffato, affinché qualcun altro ne potesse godere la lettura. Quel giorno, finito di leggere il mio quotidiano, lo gettai come al solito sul sedile di fronte, tutto rigonfio di spiegazzamenti ignobili, e mi alzai per scendere, tronfio del fatto che qualche viaggiatore avrebbe trovato come sempre una lettura gratis. Passai in rassegna tutti i miei gratis scaraventati a gente sconosciuta e scesi modestamente felice. Ma quella mattina, colpita da una luce laterale, tutta quella cellulosa pullulante di inchiostri geniali mi si rivelò come massa accartocciata vagamente strafottente. Una certa bruttezza stava percuotendo la mia inaffidabile generosità mentre Il mio pensiero andò dritto al tizio/a che per leggerlo lo avrebbe dovuto prima inamidare e stirare per 10 minuti. Presi allora quel volume caotico tra le mani e nonostante il treno si stesse per fermare iniziai in tre botte a ridargli una forma sopportabile, poi una forma decente e, in lotta contro il tempo, provai anche a lavorare di fino riassestandolo in aspetto quasi primigenio. Quindi lo pressai con entrambe le mani sul sedile per stendere le più impertinenti rughe cartacee interne e mi gettai fuori dal treno. Mi sembrava di esser riuscito a ripiegare quel giornale battendo ogni record (come quando a scuola in tredici secondi trasformavo il serpentone in palla), e passai la giornata fiero di un atto sobriamente irrilevante. Ma fu il giorno dopo che compresi l’essenza fondamentale di quell’inutilità. Il giorno seguente arrivai infatti con un certo ritardo alla stazione Termini, all’edicola tutte le copie del mio quotidiano erano terminate e io salii sul treno come un cane bastonato. Iniziai mio malgrado un braccio di ferro con quel feroce disappunto quando, appena salito su un vagone immensamente vuoto, dopo una decina di passi, il mio occhio cadde su un sedile dove di sghembo c’era il mio giornale perfettamente piegato. Il mio giornale. Perfettamente piegato. Non ci potevo credere. Nessuno lo aveva ancora letto? Lo afferrai con una certa sorpresa… ma vidi che era il quotidiano del giorno, il mio quotidiano di quel giorno, piegato perfettamente, come stampato sullo stesso treno. Passai cinque buoni minuti con con quella carta sulle ginocchia e mentre la guardavo con stupore, ripercorrevo tutti i pensieri dal giorno prima fino a quel momento commosso: era indubbiamente un regalo per me. Fu allora che capii per sempre, senza possibilità di equivoci, che gratis non è abbastanza.

Manuel de Teffé

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Sconnessi, il nostro film arrivato all’ottavo posto nel box office italiano

Stamani, abbiamo avuto la bella notizia che dopo il primo week end, il nostro “Sconnessi” si è posizionato all’ottavo posto del Box Office nazionale. Complimenti a tutti: notevole per una produzione indipendente un risultato di simile portata. Vediamo di continuare la scalata. Qui sotto il poster acquarellato che ho disegnato.  Manuel de TefféPaper.Quaderno.279.png

“SCONNESSI”: Finalmente nelle sale italiane il 22 Febbraio

La data di lancio è il 22 Febbraio: Finalmente “Sconnessi” di Christian Marazziti, vedrà la luce ufficiale tra qualche settimana. E’ un film spassoso, che consiglio a tutti, non perché ci ho lavorato ma perché fa veramente riflettere e inchioda il nostro Zeitgeist in modo ammirabile. Il film narra di una famiglia che si ritrova in vacanza improvvisamente senza internet…Con colpo di scena finale immancabile. E’ un film nel quale sono stato intercettato  come regista della terza unità. Esatto, per i non addetti ai lavori…Il film è una cosa grande…A volte per guadagnare tempo un regista si serve di altri registi. E’ stato un enorme sforzo da parte di Christian, col quale mi trovo per la seconda volta a collaborare.  Prodotto dalla Camaleo, il film è distribuito dalla Vision Distribution e annovera un Fabrizio Bentivoglio in grande spolvero. Attenti ai piccoli protagonisti…Domani saranno dei grandi…  Manuel de Teffé

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Vobe

Finally: The “Vobe” app has just been launched and the ad I wrote and directed officially released. Thanks again to everybody. Made in Monmartre. Enjoy!

https://www.vobeapp.com/

http://www.wuv.de/digital/vobe_messenger_stayfriends_gruender_fordert_whatsapp_heraus

Vobe - Articolo

Girare uno spot a Parigi con un cast perfetto


Bubbles
Ho appena concluso le riprese di uno spot per un’applicazione telefonica dal nome in codice provvisorio Bubbles. Il produttore mi ha detto di girarlo a Los Angeles, ma ho pensato che andando a Parigi avrei trovato…visi globali. E così è stato. Avevo perennemente in testa le parole di Ridley Scott: “Il cast è tutto”. Infatti, gran parte dell’energia è stata spesa nel trovare visi che potessero tradurre la sceneggiatura che avevo congegnato..Ecco, un saluto e un grazie di cuore a tutti. Torno in sala di montaggio.  Manuel de Teffé

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Manuel de Teffé with his entire “Vobe” team in Paris

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CRISTIADA – Italian release

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FINALMENTE,

a diversi anni da uno dei lavori più duri e allucinanti della mia vita, esce nei cinema italiani “Cristiada”, meglio conosciuto negli USA e nel resto del mondo come “For greater Glory, film storico messicano, con Andy Garcia, Eva Longoria e Peter O’Toole. Lavoro duro perché, essendo io  scrittore/sceneggiatore  non ancora conosciuto come tale dall’industria, sapevo che dovevo calare un asso,  e allucinante perché quando si tratta di studiare la “subject matter” di un paese che non è il tuo, devi arrivare a una proprietà narrativa talmente impeccabile che finisci con l’avere sogni lucidi a manetta, scorgendo accenti decisamente messicani anche negli scrosci di un pannolino che cambi a tua figlia.

Ma andiamo con ordine. Quattro anni or sono il produttore messicano Pablo José Barroso mi chiese dunque di scrivere un trattamento epico per un  clamoroso film che aveva in mente: riportare alla luce una pagina di storia dimenticata del suo paese: “la guerra dei Cristeros”. Questo evento oscurato dai libri di storia gli aveva tolto il riposo e Pablo, decise un giorno di rinunciare ai suoi supplementi di melatonina, prendere in mano la produzione di un film assolutamente folle, e mandare a quel paese le avvizzite logiche produttive in voga.

Entusiasmato dalla missione impossibile affidatami, mi rinchiusi in Germania in una stanza e passai al setaccio tutti gli archivi online del TIME magazine dagli anni 1926 al 1929, lessi tutti i libri sull’argomento possibili, vidi tutto il materiale visivo disponibile, indossai infinite taglie di sombreri e cavalcai  cavalli di vinti e vincitori. Dalla mia finestra  scorgevo neve gelida e e visi teutonici inespressivi, ma in quella stanza avevo costruito un imponente Stargate sul Messico che oltrepassavo giornalmente per rivivere al galoppo 6 anni di furiosa storia messicana.

Per chi non ha dimestichezza col gergo cinematografico, ricordo che il “trattamento” è una mappa stellare della sceneggiatura, una versione della sceneggiatura senza dialoghi. Ne dovevo produrre uno grandioso, non potevo fallire.  Scrivevo, disegnavo storyboard, giravo col sombrero per casa, imparavo espressioni messicane che molto si discostavano dallo spagnolo studiato, sceneggiavo e coreografavo scene di battaglia a cavallo inventandomi prospettive desuete e riprese virtuosamente assurde. Ancora non lo sapevo ma stavo progettando la GoPro.

Dopo 4 mesi, consegnai finalmente  il lavoro a Barroso ( Non senza prima averlo fatto leggere al conte Alexander Stolberg, fine conoscitore della Settima Arte, e avuto da lui medesimo l’avvallo) e mi riposai per 3 mesi, aspettando scalpitante di ricevere lo screenplay dallo sceneggiatore americano. E’ Il cinema: una catena di montaggio dove ognuno ha un ruolo scolpito nella pietra. Dopo altri 4 mesi  ricevetti la sceneggiatura finale, opera che si discostava un po’ dalla mia visione, ma ero comunque  contento di aver dato il mio contributo a un film che reputo storicamente importante. Finalmente potei smontare il mio Stargate, che era divenuto davvero ingombrante per le dimensioni del mio studio, e misi in cantina sombreri, galoppate, storyboard e tequila non bevute.

In soldoni la storia è questa, e dal momento che non riesco ad essere politicamente corretto ve ne do adesso una versione “Ad usum delphini” ma brutale:

quando il governo messicano di vilissimo stampo autoritario limita fortemente le libertà religiose del proprio popolo deportando interi ordini religiosi etc. etc. parte della popolazione messicana scende nelle catacombe, un’altra cerca un infruttuoso dialogo intellettuale col governo illuminato, e una terza, più esasperata che mai, prende le armi per combattere il proprio governo. Guerra civile galore.cristeros

I libri di storia, subdolamente riscritti dai vincitori apparenti, levarono perciò anni di sonno al signor  Pablo Barroso che, come accennavo, si tolse i supplementi di melatonina e decise di produrre un film per  far vedere tutto ciò che era stato oculatamente nascosto. Quando a due anni dalle riprese, Pablo mi mostrò in un hotel fiorentino la prima versione del trailer di “Cristiada”, ancora senza correzione colore, ma molto molto potente, mi commossi. Ci commuovemmo. Rividi molte cose che avevo messo nel trattamento, non vidi molte cose che avevo messo nel trattamento. Ma questo è il cinema: un’eccezionale e impietosa catena di montaggio.

AndyTuttavia il film non era ancora finito: adesso Pablo doveva riuscire nell’opera più tremenda, quella più devastante: la distribuzione di un film storico di cui sulla carta non ce ne potrebbe importar di meno. E qui, come mi piace ripetere sempre: “La provvidenza ti intercetta a metà strada” (Vero Carola?)…Il film era fatto… e… insospettabili interessi verso l’opera cominciarono a smuovere le acque permettendone la distribuzione nelle americhe. “Cristiada” vanta del resto, la migliore interpretazione sullo schermo di Andy Garcia, talmente maestosa che facilitava notevolmente il compito della grande distribuzione.

Il mio contributo in “Cristiada” non era però ancora giunto al termine:  misteriosamente operai anche nella distribuzione del film. Le impenetrabili terre di Francia e Italia si sfaldarono grazie ad alcuni miei amici che come Pablo, non digerivano l’assenza dai libri di storia dei medesimi accadimenti e, tutti desiderosi di far emergere una verità cruda ma storica, si caricarono sulle spalle l’onere di una distribuzione strategicamente improbabile.

Il mio audacissimo amico amico Hubert de Torcy lo ha distribuito l’anno scorso su territorio francese, mentre la mia spericolata amica Federica Picchi lo piazza adesso su territorio italiano con la sua Dominus Production, scinepattonando finalmente i bastioni del deserto cinematografico nostrano.

Come al “Milite ignoto”, una menzione d’onore la voglio far scattare a fine articolo anche verso “L’artista ignoto”: è il quarto amico, un amico che per 6 mesi ha passato giornalmente insieme a me quello Stargate personale che mi ero costruito sugli altopiani messicani.

E’ un amico compositore, mi scriveva i brani musicali per le scene che buttavo giù, per aiutarmi a dare un’anima  migliore a ciò che scrivevo. Cercai di “imporlo” come autore della colonna sonora di “Cristiada”, ma logiche industriali ciclopiche tolsero all’ultimo momento a me la regia e a lui la colonna sonora.

Si chiama Gabriele Croci,  è tra i 10 migliori compositori italiani (e ancora non costa molto perché non conosciuto)

Grazie a tutti ragazzi, per il vostro coraggio:  grazie Pablo, grazie Hubert, grazie Gabriele e grazie a Federica Picchi, che in questo momento sfavilla  tra una sala e l’altra con 12 prime da monitorare. Ci vediamo alla prima romana il 12 Dicembre alle ore 21, Cinema UCI, Porta di Roma.

I love you all,

EvaManuel de Teffé

Director/Writer

Rossella Falk e la giusta distanza.

Rossella FalkRossella Falk. Attrice. Roma 10 novembre 1926 –  Roma 5 maggio 2013

Ieri, nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, lo Sato maggiore del teatro italiano porgeva l’ultimo omaggio a Rossella Falk: Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Andrea Giordana, Gianfranco Jannuzzo, e tutte le persone più affezionate a Rossella insieme ai carissimi familiari. Io ero particolarmente commosso: è partita un’artista alla quale il mio inizio professionale è stato legato a doppio filo.

L’ansa del 5 Maggio recita così: È morta oggi a Roma Rossella Falk. Nata nella capitale 86 anni fa, attrice prediletta da Fellini e da Visconti, musa ispiratrice delle commedie di Giuseppe Patroni Griffi e di Diego Fabbri, compagna d’arte di Romolo Valli e Giorgo De Lullo, è stata una delle grandi signore del teatro, ricordata come «la Greta Garbo italiana».

Con Rossella iniziai a muovere i primi passi nel mondo dello spettaccolo al teatro Eliseo di Roma lavorando nel 1995 come suo assistente alla regia in “Anima Nera” di G. P. Griffi diretto dalla stessa Rossella, e nel 1996 in “Master Class con Maria Callas” di T. Mc Nally diretto da Patrick Guinand “diretto” a sua volta da Rossella. Catapultato dall’accademia di Belle Arti a teatro, ebbi la fortuna di poter cominciare a lavorare con una delle prime donne dello spettacolo italiano e un entourage indimenticabile. Per questa gavetta d’oro voglio ringraziare ancora Gianni Battista per la fiducia datami. L’aria artistica che respiravo era di altissimo livello e ricordo ogni giorno con una chiarezza e affetto estremi. I miei copioni straripavano imbastiture sceniche, il mio compito era di ricordarle tutte come una time machine.

Ricordo particolarmente la prima di “Master Class con Maria Callas” a Roma. La sera del debutto, durante il ricevimento a casa di Rossella, ricevetti in regalo una sciarpa di un colore mai visto: era il suo modo di ringraziare chi lavorava con lei, tutti ricevemmo un regalo. Passai numerosi inverni con la Falk attorno al collo senza incontrare nessuno con una sciarpa di quel colore, la qualcosa diede ineffabile valore aggiunto a quel regalo.

Per verificabilissime leggi prospettiche, quando qualcosa  è troppo vicino ai tuoi occhi, non lo vedi. Si deve creare una certa distanza, l’oggetto si deve allontanare un po’ dal tuo sguardo  perché tu possa apprezzarne interamente la  presenza.  La stessa cosa avviene con la triste dipartita dei nostri cari. Quella distanza abissale che si crea diventa la giusta distanza che ci permette di metterli improvvisamente a fuoco: l’extreme close up al quale eri abituato è presto assorbito da una figura che si fa intera e più comprensibile. Allo stesso modo,  mi sembra di vedere meglio Rossella Falk adesso di quando lavoravo con lei all’Eliseo.

Mi avvicino a lei con gratitudine, prima che chiudano la porta e la macchina parta. Un’ultima preghiera con la mano accanto alla targa dorata col suo nome…  “Rosa Falzacappa”… leggo con meraviglia…Oh Rosella! Ti chiamavi così, non sapevo.

Rosa,

grazie per quei due anni e per quei colori mai visti,

Con affetto, Manuel

MERITOCRAZIE BLINDATE e FADE IN ITALY: Come ci siamo smarcati dal ricambio generazionale e abbiamo assunto i meno efficienti.

l’italico leit motiv “In Italia non c’è meritocrazia” ci ha portato negli ultimi 20 anni a un cortocircuito dialettico surreale. Abbiamo comprato un concetto a scatola chiusa e lo abbiamo trasformato in mantra da salotto. Suonava estremamente fico. E quando qualcosa andava storto come non mai,  “In Italia non c’è meritocrazia” è stata la nostra panacea, un assist dal subconscio al nostro alibi più  grande.  “In Italia non c’è meritocrazia”: la più insistente menatura del can della nostra storia, un ottuso “beating around the bush” su scala peninsulare,  la tronfia matrigna di tutte le giustificazioni.  Questo cappuccino fa schifo, IN ITALIA NON C’E’ MERITOCRAZIA. E affermandolo, ci siamo sentiti più grandi. La Crazia ci stordiva a tal punto da farci provare per anni compiacimenti oscuri quando rimasticavamo il concetto con sussiegosa rassegnazione davanti alla signora che si lamentava del figlio disoccupato.

 Perchè Dire “Signora mia in Italia non c’è meritocrazia”  è  un “non sequitur” di proporzioni ipnotiche:  in Italia ce ne sono mille di meritocrazie. Tutte blindatissime e stagnanti; è una  meritocrazia così blindata che  ha invitato per  settant’anni i suoi figli a meritare altrove.

Adesso, se vogliamo sradicare un problema, dobbiamo individuare la causa del problema, non possiamo cristallizzarne dialetticamente l’effetto spacciandolo come problema. E il problema non è “in italia non cè meritocrazia”, quello è l’effetto, perchè la causa che storicamente ha generato la blindatura di tale meritocrazia è stata omessa. Vediamo dunque di ristabilire un’elementare cronologia tra causa ed effetto.

L’Italia è una SOCIETA’ FEUDALE AVANZATA. CAUSA. Società feudale perché ereditando storicamente la propria struttura dai feudi, ha trasferito a raggiera lo status quo di quella società chiusa su ogni punto del suo tessuto sociale, psicologico, culturale ed economico. Avanzata, perché abbiamo traslato questa mentalità anche su internet (difficilissimo avere ancora una risposta ad una email, si finge non siano arrivate). Diventati una nazione, uniti nel bene e nel male, abbiamo conservato una psicologia da bunker, sempre guardinghi se qualcuno tenta con noi un qualsiasi tipo di contatto professionale. Dopo il sisma delle due guerre mondiali, ci siamo nuovamente rinchiusi e divisi perfettamente, passando il tempo a marcare i nostri territori. L’illusione della televisione ci faceva sentire una nazione, ma la vocazione dal manager all’impiegato  è stata sempre quella di difendere la posizione acquisita finché morte non ci separi: ogni postazione libera veniva poi rioccupata per partenogenesi o cooptazione. La ruota veniva dunque girata dagli stessi criceti, qualora svariati speedy gonzales si fossero messi in luce, la blindatura della meritocrazia del sistema neofeudale li avrebbe invitati subito a partecipare altrove i propri talenti.

Pezzo di carta, posto fisso e catenaccio divennero presto i capisaldi emblematici dell’immobilità nazionale.

La società italiana si affrancava così diabolicamente dalla realtà del ricambio generazionale, perno quintessenziale di ogni sana economia dirompente. I vecchi videro nei giovani i loro più acerrimi nemici, la figura americana dell’uomo mentore non decollò mai, e l’impenetrabile assetto neofeudale  fece attecchire uno spontaneo sentimento di invidia nei confronti di chi avrebbe potuto meritare qualcosa di grande in relazione alle proprie capacità, nei confronti di chi iniziava ad avere le carte giuste per entrare in questo o quel feudo verso il quale lo indirizzavano automaticamente i propri talenti… Ma per entrare nel sistema non erano utili  le qualità individuali; Il sistema aborriva la gente di talento, solo gli inefficienti avevano porte spalancate, poiché una volta entrati non avrebbero costituito minaccia alcuna per nessuno.

Estratto di un dialogo dalla “Grande Guerra” di Mario Monicelli :”Da questo momento silenzio assoluto: spegnere tutti i fuochi e le sigarette. Mandi un paio di uomini per portare un messaggio alla batteria i Pagliai, scelga i meno…insomma i  meno efficienti.”

Per non morire della meritocrazia altrui, gli italiani cresciuti fuori dai vari feudi meritocratici, quelli efficienti ma senza le giuste conoscenze,  iniziarono così a varcare i confini nazionali, dove si resero conto che per farcela non dovevano conoscere nessuno, perché la società era aperta e mobilissima.  Per buttarla in caciara e drammatizzare la situazione, qualche giornalista  bollò questo fenomeno come “Fuga dei cervelli”, un altro concetto ganzo e depistante per fare bella figura coi lettori, ma in realtà non fuggiva nessuno.  Era il sistema feudale meritocratico autoreferenziale che non facendo entrare in circolo energie nuove le espelleva come fossero virus: la fuga di cervelli era semplicemente un’ emorragia di esseri umani.

Senza rendersene conto, l’Italia mandava al confino un’altra Italia che si riorganizzò in Sudamerica, negli USA, in Australia, in Germania. nacque così il nuovo italiano all’estero, che lontano dalla forza di gravità italiana come Superman da Kripton, scoprì attonito di avere superpoteri: tutto, ma proprio tutto era straordinariamente semplice lontano dalla madrepatria .

Individuato dunque il problema italiano nella società feudale e autoreferenziale  impermeabile ai meriti esterni, vediamo cosa accadrebbe se domani mattina esplodesse  LA MERITOCRAZIA.

Se l’Italia si trasformasse domani in repubblica meritocratica,  non avendo ancora esorcizzato la causa numero uno che ne attanaglia lo sviluppo, accadrebbe qualcosa di paradossale.  Perché una meritocrazia innestata a freddo in una società feudale porterebbe a un assurdo incancrenimento dello status quo, potrebbe anche dare adito a una sinistra dittatura dei meritevoli che, una volta arrivati meritoriamente alle proprie postazioni, non vedrebbero più alcun motivo per allontanarsene, per lasciare un giorno il posto generosamente a X.   Esattamente come prima: meritocrazia a ricambio generazionale zero.

Questa è la storia vera di come il Made in Italy abbia lasciato il posto anno dopo anno al Fade in Italy.

In sintesi, abbiamo detto per vent’anni  “in Italia non c’è meritocrazia ” perché abbiamo voluto fare bella figura e stare a posto con la nostra coscienza, senza  sapere che non parlavamo del problema ma del suo effetto, un errore di valutazione che ci ha consegnato al disastro attuale chiavi in mano.  In realtà il concetto preciso è: in Italia non c’è mai stato un ricambio generazionale spontaneo, e ciò è stato impedito da una società feudale dove tutto diventava casta intollerante verso  un organico rinnovamento dall’esterno.

La chiave sta dunque nella sfeudalizzazione della nostra società mediante un ricambio generazionale sereno e spontaneo. Ma per innescare questo processo di sfeudalizzazione bisogna promuovere una nuova cultura che abbiamo scartato aprioristicamente, quella della generosità nel senso più ampio del termine, e le generosità è una delle caratteristiche dell’eccellenza.

Dedicato a tutti gli scardinatori culturali del sistema, in primis agli amici del Forum della meritocrazia, http://www.forumdellameritocrazia.it, che con la loro attività straordinaria stanno facendo un eccellente lavoro di gutta smantellando centimetro dopo centimetro la mentalità di una società blindata.

Tante gocce contro una Lapidem.

Questa, la mia gutta.

Manuel de Teffé

Director/Writer

“LA MIGLIORE OFFERTA”: IL CINEMA ALL’ENNESIMA POTENZA. Come Tornatore firma il suo “8 e mezzo” e riscrive la settima arte.

Non ricordo.

Non ricordo di aver mai visto nessun film che per intensità narrativa, follia drammaturgica e maestosità attoriale abbia innalzato così in alto la “Suspension of disbelief” da fare impallidire la storia del cinema in toto. Padrini, Cuculi, Kane e Straniamori hanno già accusato il colpo, spodestati in massa da un quadro caduto a terra, un boato che ripercorre e doppia tutta la storia dei colpi di scena di qualsiasi arte.

I capolavori del cinema di tutti i tempi si sono infatti appena resi conto, uno dopo l’altro, di non esser mai riusciti in realtà a osare un “twist in the plot” di simile caratura. Nessuno di loro ha scassinato l’animo umano andando a parlargli in modo così vertiginosamente intimo mettendo il dito nella piaga fino all’attaccatura della spalla. Nessuno è mai riuscito a escogitare un colpo di scena così organico e saturo di metafore da rimettere in riga tutte le più belle metafore che memoria umana ricordi.

Perché “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore è anche la migliore offerta del cinema italiano degli ultimi 30 anni, la più grande prova d’attore di Goffrey Rush, la maturità totale del regista siciliano. Un film che segna la “fine” della carriera di Tornatore come “8 e mezzo” segnò l’inizio e la fine di Fellini.  Accade infatti che l’artista produce il suo capolavoro in stato di grazia e che il capolavoro plachi per sempre e inconsapevolmente l’artista il quale, da quel momento in poi, creerà sì film magistrali, ma senza mai poter riaccarezzare quel culmine, vetta che per una legge misteriosa e provvidenziale è dato umanamente di poter lambire una sola volta a ognuno di noi, come Carl Lewis vinse i quattro ori in una sola olimpiade e amen.

Samuel Taylor Coleridge, fine poeta inglese e famosissimo oppiomane, spiegò nel 1800 una volta e per tutte la differenza che passa tra prosa e poesia, e lo così fece spartanamente da mettere a tacere per sempre qualsiasi speculazione sul tema. Un giorno, probabilmente in stato di grazia e obnubilato dal fumo, disse con toni disarmanti che la prosa erano le parole nel loro miglior ordine, e la poesia le migliori parole nel loro miglior ordine. Concetto migliore non gli riuscì più. E qui, di poesia si tratta, perché a livello musicale, “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore sono esattamente gli ultimi 3 minuti dell’Estate di Vivaldi: le migliori note nel loro miglior ordine.

Per sbarazzarsi dell’atmosfera di un film simile, sempre ce ne si voglia sbarazzare, l’unico trucco da adottare sarebbe quello di rinchiudersi in una stanza e spararsi senza pietà tutti i film di Alvaro Vitali: solo l’opera omnia di Pierino a loop demenziale potrebbe scartavetrare infatti una simile memoria.

Ricordo molto bene la prima volta che conobbi Tornatore. Una mia ex fidanzata, assunta come comparsa ne “La leggenda del pianista sull’oceano”, mi invitò sul set durante la scena del ballo. Andai a farle visita a Cinecittà, conobbi Tornatore, gli strinsi la mano e gli feci velocemente i miei migliori auguri per il film. Come regista non ho mai amato dilungarmi con altri registi mentre stanno lavorando, perché la cosa disturberebbe anche me. Ciò che quel giorno mi rimase più impresso non fu il set in sé stesso né il dispiego disumano di energie tecniche, ma lo sguardo sereno e umile dell’uomo Tornatore. Serena umiltà che ho ritrovato anni dopo anche nello sguardo di un mio amico, che guarda caso è stato scelto proprio da Tornatore come operatore de “La migliore offerta”: Fabrizio Vicari. Visto il film chiamo Fabrizio il giorno dopo e lo butto giù dal letto all’alba.

M: Fabrizio ma ti rendi conto di cosa hai fatto?

F: Che cosa? Che è successo?

M: Hai girato un capolavoro, tutte inquadrature perfette, asciuttissime, non ne hai toppata una.

F: Ah, l’hai visto?

M: Si. Capolavoro assoluto.

F: Ma dai…Ti è piaciuto?

M: Capolavoro assoluto. Adesso puoi anche andare in pensione.

F: Ah, sono contento…Mi fa piacere. A volte i film che fai ti sono così davanti che non sai più…Ci vivi troppo dentro. 

Sul film non voglio aggiungere nulla, qualsiasi altra parola spesa a riguardo sarebbe portatrice sana di spoiler.

Il punto sul quale l’opera mi ha fatto però riflettere è quella che io chiamo “Legge della compensazione”: ciò che fai o non fai ti ritorna sempre indietro a boomerang con interessi composti.

Per quanto riguarda la genesi di un capolavoro sono invece giunto a una conclusione. Non ho più dubbi: umiltà e vera arte vanno di pari passo.

L’opera presuntuosa gronda i “mamma guarda quanto sono bravo”, mentre l’artista umile si rende conto negli anni che l’arte, la sua arte per la quale ha combattuto e dato la vita, non è esattamente tutto, soffre terribilmente di questa realizzazione e cessa di tallonare il capolavoro. Forse è più appagante quella verità che affiora sulle labbra dei tuoi cari amici una sera a cena, lo sguardo imperioso di una figlia raggiante, la calma dopo tutte le tempeste. E in quel momento ridimensiona l’arte e abbraccia il suo lavoro con sublime serenità: ha scoperto a caro prezzo che la sua adorata pittura, scrittura e musica non sono altro che una seconda lingua donatagli per parlare meglio al mondo di cose fuori del mondo; quell’istante unico dove il divino trova uno spiraglio nell’ego dell’artista ed entra in punta di piedi nel suo lavoro guidando il pennello di Michelangelo, che affranto sotto la Sistina ha improvvisamente la sensazione, commosso e grato, di non essere più solo.

Un’ultima cosa: Tornatore, grazie. E ad maiora. Ma sì, ad maiora.

Manuel de Teffé

 

 

 
 

L’HOBBIT. Come l’effetto Cocktail party neutralizza il 3D. L’invasività della terza dimensione e la reazione del sistema nervoso.

THE HOBBIT: AN UNEXPECTED JOURNEY

Con buona pace dei critici, Peter Jackson ha ragione: dopo 20 minuti l’occhio si abitua agli iperrealistici 48 fotogrammi al secondo dell’ Hobbit contro i canonici 24 del cinema come lo conosciamo fin’ora, ma non aveva tenuto conto che questa verità si riversa anche sulla tecnologia 3D rendendola sostanzialmente inutile. Proprio perché lo stesso occhio, oltre ai 48 fotogrammi al secondo, si abitua inesorabilmente anche al 3D. Ed è dimostrato dal famoso effetto Cocktail party, scoperto nel 1953 da Colin Cherry dell’Imperial College , University of London  ( http://www.ee.columbia.edu/~dpwe/papers/Cherry53-cpe.pdf) , effetto che prova come  in una situazione caotica il cervello capti solo i segnali che lo interessano. Nella situazione caotica di un film d’azione in 3D, al cervello umano interessa infatti sempre e fondamentalmente la storia per la quale abbiamo pagato il biglietto…E se la storia non c’è, il cervello si concentra per entrarci dentro comunque, con la stessa determinazione di un indio che avanza in una foresta fitta a colpi di machete, smantellando gli orpelli visivi  uno ad uno per cercare la strada verso la storia.

Ci abituiamo a tutto. Tranne alle storie che non funzionano. Ci abituiamo al 3d, abitueremo al 4d e ci renderemo conto che il cinema tradizionale a 24 fotogrammi al secondo slavato, difettoso, graffiato e scattoso, se dotato di una buona storia farà sempre la differenza. 24 onirici fotogrammi al secondo contro i 48 soap operistici proposti da Jackson? Polemica sterile. Ogni regista è libero di scegliere quanti fotogrammi al secondo vuole al servizio dello stile narrativo che vuole adottare. Il punto non è questo, il punto è l’invasività del 3D e la reazione del nostro sistema nervoso centrale.

COME  IL 3D RIDIVENTA 2D Vedendo l’Hobbit ho calcolato che Il 3D ha effettivamente una durata media di 20 minuti; una ritensione di 20 minuti nella fase attiva del nostra consapevolezza. Dopo i primi 10 minuti di stupore in cui il cervello si gingilla nella fantasmagoria delle diverse profondità di campo, a poco a poco le sinapsi del sistema nervoso centrale si riorganizzano, metabolizzano il 3D e  nei successivi 20 minuti ribidimensionalizzano il film per non farci impazzire: Il re è nudo, resta solo la storia per quel che è, scevra di prologhi, farfalle che svolazzano a un centimetro dal naso e inseguimenti infiniti.

LA VISIONE OMBROSA DEL 3D Un’altro punto del film che mi ha letteralmente stupito è che l’Hobbit ha una fotografia costantemente leggermente sottoesposta… Più di una volta ho alzato gli occhiali 3d per controllare lo schermo ad occhio nudo. Ma l’immagine sullo schermo era esposta correttamente, perfetta. Indossavo nuovamente gli occhiali e tutto diventava più scuro, come fosse sempre  sottoesposto di uno stop e mezzo. Le lenti 3D infatti, non sono cristalline ma leggermente scure, tridimenzionalizzano la visione e la scuriscono allo stesso tempo. Ovviamente la pupilla finisce per abituarsi e dilatarsi, resta però il fatto che affronta la visione di un film di tre ore sotto continuo sforzo. I direttori della fotografia sono dunque di fronte a un grande dilemma, sovraesporre di uno stop il girato onde rinormalizzarlo durante la visione in 3d attraverso gli occhiali o esporlo correttamente per una successiova distribuzione in 2D ma rendere leggermente più “spenta” la visione nelle sale. Il problema è quando si gira in interni. L’intera sequenza  notturna in casa casa del protagonista prima della partenza, per esempio, è una tortura visiva indicibile a causa di quell’ulteriore diaframma posto dagli occhialetti….oltremodo buia e claustrofobica, nonché narrativamente goffa.

PERCHE’ IL 2D E’ IL VERO 3D E’ sempre la potenza della narrazione a sancire la “Suspension of disbelief” arpionando neuroni uno dopo l’altro e archiviandosi per sempre nella nostra memoria. il 3D è qualcuno che mi balla il tip tap sul tavolo mentre sto leggendo un libro. Non c’è bisogno del tip tap, se la storia mi ha già preso, il tip tap è scomparso. Con la coda dell’occhio vedo due piedi sfocati che continuano a ballare il tip tap accanto a me, ma non ne sento il rumore:  il mio cervello sta avanzando a colpi di machete verso il nucleo della storia, sento solo i colpi di machete. La verità è che un buon 2D è sempre stato 3D, dall’inizio della prima storia narrata al primo uomo; e che il 3D viene in realtà sintetizzato e riassorbito dal nostro cervello, costantemente impegnato a setacciare la marea di stimoli esterni fornendoci continui sunti per facilitare la nostra vita.

L'Hobbit. Come l'effetto cocktail party neutralizza il 3DPer quanto riguarda l’Hobbit,  mi  resta solo una vaga e inutile memoria di persone bizzarre con le quali ho empatia zero, che in un universo parallelo senza donne sono inseguite da mostri e salvate in corner da aquile inespressive. Ah, c’è un occhio gigante che si apre alla fine del film che avatarianamente minaccia il sequel. E sequel sia.

Ma ridateci la storia.  

Manuel de Teffé