“L’attore assoluto”

42227749_10161140145115722_27299460673437696_nIl 15 Ottobre inizia”L’attore assoluto”, uno stage intensivo di alta formazione rivolto agli attori. Sono stato chiamato ad insegnare il mio corso universitario “Storia e tecnica del montaggio cinematografico. Da “La madre” di Pudovkin a “Toy Story” della Pixar. Crash course ovviamente finalizzato agli attori per via degli esercizi filmati che andremo a fare. Nel corpo docente Claudio Boccaccini, Lorenzo Macrì, Giuseppe Manfridi e Siddartha Prestinari. 300 le ore di training. Consigliato vivamente agli attori che gia hanno una preparazione accademica alle spalle. Nella locandina le info di contatto.

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La storia (vera) dello dello spray magico e del divano invisibile.

dreams.metroeve_spray-dreams-meaningQualche anno fa, alla presenza di numerosi testimoni oculari mi sono cimentato in un numero ai limiti delle possibilità umane: HO FATTO SPARIRE UN DIVANO LETTO nella grande sala di “Poltrone e Sofà, a Roma, un esercizio di prestidigitazione quantica che ho improvvisato con la freddezza dei grandi professionisti e che ha dato i seguenti fulminei risultati: 1) la reverenza permanente del padrone del centro commerciale, 2) le risa convulse delle venditrici romane, 3) l’elezione definitiva a “questo è davvero il mio papà” di mia figlia. In un accesso di generosità estiva ho deciso di rivelare il modo in cui resi invisibile quel divano gigante, affinché anche voi, vessati da cerimoniosi venditori, ne possiate venire a capo a testa alta eseguendo con catartica nonchalance il numero che sto per svelare.

“Come far sparire un divano sotto gli occhi di tutti”.

Entrato col proposito di comprare un divano letto nel tempio dei divani, tenendo per mano due piccole trecce rosse profumate, fui immediatamente affiancato con prosopopea asfittica da una marketer senza espressione che iniziò ad enumerare pregi e caratteristiche di ogni cosa lambita dal mio sguardo, fino a profondersi in un poema apologetico non appena intuì che avevo individuato, insieme a mia figlia, l’unica cosa che avrei potuto per eleggere ad acquisto.

La venditrice, marcatrice a uomo dalla loquacità urticante, mi mise subito alle corde con un ossequioso sconto ad personam, una consegna lampo in tre giorni, e l’omaggio di un cuscino di un velluto rosso extra large. Meditabondo, stavo assorto nella visualizzazione di quel comodissimo divano posizionandolo idealmente in differenti punti della casa… ma le mie congetture andarono in fumo quando ricevetti un uppercut al buon senso che suonò più o meno così: “Signore, questo divano letto è l’ultimo”.

“L’ultimo”.

Ecco, di solito, quando mi appresto a comprare qualcosa e sento che è l’ultima cosa rimasta, questo infantile senso di pressione inflittomi non accelera mai la mia decisione in merito, ma la cristallizza alle calende greche. “Sa, è l’ultimo, questi volano via come il pane”. Rincarò la commessa. “Guardi, ci vorrei pensare un po'” Risposi stanco. “Mi faccio un giro e ci penso un attimo”. “Ma signore, vedo che anche a sua figlia piace molto, questo è davvero l’ultimo pezzo… questo quando ritorna non lo troverà più: è l’ultimo”.

Ero seduto su quel divano letto come tutti i Rocky al penultimo round, a testa bassa, con accanto la mia piccola di sette anni, subendo gli affondi implacabili di un androide biondo dalle frasi fatte. “Signore, mi creda, i prossimi che lo vedranno se lo porteranno via. Non è vero Elisa?” Si accostò alla prima donna un’altra ancora più solerte nel corroborarne le tesi, mentre io continuavo a subire tutta l’ultimità di quel divano. Fu in quel momento in cui spinsi in avanti la mia piccola seduta vicino, come per invitarla ad alzarsi e a lasciarmi solo nella lotta, volsi lo sguardo verso la signora e sorridendole un sorriso inutile mi avventurai in un: “Non si preoccupi. Questo divano letto non lo vedrà nessuno”. Questa, fu più o meno la frase che mi sentii dire sovrappensiero, una frase piombata come assist inaspettato dalle retrovie della mia fantasia.

Le commesse bofonchiarono convenevoli di disappunto, mentre io mi ergevo spiegando il mio metro e novanta con vigile parsimonia, così da poter prendere tempo ed escogitare qualcosa per mandare in gol la misteriosa sortita. Guardai mia figlia a qualche metro di distanza e rovistai nella sua immaginazione, quando fui accoltellato da un successivo “Questo divano se lo compreranno subito”. Vidi allora la mia mano infilarsi dentro la giacca e uscirne con un niente che mostrai con virile sicurezza alle signore. “Non si preoccupi… Vedete, questo che ho in mano è uno spray speciale, è magico. Se lo spruzzo le cose diventano invisibili. Lo porto sempre con me per queste occasioni. Adesso lo irroro su questo divano così lo farò sparire per un po’ e nessuno lo vedrà più. Tssss…Tsss…Tsss…” Iniziai dunque a spruzzare con metodo lo spray magico su tutto il perimetro del divano, premendo a intervalli regolari il dito indice su un pulsante immaginario. “Tsss… Tsss… Tsss…” La prima commessa, in un primo tempo attonita, fu subito presa da un risolino convulso al quale si unì presto anche la seconda collega che mi scrutava con interesse. Andai avanti serissimo per 10 secondi senza guardare nessuno, il tempo che mi ci volle per passare lo spray su tutto il perimetro del divano letto. Mia figlia irradiava gioia orgogliosa. Quindi lanciai alle donne l’occhiata della complicità definitiva . “Ecco, adesso il divano è invisibile, non lo vedrà nessuno e nessuno lo potrà più comprare. No worries.”Poi, cercando la sponda di mia figlia di sette anni: “Tu lo vedi, amore?” La piccola fu presa in contropiede ma fece un micidiale canestro che spiazzò tutti, me per primo. “No papà. Non vendo niente.” Sancì con purezza inappellabile facendomi saltare dall’orgoglio tutti i bottoni dalle asole.

Figlissima.

Salutai le signore invitandole ancora a non preoccuparsi: il loro ultimo divano era sparito e, sottratto allo sguardo dei successivi avventori, ne avrei potuto meditare l’acquisto in santa pace nei giorni successivi. Mi smarcai dunque dalle venditrici lasciandomi alle spalle quel catafalco che non avrei mai comprato e la tristezza di logore tecniche di appioppo, quando fui richiamato sull’uscio da un’ imperiosa voce maschile. “Mi scusi, l’invisibilità quanto dura?” Mi bloccai timoroso. “Due settimane papà. Dì due settimane.” Sussurrò mia figlia divertitissima tirandomi per un braccio. Mi voltai, a metà del negozio il padrone del locale con accanto le commesse, aspettava una risposta come uno 007 tra le sue girls. “Circa 2 settimane”. Riferii con precisione.

Mentre attraversavo la strada e intuivo tutti pensieri dello stato maggiore di “Poltrone e sofà” al quale avevo fatto saltare in aria l’arsenale di tecniche marketing anteguerra col mio spray invisibile, notai che mia figlia mi stava guardando con un’ ammirazione nuova.
Allungai il passo felice, mentre sull’altro lato del marciapiede, dietro un’altra vetrina, stavo già adocchiando uno splendido divano bianco. “Se è l’ultimo, faccio sparire anche questo.” Pensai tra me e me incedendo vittorioso. In quella splendida giornata invernale avrei reso invisibili altri 3 divani letto in 3 negozi differenti gettando nel panico mezza via Gregorio VII.

Negli anni successivi ho perfezionato e raffinato la “Tecnica dello spray invisibile” come una preziosa arte marziale da tramandare ai miei amici. Ecco, ora abbiate il coraggio di usare questo spray: ve lo regalo, usatelo con vigile parsimonia. È vostro: niente sarà più ultimo come prima.

P.S. Per chi fosse interessato, a Roma in questi giorni, in via Cola Di Rienzo, c’è un bellissimo completo di lino blu al piano inferiore di David Saddler. È invisibile.

Manuel de Teffé

La storia (vera) del giornale magico

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Lavoravo come direttore artistico in una nuova produzione vicino l’areoporto di Ciampino e ogni giorno prendevo il treno per raggiungerla, quasi sempre dopo aver comprato il mio giornale che puntualmente lasciavo sul sedile del frecciaspuntata prima dell’arrivo, tutto arruffato, affinché qualcun altro ne potesse godere la lettura. Quel giorno, finito di leggere il mio quotidiano, lo gettai come al solito sul sedile di fronte, tutto rigonfio di spiegazzamenti ignobili, e mi alzai per scendere, tronfio del fatto che qualche viaggiatore avrebbe trovato come sempre una lettura gratis. Passai in rassegna tutti i miei gratis scaraventati a gente sconosciuta e scesi modestamente felice. Ma quella mattina, colpita da una luce laterale, tutta quella cellulosa pullulante di inchiostri geniali mi si rivelò come massa accartocciata vagamente strafottente. Una certa bruttezza stava percuotendo la mia inaffidabile generosità mentre Il mio pensiero andò dritto al tizio/a che per leggerlo lo avrebbe dovuto prima inamidare e stirare per 10 minuti. Presi allora quel volume caotico tra le mani e nonostante il treno si stesse per fermare iniziai in tre botte a ridargli una forma sopportabile, poi una forma decente e, in lotta contro il tempo, provai anche a lavorare di fino riassestandolo in aspetto quasi primigenio. Quindi lo pressai con entrambe le mani sul sedile per stendere le più impertinenti rughe cartacee interne e mi gettai fuori dal treno. Mi sembrava di esser riuscito a ripiegare quel giornale battendo ogni record (come quando a scuola in tredici secondi trasformavo il serpentone in palla), e passai la giornata fiero di un atto sobriamente irrilevante. Ma fu il giorno dopo che compresi l’essenza fondamentale di quell’inutilità. Il giorno seguente arrivai infatti con un certo ritardo alla stazione Termini, all’edicola tutte le copie del mio quotidiano erano terminate e io salii sul treno come un cane bastonato. Iniziai mio malgrado un braccio di ferro con quel feroce disappunto quando, appena salito su un vagone immensamente vuoto, dopo una decina di passi, il mio occhio cadde su un sedile dove di sghembo c’era il mio giornale perfettamente piegato. Il mio giornale. Perfettamente piegato. Non ci potevo credere. Nessuno lo aveva ancora letto? Lo afferrai con una certa sorpresa… ma vidi che era il quotidiano del giorno, il mio quotidiano di quel giorno, piegato perfettamente, come stampato sullo stesso treno. Passai cinque buoni minuti con con quella carta sulle ginocchia e mentre la guardavo con stupore, ripercorrevo tutti i pensieri dal giorno prima fino a quel momento commosso: era indubbiamente un regalo per me. Fu allora che capii per sempre, senza possibilità di equivoci, che gratis non è abbastanza.

Manuel de Teffé

La storia (vera) della scheda magica

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20 anni fa feci un bagno di mezzanotte al Circeo con una scheda telefonica dimenticata in una tasca del costume. Il giorno dopo chiamai mio padre in Brasile da una cabina sulla strada di San Felice, molto teso, perché immaginavo che la scheda da 10 mila lire non funzionasse più per via dell’immersione di un’ora in acqua salata della sera prima. E invece, attonito, nonostante il passare dei minuti, mentre parlavo con papà notavo che sul display del telefono il credito restava bloccato a 8 mila lire. Di solito chiamando Rio i soldi andavano giù a cascata, ma dopo 5-10-15-20 minuti, sul display leggevo sempre 8: quella scheda si era come stabilizzata. Pensai divertito si potesse trattare di una combinazione chimica magica avvenuta verso la mezzanotte tra l’acqua salata, qualche liquido medusifero e la striscia magnetica della scheda colpita probabilmente anche dalla coda di un misterioso sonar lontano. Divertito da quel “miracolo tecnico”, una volta attaccato il telefono richiamai immediatamente mio padre per verificare quanto avevo immaginato. Mio padre rimase sorpreso da tanto affetto mentre io annaspavo tra racconti estemporanei senza rivelargli che per quella seconda telefonata lo stavo solo “usando” come cavia. Parlai per altri 10 minuti e la scritta che leggevo davanti a me restava sempre “8 mila lire”. Attaccai. Erano le due e mezza del pomeriggio, 40 i gradi all’ombra e nessuno ambiva ancora quella cabina bollente che stava evaporando con me dentro. Tremando per l’eccitazione, tirai subito fuori la mia piccola rubrica telefonica andando al nome di vari amici svedesi. Chiamai dunque Stoccolma, Londra, Madrid, e ancora Rio. Quella scheda rimaneva fissa a 8 mila lire mentre io parlavo incurante dell’asfissia che mi stava provocando un’ afa furibonda. La felicità: ebbi credito infinito per un mese dove praticamente vissi attaccato ai telefoni pubblici per recuperare amicizie lontane, cementarne di recenti, verificarne di nuove. La mia scheda magica durò 30 giorni, sempre amichevolmente bloccata a 8 mila lire: ho testimoni… Poi incredibilmente la persi. Ritornai dunque al Circeo qualche mese dopo ripetendo il bagno di notte con una nuova scheda telefonica in tasca. Ma questa volta il mare se ne accorse.
Manuel de Teffé

Sconnessi, il nostro film arrivato all’ottavo posto nel box office italiano

Stamani, abbiamo avuto la bella notizia che dopo il primo week end, il nostro “Sconnessi” si è posizionato all’ottavo posto del Box Office nazionale. Complimenti a tutti: notevole per una produzione indipendente un risultato di simile portata. Vediamo di continuare la scalata. Qui sotto il poster acquarellato che ho disegnato.  Manuel de TefféPaper.Quaderno.279.png

“SCONNESSI”: Finalmente nelle sale italiane il 22 Febbraio

La data di lancio è il 22 Febbraio: Finalmente “Sconnessi” di Christian Marazziti, vedrà la luce ufficiale tra qualche settimana. E’ un film spassoso, che consiglio a tutti, non perché ci ho lavorato ma perché fa veramente riflettere e inchioda il nostro Zeitgeist in modo ammirabile. Il film narra di una famiglia che si ritrova in vacanza improvvisamente senza internet…Con colpo di scena finale immancabile. E’ un film nel quale sono stato intercettato  come regista della terza unità. Esatto, per i non addetti ai lavori…Il film è una cosa grande…A volte per guadagnare tempo un regista si serve di altri registi. E’ stato un enorme sforzo da parte di Christian, col quale mi trovo per la seconda volta a collaborare.  Prodotto dalla Camaleo, il film è distribuito dalla Vision Distribution e annovera un Fabrizio Bentivoglio in grande spolvero. Attenti ai piccoli protagonisti…Domani saranno dei grandi…  Manuel de Teffé

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Vobe

Finally: The “Vobe” app has just been launched and the ad I wrote and directed officially released. Thanks again to everybody. Made in Monmartre. Enjoy!

https://www.vobeapp.com/

http://www.wuv.de/digital/vobe_messenger_stayfriends_gruender_fordert_whatsapp_heraus

Vobe - Articolo

Girare uno spot a Parigi con un cast perfetto


Bubbles
Ho appena concluso le riprese di uno spot per un’applicazione telefonica dal nome in codice provvisorio Bubbles. Il produttore mi ha detto di girarlo a Los Angeles, ma ho pensato che andando a Parigi avrei trovato…visi globali. E così è stato. Avevo perennemente in testa le parole di Ridley Scott: “Il cast è tutto”. Infatti, gran parte dell’energia è stata spesa nel trovare visi che potessero tradurre la sceneggiatura che avevo congegnato..Ecco, un saluto e un grazie di cuore a tutti. Torno in sala di montaggio.  Manuel de Teffé

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Manuel de Teffé with his entire “Vobe” team in Paris

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CRISTIADA – Italian release

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FINALMENTE,

a diversi anni da uno dei lavori più duri e allucinanti della mia vita, esce nei cinema italiani “Cristiada”, meglio conosciuto negli USA e nel resto del mondo come “For greater Glory, film storico messicano, con Andy Garcia, Eva Longoria e Peter O’Toole. Lavoro duro perché, essendo io  scrittore/sceneggiatore  non ancora conosciuto come tale dall’industria, sapevo che dovevo calare un asso,  e allucinante perché quando si tratta di studiare la “subject matter” di un paese che non è il tuo, devi arrivare a una proprietà narrativa talmente impeccabile che finisci con l’avere sogni lucidi a manetta, scorgendo accenti decisamente messicani anche negli scrosci di un pannolino che cambi a tua figlia.

Ma andiamo con ordine. Quattro anni or sono il produttore messicano Pablo José Barroso mi chiese dunque di scrivere un trattamento epico per un  clamoroso film che aveva in mente: riportare alla luce una pagina di storia dimenticata del suo paese: “la guerra dei Cristeros”. Questo evento oscurato dai libri di storia gli aveva tolto il riposo e Pablo, decise un giorno di rinunciare ai suoi supplementi di melatonina, prendere in mano la produzione di un film assolutamente folle, e mandare a quel paese le avvizzite logiche produttive in voga.

Entusiasmato dalla missione impossibile affidatami, mi rinchiusi in Germania in una stanza e passai al setaccio tutti gli archivi online del TIME magazine dagli anni 1926 al 1929, lessi tutti i libri sull’argomento possibili, vidi tutto il materiale visivo disponibile, indossai infinite taglie di sombreri e cavalcai  cavalli di vinti e vincitori. Dalla mia finestra  scorgevo neve gelida e e visi teutonici inespressivi, ma in quella stanza avevo costruito un imponente Stargate sul Messico che oltrepassavo giornalmente per rivivere al galoppo 6 anni di furiosa storia messicana.

Per chi non ha dimestichezza col gergo cinematografico, ricordo che il “trattamento” è una mappa stellare della sceneggiatura, una versione della sceneggiatura senza dialoghi. Ne dovevo produrre uno grandioso, non potevo fallire.  Scrivevo, disegnavo storyboard, giravo col sombrero per casa, imparavo espressioni messicane che molto si discostavano dallo spagnolo studiato, sceneggiavo e coreografavo scene di battaglia a cavallo inventandomi prospettive desuete e riprese virtuosamente assurde. Ancora non lo sapevo ma stavo progettando la GoPro.

Dopo 4 mesi, consegnai finalmente  il lavoro a Barroso ( Non senza prima averlo fatto leggere al conte Alexander Stolberg, fine conoscitore della Settima Arte, e avuto da lui medesimo l’avvallo) e mi riposai per 3 mesi, aspettando scalpitante di ricevere lo screenplay dallo sceneggiatore americano. E’ Il cinema: una catena di montaggio dove ognuno ha un ruolo scolpito nella pietra. Dopo altri 4 mesi  ricevetti la sceneggiatura finale, opera che si discostava un po’ dalla mia visione, ma ero comunque  contento di aver dato il mio contributo a un film che reputo storicamente importante. Finalmente potei smontare il mio Stargate, che era divenuto davvero ingombrante per le dimensioni del mio studio, e misi in cantina sombreri, galoppate, storyboard e tequila non bevute.

In soldoni la storia è questa, e dal momento che non riesco ad essere politicamente corretto ve ne do adesso una versione “Ad usum delphini” ma brutale:

quando il governo messicano di vilissimo stampo autoritario limita fortemente le libertà religiose del proprio popolo deportando interi ordini religiosi etc. etc. parte della popolazione messicana scende nelle catacombe, un’altra cerca un infruttuoso dialogo intellettuale col governo illuminato, e una terza, più esasperata che mai, prende le armi per combattere il proprio governo. Guerra civile galore.cristeros

I libri di storia, subdolamente riscritti dai vincitori apparenti, levarono perciò anni di sonno al signor  Pablo Barroso che, come accennavo, si tolse i supplementi di melatonina e decise di produrre un film per  far vedere tutto ciò che era stato oculatamente nascosto. Quando a due anni dalle riprese, Pablo mi mostrò in un hotel fiorentino la prima versione del trailer di “Cristiada”, ancora senza correzione colore, ma molto molto potente, mi commossi. Ci commuovemmo. Rividi molte cose che avevo messo nel trattamento, non vidi molte cose che avevo messo nel trattamento. Ma questo è il cinema: un’eccezionale e impietosa catena di montaggio.

AndyTuttavia il film non era ancora finito: adesso Pablo doveva riuscire nell’opera più tremenda, quella più devastante: la distribuzione di un film storico di cui sulla carta non ce ne potrebbe importar di meno. E qui, come mi piace ripetere sempre: “La provvidenza ti intercetta a metà strada” (Vero Carola?)…Il film era fatto… e… insospettabili interessi verso l’opera cominciarono a smuovere le acque permettendone la distribuzione nelle americhe. “Cristiada” vanta del resto, la migliore interpretazione sullo schermo di Andy Garcia, talmente maestosa che facilitava notevolmente il compito della grande distribuzione.

Il mio contributo in “Cristiada” non era però ancora giunto al termine:  misteriosamente operai anche nella distribuzione del film. Le impenetrabili terre di Francia e Italia si sfaldarono grazie ad alcuni miei amici che come Pablo, non digerivano l’assenza dai libri di storia dei medesimi accadimenti e, tutti desiderosi di far emergere una verità cruda ma storica, si caricarono sulle spalle l’onere di una distribuzione strategicamente improbabile.

Il mio audacissimo amico amico Hubert de Torcy lo ha distribuito l’anno scorso su territorio francese, mentre la mia spericolata amica Federica Picchi lo piazza adesso su territorio italiano con la sua Dominus Production, scinepattonando finalmente i bastioni del deserto cinematografico nostrano.

Come al “Milite ignoto”, una menzione d’onore la voglio far scattare a fine articolo anche verso “L’artista ignoto”: è il quarto amico, un amico che per 6 mesi ha passato giornalmente insieme a me quello Stargate personale che mi ero costruito sugli altopiani messicani.

E’ un amico compositore, mi scriveva i brani musicali per le scene che buttavo giù, per aiutarmi a dare un’anima  migliore a ciò che scrivevo. Cercai di “imporlo” come autore della colonna sonora di “Cristiada”, ma logiche industriali ciclopiche tolsero all’ultimo momento a me la regia e a lui la colonna sonora.

Si chiama Gabriele Croci,  è tra i 10 migliori compositori italiani (e ancora non costa molto perché non conosciuto)

Grazie a tutti ragazzi, per il vostro coraggio:  grazie Pablo, grazie Hubert, grazie Gabriele e grazie a Federica Picchi, che in questo momento sfavilla  tra una sala e l’altra con 12 prime da monitorare. Ci vediamo alla prima romana il 12 Dicembre alle ore 21, Cinema UCI, Porta di Roma.

I love you all,

EvaManuel de Teffé

Director/Writer

Rossella Falk e la giusta distanza.

Rossella FalkRossella Falk. Attrice. Roma 10 novembre 1926 –  Roma 5 maggio 2013

Ieri, nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, lo Sato maggiore del teatro italiano porgeva l’ultimo omaggio a Rossella Falk: Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Andrea Giordana, Gianfranco Jannuzzo, e tutte le persone più affezionate a Rossella insieme ai carissimi familiari. Io ero particolarmente commosso: è partita un’artista alla quale il mio inizio professionale è stato legato a doppio filo.

L’ansa del 5 Maggio recita così: È morta oggi a Roma Rossella Falk. Nata nella capitale 86 anni fa, attrice prediletta da Fellini e da Visconti, musa ispiratrice delle commedie di Giuseppe Patroni Griffi e di Diego Fabbri, compagna d’arte di Romolo Valli e Giorgo De Lullo, è stata una delle grandi signore del teatro, ricordata come «la Greta Garbo italiana».

Con Rossella iniziai a muovere i primi passi nel mondo dello spettaccolo al teatro Eliseo di Roma lavorando nel 1995 come suo assistente alla regia in “Anima Nera” di G. P. Griffi diretto dalla stessa Rossella, e nel 1996 in “Master Class con Maria Callas” di T. Mc Nally diretto da Patrick Guinand “diretto” a sua volta da Rossella. Catapultato dall’accademia di Belle Arti a teatro, ebbi la fortuna di poter cominciare a lavorare con una delle prime donne dello spettacolo italiano e un entourage indimenticabile. Per questa gavetta d’oro voglio ringraziare ancora Gianni Battista per la fiducia datami. L’aria artistica che respiravo era di altissimo livello e ricordo ogni giorno con una chiarezza e affetto estremi. I miei copioni straripavano imbastiture sceniche, il mio compito era di ricordarle tutte come una time machine.

Ricordo particolarmente la prima di “Master Class con Maria Callas” a Roma. La sera del debutto, durante il ricevimento a casa di Rossella, ricevetti in regalo una sciarpa di un colore mai visto: era il suo modo di ringraziare chi lavorava con lei, tutti ricevemmo un regalo. Passai numerosi inverni con la Falk attorno al collo senza incontrare nessuno con una sciarpa di quel colore, la qualcosa diede ineffabile valore aggiunto a quel regalo.

Per verificabilissime leggi prospettiche, quando qualcosa  è troppo vicino ai tuoi occhi, non lo vedi. Si deve creare una certa distanza, l’oggetto si deve allontanare un po’ dal tuo sguardo  perché tu possa apprezzarne interamente la  presenza.  La stessa cosa avviene con la triste dipartita dei nostri cari. Quella distanza abissale che si crea diventa la giusta distanza che ci permette di metterli improvvisamente a fuoco: l’extreme close up al quale eri abituato è presto assorbito da una figura che si fa intera e più comprensibile. Allo stesso modo,  mi sembra di vedere meglio Rossella Falk adesso di quando lavoravo con lei all’Eliseo.

Mi avvicino a lei con gratitudine, prima che chiudano la porta e la macchina parta. Un’ultima preghiera con la mano accanto alla targa dorata col suo nome…  “Rosa Falzacappa”… leggo con meraviglia…Oh Rosella! Ti chiamavi così, non sapevo.

Rosa,

grazie per quei due anni e per quei colori mai visti,

Con affetto, Manuel