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Vobe

April 20, 2015 — 2 Comments

Finally: The “Vobe” app has just been launched and the ad I wrote and directed officially released. Thanks again to everybody. Made in Monmartre. Enjoy!

https://www.vobeapp.com/

http://www.wuv.de/digital/vobe_messenger_stayfriends_gruender_fordert_whatsapp_heraus

Vobe - Articolo


Bubbles
Ho appena concluso le riprese di uno spot per un’applicazione telefonica dal nome in codice provvisorio Bubbles. Il produttore mi ha detto di girarlo a Los Angeles, ma ho pensato che andando a Parigi avrei trovato…visi globali. E così è stato. Avevo perennemente in testa le parole di Ridley Scott: “Il cast è tutto”. Infatti, gran parte dell’energia è stata spesa nel trovare visi che potessero tradurre la sceneggiatura che avevo congegnato..Ecco, un saluto e un grazie di cuore a tutti. Torno in sala di montaggio.  Manuel de Teffé

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Manuel de Teffé with his entire “Vobe” team in Paris

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FINALMENTE,

a diversi anni da uno dei lavori più duri e allucinanti della mia vita, esce nei cinema italiani “Cristiada”, meglio conosciuto negli USA e nel resto del mondo come “For greater Glory, film storico messicano, con Andy Garcia, Eva Longoria e Peter O’Toole. Lavoro duro perché, essendo io  scrittore/sceneggiatore  non ancora conosciuto come tale dall’industria, sapevo che dovevo calare un asso,  e allucinante perché quando si tratta di studiare la “subject matter” di un paese che non è il tuo, devi arrivare a una proprietà narrativa talmente impeccabile che finisci con l’avere sogni lucidi a manetta, scorgendo accenti decisamente messicani anche negli scrosci di un pannolino che cambi a tua figlia.

Ma andiamo con ordine. Quattro anni or sono il produttore messicano Pablo José Barroso mi chiese dunque di scrivere un trattamento epico per un  clamoroso film che aveva in mente: riportare alla luce una pagina di storia dimenticata del suo paese: “la guerra dei Cristeros”. Questo evento oscurato dai libri di storia gli aveva tolto il riposo e Pablo, decise un giorno di rinunciare ai suoi supplementi di melatonina, prendere in mano la produzione di un film assolutamente folle, e mandare a quel paese le avvizzite logiche produttive in voga.

Entusiasmato dalla missione impossibile affidatami, mi rinchiusi in Germania in una stanza e passai al setaccio tutti gli archivi online del TIME magazine dagli anni 1926 al 1929, lessi tutti i libri sull’argomento possibili, vidi tutto il materiale visivo disponibile, indossai infinite taglie di sombreri e cavalcai  cavalli di vinti e vincitori. Dalla mia finestra  scorgevo neve gelida e e visi teutonici inespressivi, ma in quella stanza avevo costruito un imponente Stargate sul Messico che oltrepassavo giornalmente per rivivere al galoppo 6 anni di furiosa storia messicana.

Per chi non ha dimestichezza col gergo cinematografico, ricordo che il “trattamento” è una mappa stellare della sceneggiatura, una versione della sceneggiatura senza dialoghi. Ne dovevo produrre uno grandioso, non potevo fallire.  Scrivevo, disegnavo storyboard, giravo col sombrero per casa, imparavo espressioni messicane che molto si discostavano dallo spagnolo studiato, sceneggiavo e coreografavo scene di battaglia a cavallo inventandomi prospettive desuete e riprese virtuosamente assurde. Ancora non lo sapevo ma stavo progettando la GoPro.

Dopo 4 mesi, consegnai finalmente  il lavoro a Barroso ( Non senza prima averlo fatto leggere al conte Alexander Stolberg, fine conoscitore della Settima Arte, e avuto da lui medesimo l’avvallo) e mi riposai per 3 mesi, aspettando scalpitante di ricevere lo screenplay dallo sceneggiatore americano. E’ Il cinema: una catena di montaggio dove ognuno ha un ruolo scolpito nella pietra. Dopo altri 4 mesi  ricevetti la sceneggiatura finale, opera che si discostava un po’ dalla mia visione, ma ero comunque  contento di aver dato il mio contributo a un film che reputo storicamente importante. Finalmente potei smontare il mio Stargate, che era divenuto davvero ingombrante per le dimensioni del mio studio, e misi in cantina sombreri, galoppate, storyboard e tequila non bevute.

In soldoni la storia è questa, e dal momento che non riesco ad essere politicamente corretto ve ne do adesso una versione “Ad usum delphini” ma brutale:

quando il governo messicano di vilissimo stampo autoritario limita fortemente le libertà religiose del proprio popolo deportando interi ordini religiosi etc. etc. parte della popolazione messicana scende nelle catacombe, un’altra cerca un infruttuoso dialogo intellettuale col governo illuminato, e una terza, più esasperata che mai, prende le armi per combattere il proprio governo. Guerra civile galore.cristeros

I libri di storia, subdolamente riscritti dai vincitori apparenti, levarono perciò anni di sonno al signor  Pablo Barroso che, come accennavo, si tolse i supplementi di melatonina e decise di produrre un film per  far vedere tutto ciò che era stato oculatamente nascosto. Quando a due anni dalle riprese, Pablo mi mostrò in un hotel fiorentino la prima versione del trailer di “Cristiada”, ancora senza correzione colore, ma molto molto potente, mi commossi. Ci commuovemmo. Rividi molte cose che avevo messo nel trattamento, non vidi molte cose che avevo messo nel trattamento. Ma questo è il cinema: un’eccezionale e impietosa catena di montaggio.

AndyTuttavia il film non era ancora finito: adesso Pablo doveva riuscire nell’opera più tremenda, quella più devastante: la distribuzione di un film storico di cui sulla carta non ce ne potrebbe importar di meno. E qui, come mi piace ripetere sempre: “La provvidenza ti intercetta a metà strada” (Vero Carola?)…Il film era fatto… e… insospettabili interessi verso l’opera cominciarono a smuovere le acque permettendone la distribuzione nelle americhe. “Cristiada” vanta del resto, la migliore interpretazione sullo schermo di Andy Garcia, talmente maestosa che facilitava notevolmente il compito della grande distribuzione.

Il mio contributo in “Cristiada” non era però ancora giunto al termine:  misteriosamente operai anche nella distribuzione del film. Le impenetrabili terre di Francia e Italia si sfaldarono grazie ad alcuni miei amici che come Pablo, non digerivano l’assenza dai libri di storia dei medesimi accadimenti e, tutti desiderosi di far emergere una verità cruda ma storica, si caricarono sulle spalle l’onere di una distribuzione strategicamente improbabile.

Il mio audacissimo amico amico Hubert de Torcy lo ha distribuito l’anno scorso su territorio francese, mentre la mia spericolata amica Federica Picchi lo piazza adesso su territorio italiano con la sua Dominus Production, scinepattonando finalmente i bastioni del deserto cinematografico nostrano.

Come al “Milite ignoto”, una menzione d’onore la voglio far scattare a fine articolo anche verso “L’artista ignoto”: è il quarto amico, un amico che per 6 mesi ha passato giornalmente insieme a me quello Stargate personale che mi ero costruito sugli altopiani messicani.

E’ un amico compositore, mi scriveva i brani musicali per le scene che buttavo giù, per aiutarmi a dare un’anima  migliore a ciò che scrivevo. Cercai di “imporlo” come autore della colonna sonora di “Cristiada”, ma logiche industriali ciclopiche tolsero all’ultimo momento a me la regia e a lui la colonna sonora.

Si chiama Gabriele Croci,  è tra i 10 migliori compositori italiani (e ancora non costa molto perché non conosciuto)

Grazie a tutti ragazzi, per il vostro coraggio:  grazie Pablo, grazie Hubert, grazie Gabriele e grazie a Federica Picchi, che in questo momento sfavilla  tra una sala e l’altra con 12 prime da monitorare. Ci vediamo alla prima romana il 12 Dicembre alle ore 21, Cinema UCI, Porta di Roma.

I love you all,

EvaManuel de Teffé

Director/Writer

Rossella FalkRossella Falk. Attrice. Roma 10 novembre 1926 –  Roma 5 maggio 2013

Ieri, nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, lo Sato maggiore del teatro italiano porgeva l’ultimo omaggio a Rossella Falk: Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Andrea Giordana, Gianfranco Jannuzzo, e tutte le persone più affezionate a Rossella insieme ai carissimi familiari. Io ero particolarmente commosso: è partita un’artista alla quale il mio inizio professionale è stato legato a doppio filo.

L’ansa del 5 Maggio recita così: È morta oggi a Roma Rossella Falk. Nata nella capitale 86 anni fa, attrice prediletta da Fellini e da Visconti, musa ispiratrice delle commedie di Giuseppe Patroni Griffi e di Diego Fabbri, compagna d’arte di Romolo Valli e Giorgo De Lullo, è stata una delle grandi signore del teatro, ricordata come «la Greta Garbo italiana».

Con Rossella iniziai a muovere i primi passi nel mondo dello spettaccolo al teatro Eliseo di Roma lavorando nel 1995 come suo assistente alla regia in “Anima Nera” di G. P. Griffi diretto dalla stessa Rossella, e nel 1996 in “Master Class con Maria Callas” di T. Mc Nally diretto da Patrick Guinand “diretto” a sua volta da Rossella. Catapultato dall’accademia di Belle Arti a teatro, ebbi la fortuna di poter cominciare a lavorare con una delle prime donne dello spettacolo italiano e un entourage indimenticabile. Per questa gavetta d’oro voglio ringraziare ancora Gianni Battista per la fiducia datami. L’aria artistica che respiravo era di altissimo livello e ricordo ogni giorno con una chiarezza e affetto estremi. I miei copioni straripavano imbastiture sceniche, il mio compito era di ricordarle tutte come una time machine.

Ricordo particolarmente la prima di “Master Class con Maria Callas” a Roma. La sera del debutto, durante il ricevimento a casa di Rossella, ricevetti in regalo una sciarpa di un colore mai visto: era il suo modo di ringraziare chi lavorava con lei, tutti ricevemmo un regalo. Passai numerosi inverni con la Falk attorno al collo senza incontrare nessuno con una sciarpa di quel colore, la qualcosa diede ineffabile valore aggiunto a quel regalo.

Per verificabilissime leggi prospettiche, quando qualcosa  è troppo vicino ai tuoi occhi, non lo vedi. Si deve creare una certa distanza, l’oggetto si deve allontanare un po’ dal tuo sguardo  perché tu possa apprezzarne interamente la  presenza.  La stessa cosa avviene con la triste dipartita dei nostri cari. Quella distanza abissale che si crea diventa la giusta distanza che ci permette di metterli improvvisamente a fuoco: l’extreme close up al quale eri abituato è presto assorbito da una figura che si fa intera e più comprensibile. Allo stesso modo,  mi sembra di vedere meglio Rossella Falk adesso di quando lavoravo con lei all’Eliseo.

Mi avvicino a lei con gratitudine, prima che chiudano la porta e la macchina parta. Un’ultima preghiera con la mano accanto alla targa dorata col suo nome…  “Rosa Falzacappa”… leggo con meraviglia…Oh Rosella! Ti chiamavi così, non sapevo.

Rosa,

grazie per quei due anni e per quei colori mai visti,

Con affetto, Manuel

l’italico leit motiv “In Italia non c’è meritocrazia” ci ha portato negli ultimi 20 anni a un cortocircuito dialettico surreale. Abbiamo comprato un concetto a scatola chiusa e lo abbiamo trasformato in mantra da salotto. Suonava estremamente fico. E quando qualcosa andava storto come non mai,  “In Italia non c’è meritocrazia” è stata la nostra panacea, un assist dal subconscio al nostro alibi più  grande.  “In Italia non c’è meritocrazia”: la più insistente menatura del can della nostra storia, un ottuso “beating around the bush” su scala peninsulare,  la tronfia matrigna di tutte le giustificazioni.  Questo cappuccino fa schifo, IN ITALIA NON C’E’ MERITOCRAZIA. E affermandolo, ci siamo sentiti più grandi. La Crazia ci stordiva a tal punto da farci provare per anni compiacimenti oscuri quando rimasticavamo il concetto con sussiegosa rassegnazione davanti alla signora che si lamentava del figlio disoccupato.

 Perchè Dire “Signora mia in Italia non c’è meritocrazia”  è  un “non sequitur” di proporzioni ipnotiche:  in Italia ce ne sono mille di meritocrazie. Tutte blindatissime e stagnanti; è una  meritocrazia così blindata che  ha invitato per  settant’anni i suoi figli a meritare altrove.

Adesso, se vogliamo sradicare un problema, dobbiamo individuare la causa del problema, non possiamo cristallizzarne dialetticamente l’effetto spacciandolo come problema. E il problema non è “in italia non cè meritocrazia”, quello è l’effetto, perchè la causa che storicamente ha generato la blindatura di tale meritocrazia è stata omessa. Vediamo dunque di ristabilire un’elementare cronologia tra causa ed effetto.

L’Italia è una SOCIETA’ FEUDALE AVANZATA. CAUSA. Società feudale perché ereditando storicamente la propria struttura dai feudi, ha trasferito a raggiera lo status quo di quella società chiusa su ogni punto del suo tessuto sociale, psicologico, culturale ed economico. Avanzata, perché abbiamo traslato questa mentalità anche su internet (difficilissimo avere ancora una risposta ad una email, si finge non siano arrivate). Diventati una nazione, uniti nel bene e nel male, abbiamo conservato una psicologia da bunker, sempre guardinghi se qualcuno tenta con noi un qualsiasi tipo di contatto professionale. Dopo il sisma delle due guerre mondiali, ci siamo nuovamente rinchiusi e divisi perfettamente, passando il tempo a marcare i nostri territori. L’illusione della televisione ci faceva sentire una nazione, ma la vocazione dal manager all’impiegato  è stata sempre quella di difendere la posizione acquisita finché morte non ci separi: ogni postazione libera veniva poi rioccupata per partenogenesi o cooptazione. La ruota veniva dunque girata dagli stessi criceti, qualora svariati speedy gonzales si fossero messi in luce, la blindatura della meritocrazia del sistema neofeudale li avrebbe invitati subito a partecipare altrove i propri talenti.

Pezzo di carta, posto fisso e catenaccio divennero presto i capisaldi emblematici dell’immobilità nazionale.

La società italiana si affrancava così diabolicamente dalla realtà del ricambio generazionale, perno quintessenziale di ogni sana economia dirompente. I vecchi videro nei giovani i loro più acerrimi nemici, la figura americana dell’uomo mentore non decollò mai, e l’impenetrabile assetto neofeudale  fece attecchire uno spontaneo sentimento di invidia nei confronti di chi avrebbe potuto meritare qualcosa di grande in relazione alle proprie capacità, nei confronti di chi iniziava ad avere le carte giuste per entrare in questo o quel feudo verso il quale lo indirizzavano automaticamente i propri talenti… Ma per entrare nel sistema non erano utili  le qualità individuali; Il sistema aborriva la gente di talento, solo gli inefficienti avevano porte spalancate, poiché una volta entrati non avrebbero costituito minaccia alcuna per nessuno.

Estratto di un dialogo dalla “Grande Guerra” di Mario Monicelli :”Da questo momento silenzio assoluto: spegnere tutti i fuochi e le sigarette. Mandi un paio di uomini per portare un messaggio alla batteria i Pagliai, scelga i meno…insomma i  meno efficienti.”

Per non morire della meritocrazia altrui, gli italiani cresciuti fuori dai vari feudi meritocratici, quelli efficienti ma senza le giuste conoscenze,  iniziarono così a varcare i confini nazionali, dove si resero conto che per farcela non dovevano conoscere nessuno, perché la società era aperta e mobilissima.  Per buttarla in caciara e drammatizzare la situazione, qualche giornalista  bollò questo fenomeno come “Fuga dei cervelli”, un altro concetto ganzo e depistante per fare bella figura coi lettori, ma in realtà non fuggiva nessuno.  Era il sistema feudale meritocratico autoreferenziale che non facendo entrare in circolo energie nuove le espelleva come fossero virus: la fuga di cervelli era semplicemente un’ emorragia di esseri umani.

Senza rendersene conto, l’Italia mandava al confino un’altra Italia che si riorganizzò in Sudamerica, negli USA, in Australia, in Germania. nacque così il nuovo italiano all’estero, che lontano dalla forza di gravità italiana come Superman da Kripton, scoprì attonito di avere superpoteri: tutto, ma proprio tutto era straordinariamente semplice lontano dalla madrepatria .

Individuato dunque il problema italiano nella società feudale e autoreferenziale  impermeabile ai meriti esterni, vediamo cosa accadrebbe se domani mattina esplodesse  LA MERITOCRAZIA.

Se l’Italia si trasformasse domani in repubblica meritocratica,  non avendo ancora esorcizzato la causa numero uno che ne attanaglia lo sviluppo, accadrebbe qualcosa di paradossale.  Perché una meritocrazia innestata a freddo in una società feudale porterebbe a un assurdo incancrenimento dello status quo, potrebbe anche dare adito a una sinistra dittatura dei meritevoli che, una volta arrivati meritoriamente alle proprie postazioni, non vedrebbero più alcun motivo per allontanarsene, per lasciare un giorno il posto generosamente a X.   Esattamente come prima: meritocrazia a ricambio generazionale zero.

Questa è la storia vera di come il Made in Italy abbia lasciato il posto anno dopo anno al Fade in Italy.

In sintesi, abbiamo detto per vent’anni  “in Italia non c’è meritocrazia ” perché abbiamo voluto fare bella figura e stare a posto con la nostra coscienza, senza  sapere che non parlavamo del problema ma del suo effetto, un errore di valutazione che ci ha consegnato al disastro attuale chiavi in mano.  In realtà il concetto preciso è: in Italia non c’è mai stato un ricambio generazionale spontaneo, e ciò è stato impedito da una società feudale dove tutto diventava casta intollerante verso  un organico rinnovamento dall’esterno.

La chiave sta dunque nella sfeudalizzazione della nostra società mediante un ricambio generazionale sereno e spontaneo. Ma per innescare questo processo di sfeudalizzazione bisogna promuovere una nuova cultura che abbiamo scartato aprioristicamente, quella della generosità nel senso più ampio del termine, e le generosità è una delle caratteristiche dell’eccellenza.

Dedicato a tutti gli scardinatori culturali del sistema, in primis agli amici del Forum della meritocrazia, http://www.forumdellameritocrazia.it, che con la loro attività straordinaria stanno facendo un eccellente lavoro di gutta smantellando centimetro dopo centimetro la mentalità di una società blindata.

Tante gocce contro una Lapidem.

Questa, la mia gutta.

Manuel de Teffé

Director/Writer

Non ricordo.

Non ricordo di aver mai visto nessun film che per intensità narrativa, follia drammaturgica e maestosità attoriale abbia innalzato così in alto la “Suspension of disbelief” da fare impallidire la storia del cinema in toto. Padrini, Cuculi, Kane e Straniamori hanno già accusato il colpo, spodestati in massa da un quadro caduto a terra, un boato che ripercorre e doppia tutta la storia dei colpi di scena di qualsiasi arte.

I capolavori del cinema di tutti i tempi si sono infatti appena resi conto, uno dopo l’altro, di non esser mai riusciti in realtà a osare un “twist in the plot” di simile caratura. Nessuno di loro ha scassinato l’animo umano andando a parlargli in modo così vertiginosamente intimo mettendo il dito nella piaga fino all’attaccatura della spalla. Nessuno è mai riuscito a escogitare un colpo di scena così organico e saturo di metafore da rimettere in riga tutte le più belle metafore che memoria umana ricordi.

Perché “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore è anche la migliore offerta del cinema italiano degli ultimi 30 anni, la più grande prova d’attore di Goffrey Rush, la maturità totale del regista siciliano. Un film che segna la “fine” della carriera di Tornatore come “8 e mezzo” segnò l’inizio e la fine di Fellini.  Accade infatti che l’artista produce il suo capolavoro in stato di grazia e che il capolavoro plachi per sempre e inconsapevolmente l’artista il quale, da quel momento in poi, creerà sì film magistrali, ma senza mai poter riaccarezzare quel culmine, vetta che per una legge misteriosa e provvidenziale è dato umanamente di poter lambire una sola volta a ognuno di noi, come Carl Lewis vinse i quattro ori in una sola olimpiade e amen.

Samuel Taylor Coleridge, fine poeta inglese e famosissimo oppiomane, spiegò nel 1800 una volta e per tutte la differenza che passa tra prosa e poesia, e lo così fece spartanamente da mettere a tacere per sempre qualsiasi speculazione sul tema. Un giorno, probabilmente in stato di grazia e obnubilato dal fumo, disse con toni disarmanti che la prosa erano le parole nel loro miglior ordine, e la poesia le migliori parole nel loro miglior ordine. Concetto migliore non gli riuscì più. E qui, di poesia si tratta, perché a livello musicale, “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore sono esattamente gli ultimi 3 minuti dell’Estate di Vivaldi: le migliori note nel loro miglior ordine.

Per sbarazzarsi dell’atmosfera di un film simile, sempre ce ne si voglia sbarazzare, l’unico trucco da adottare sarebbe quello di rinchiudersi in una stanza e spararsi senza pietà tutti i film di Alvaro Vitali: solo l’opera omnia di Pierino a loop demenziale potrebbe scartavetrare infatti una simile memoria.

Ricordo molto bene la prima volta che conobbi Tornatore. Una mia ex fidanzata, assunta come comparsa ne “La leggenda del pianista sull’oceano”, mi invitò sul set durante la scena del ballo. Andai a farle visita a Cinecittà, conobbi Tornatore, gli strinsi la mano e gli feci velocemente i miei migliori auguri per il film. Come regista non ho mai amato dilungarmi con altri registi mentre stanno lavorando, perché la cosa disturberebbe anche me. Ciò che quel giorno mi rimase più impresso non fu il set in sé stesso né il dispiego disumano di energie tecniche, ma lo sguardo sereno e umile dell’uomo Tornatore. Serena umiltà che ho ritrovato anni dopo anche nello sguardo di un mio amico, che guarda caso è stato scelto proprio da Tornatore come operatore de “La migliore offerta”: Fabrizio Vicari. Visto il film chiamo Fabrizio il giorno dopo e lo butto giù dal letto all’alba.

M: Fabrizio ma ti rendi conto di cosa hai fatto?

F: Che cosa? Che è successo?

M: Hai girato un capolavoro, tutte inquadrature perfette, asciuttissime, non ne hai toppata una.

F: Ah, l’hai visto?

M: Si. Capolavoro assoluto.

F: Ma dai…Ti è piaciuto?

M: Capolavoro assoluto. Adesso puoi anche andare in pensione.

F: Ah, sono contento…Mi fa piacere. A volte i film che fai ti sono così davanti che non sai più…Ci vivi troppo dentro. 

Sul film non voglio aggiungere nulla, qualsiasi altra parola spesa a riguardo sarebbe portatrice sana di spoiler.

Il punto sul quale l’opera mi ha fatto però riflettere è quella che io chiamo “Legge della compensazione”: ciò che fai o non fai ti ritorna sempre indietro a boomerang con interessi composti.

Per quanto riguarda la genesi di un capolavoro sono invece giunto a una conclusione. Non ho più dubbi: umiltà e vera arte vanno di pari passo.

L’opera presuntuosa gronda i “mamma guarda quanto sono bravo”, mentre l’artista umile si rende conto negli anni che l’arte, la sua arte per la quale ha combattuto e dato la vita, non è esattamente tutto, soffre terribilmente di questa realizzazione e cessa di tallonare il capolavoro. Forse è più appagante quella verità che affiora sulle labbra dei tuoi cari amici una sera a cena, lo sguardo imperioso di una figlia raggiante, la calma dopo tutte le tempeste. E in quel momento ridimensiona l’arte e abbraccia il suo lavoro con sublime serenità: ha scoperto a caro prezzo che la sua adorata pittura, scrittura e musica non sono altro che una seconda lingua donatagli per parlare meglio al mondo di cose fuori del mondo; quell’istante unico dove il divino trova uno spiraglio nell’ego dell’artista ed entra in punta di piedi nel suo lavoro guidando il pennello di Michelangelo, che affranto sotto la Sistina ha improvvisamente la sensazione, commosso e grato, di non essere più solo.

Un’ultima cosa: Tornatore, grazie. E ad maiora. Ma sì, ad maiora.

Manuel de Teffé

 

 

 
 

THE HOBBIT: AN UNEXPECTED JOURNEY

Con buona pace dei critici, Peter Jackson ha ragione: dopo 20 minuti l’occhio si abitua agli iperrealistici 48 fotogrammi al secondo dell’ Hobbit contro i canonici 24 del cinema come lo conosciamo fin’ora, ma non aveva tenuto conto che questa verità si riversa anche sulla tecnologia 3D rendendola sostanzialmente inutile. Proprio perché lo stesso occhio, oltre ai 48 fotogrammi al secondo, si abitua inesorabilmente anche al 3D. Ed è dimostrato dal famoso effetto Cocktail party, scoperto nel 1953 da Colin Cherry dell’Imperial College , University of London  ( http://www.ee.columbia.edu/~dpwe/papers/Cherry53-cpe.pdf) , effetto che prova come  in una situazione caotica il cervello capti solo i segnali che lo interessano. Nella situazione caotica di un film d’azione in 3D, al cervello umano interessa infatti sempre e fondamentalmente la storia per la quale abbiamo pagato il biglietto…E se la storia non c’è, il cervello si concentra per entrarci dentro comunque, con la stessa determinazione di un indio che avanza in una foresta fitta a colpi di machete, smantellando gli orpelli visivi  uno ad uno per cercare la strada verso la storia.

Ci abituiamo a tutto. Tranne alle storie che non funzionano. Ci abituiamo al 3d, abitueremo al 4d e ci renderemo conto che il cinema tradizionale a 24 fotogrammi al secondo slavato, difettoso, graffiato e scattoso, se dotato di una buona storia farà sempre la differenza. 24 onirici fotogrammi al secondo contro i 48 soap operistici proposti da Jackson? Polemica sterile. Ogni regista è libero di scegliere quanti fotogrammi al secondo vuole al servizio dello stile narrativo che vuole adottare. Il punto non è questo, il punto è l’invasività del 3D e la reazione del nostro sistema nervoso centrale.

COME  IL 3D RIDIVENTA 2D Vedendo l’Hobbit ho calcolato che Il 3D ha effettivamente una durata media di 20 minuti; una ritensione di 20 minuti nella fase attiva del nostra consapevolezza. Dopo i primi 10 minuti di stupore in cui il cervello si gingilla nella fantasmagoria delle diverse profondità di campo, a poco a poco le sinapsi del sistema nervoso centrale si riorganizzano, metabolizzano il 3D e  nei successivi 20 minuti ribidimensionalizzano il film per non farci impazzire: Il re è nudo, resta solo la storia per quel che è, scevra di prologhi, farfalle che svolazzano a un centimetro dal naso e inseguimenti infiniti.

LA VISIONE OMBROSA DEL 3D Un’altro punto del film che mi ha letteralmente stupito è che l’Hobbit ha una fotografia costantemente leggermente sottoesposta… Più di una volta ho alzato gli occhiali 3d per controllare lo schermo ad occhio nudo. Ma l’immagine sullo schermo era esposta correttamente, perfetta. Indossavo nuovamente gli occhiali e tutto diventava più scuro, come fosse sempre  sottoesposto di uno stop e mezzo. Le lenti 3D infatti, non sono cristalline ma leggermente scure, tridimenzionalizzano la visione e la scuriscono allo stesso tempo. Ovviamente la pupilla finisce per abituarsi e dilatarsi, resta però il fatto che affronta la visione di un film di tre ore sotto continuo sforzo. I direttori della fotografia sono dunque di fronte a un grande dilemma, sovraesporre di uno stop il girato onde rinormalizzarlo durante la visione in 3d attraverso gli occhiali o esporlo correttamente per una successiova distribuzione in 2D ma rendere leggermente più “spenta” la visione nelle sale. Il problema è quando si gira in interni. L’intera sequenza  notturna in casa casa del protagonista prima della partenza, per esempio, è una tortura visiva indicibile a causa di quell’ulteriore diaframma posto dagli occhialetti….oltremodo buia e claustrofobica, nonché narrativamente goffa.

PERCHE’ IL 2D E’ IL VERO 3D E’ sempre la potenza della narrazione a sancire la “Suspension of disbelief” arpionando neuroni uno dopo l’altro e archiviandosi per sempre nella nostra memoria. il 3D è qualcuno che mi balla il tip tap sul tavolo mentre sto leggendo un libro. Non c’è bisogno del tip tap, se la storia mi ha già preso, il tip tap è scomparso. Con la coda dell’occhio vedo due piedi sfocati che continuano a ballare il tip tap accanto a me, ma non ne sento il rumore:  il mio cervello sta avanzando a colpi di machete verso il nucleo della storia, sento solo i colpi di machete. La verità è che un buon 2D è sempre stato 3D, dall’inizio della prima storia narrata al primo uomo; e che il 3D viene in realtà sintetizzato e riassorbito dal nostro cervello, costantemente impegnato a setacciare la marea di stimoli esterni fornendoci continui sunti per facilitare la nostra vita.

L'Hobbit. Come l'effetto cocktail party neutralizza il 3DPer quanto riguarda l’Hobbit,  mi  resta solo una vaga e inutile memoria di persone bizzarre con le quali ho empatia zero, che in un universo parallelo senza donne sono inseguite da mostri e salvate in corner da aquile inespressive. Ah, c’è un occhio gigante che si apre alla fine del film che avatarianamente minaccia il sequel. E sequel sia.

Ma ridateci la storia.  

Manuel de Teffé

Uno dei concetti letterari più interessanti che abbia mai letto è il celeberrimo “Suspension of disbelief” teorizzato a inizio 1800 da Samuel Taylor Coleridge. Secondo l’autore di “Rhimes of the Ancient Mariner”, quando  uno scrittore masters his craft e riesce a infondere ai suoi scritti una certa dose di realismo,  il lettore può arrivare a sospendere  qualsiasi giudizio circa l’oggettiva non plausibilità di quanto sta leggendo: condizione d’animo battezzata appunto come   “suspension of disbelief”, cartina tornasole ultima di ogni opera d’arte.

Potremmo dunque dire che ogni capolavoro e,  in generale, ogni opera di buon mestiere  possono innescare nel pubblico diversi levelli di “suspension of disbelief”, ovvero differenti gradi di sospensione del giudizio.

E’ quanto accade nel momento in cui ci sediamo di fronte a una buona pellicola, da soli o in compagnia: nell’istante in cui parte la sequenza d’apertura di un film, scattano i titoli o sentiamo le prime note di una colonna sonora convincente , la “suspension of desbelief” si attiva, ingrana la prima o decolla automaticamente, finchè la bontà dei primi 5 minuti dell’opera non sancisce la sospensione di qualsiasi interferenza raziocinante. E’ l’istante dove non ricordiamo più di star vedendo E.T., di leggere East of Eden o di goderci Marcel Marceau a teatro: quel passaggio invisibile attraverso cui, senza accorgercene, precipitiamo nell’accettazione di tutto.

Ma per film come la trilogia di Batman, la “suspension of disbelief” scatta addirittura prima,  già alla vista del poster del Cavaliere Oscuro, quando stiamo per entrare in sala. Nolan ha trattato la materia in questione in modo talmente realista che siamo storditi dall’atmosfera di una storia non iniziata ancor  prima che in sala si spengano le luci. Una “suspension of disbelief” retroattiva del tutto particolare.

Così, ci dimentichiamo di assistere a un banale film e iniziamo a partecipare a qualcosa, ancorati in massa alla medesima suggestione, e alla prima nota di Hans Zimmer siamo tutti a Gotham.

 A onor del vero tuttavia, in”The Dark Knight rises” la mia suspension of disbelief si è clamorosamente autosospesa verso la fine del film.  Verso la fine del terzo capitolo della saga infatti, causa una soluzione scenica certamente non pensata in sceneggiatura, mi sono ritrovato  brutalmente  e semplicemente davanti a delle immagini in movimento. In quel momento ho pensato: 1) Che filmone 2) Anne Hathaway potrebbe reggere da sola tutto il film 3) Ma guarda, Matthew Modine è tornato a recitare e più invecchia più gliel’ammolla, tipo Jeff Daniels in the Newsroom… 4) Chissà se questo è un vero proiettore 4K, non riesco a beccare un pulviscolo di grana neanche nelle parti più in ombra e sto in prima fila…

Ma andiamo al punto del mio risveglio,  il punto che ha scatenato gli inutili pensieri di cui sopra, che non è un punto qualsiasi ma lo Showdown di due ore e rotte di film.

Allora. Batman è scomparso da mesi e Gotham è in mano ai cattivi. I buoni si sono riorganizzati e siamo alla resa dei conti. A questo punto abbiamo i due schieramenti avversari uno di fronte all’altro:  il corpo di polizia di Gotham davanti a un imponente esercito di galeotti coordinati dalla league of Shadows e capitanati da Bane. Entrambe le parti sono armate sino ai denti e lo scontro si preannuncia agghiacciante, anche a causa della neve. L’esercito dei galeotti trasuda rivalsa civile, la polizia intimamente trema ma è pronta al sacrificio estremo. Quando un segno appare dal cielo: la macchina volante di Batman si libra sopra l’esercito dei buoni. Bubbusettete. Batman c’è. La polizia si galvanizza a livelli stratosferici e noi con loro.

TUTTAVIA, nonostante l’orgia di vari e sofisticati armamenti branditi da migliaia di persone, ( http://www.imfdb.org/wiki/Dark_Knight_Rises,_The )

a un tratto,

gli eserciti più determinati che la filmografia ricordi, depongono non si sa dove le armi e…. si prendono a cazzotti. Proprio così. Se le danno di santa ragione. Sissignore. Ci danno giù di brutto. Bud Spencer e Terence Hill a manetta: pugni e sganassoni.

Toh, The Dark Knight è un film, ma pensa, pazzesco…fanno morire Matthew Modine ma Chris Nolan gli ha dato troppa importanza, la camera carella sul suo corpo esanime per ben 5 secondi …però… e invece Tom Hardy sparisce in modo così miserrimo…Much ado about nothing…Mah….

Mentre questi e altri  pensieri parassiti erodono i vari strati della  mia “suspension of disbelief”  e precipito come Di Caprio in Inception di sogno in sogno dritto verso il risveglio, la mastodontica colonna sonora di Hans Zimmer riaggancia tutti i miei neuroni specchio e, magia, risospende ogni  sospensione.

Nuovamente, senza accorgermente, il film scompare davanti ai miei occhi e sono di nuovo a Gotham.

“Suspension of disbelief” riattivata, mi ridimentico di vedere Batman assisto a uno dei migliori finali cinematografici mai scritti, per stilizzazione drammaturgica e apertura narrativa.

Che non è un finale, perchè il finale è Batman che ce la fa. Tecnicamente la parte dopo il finale si definirebbe denouement, (snodo), conclusione ultima della trama, la presentazione di ciò che accade dopo l’esito  del film, il vissero felici e contenti partecipato per qualche minuto invece delle leziose didascalie finali. De noue ment.

Esco dalla sala pensando:

Uno dei peggiori Showdown della storia del cinema per un film di tale livello, seguito a ruota da una chiusa formalmente perfetta.

Chissà se sono stato il solo a notare quella coreografia da spaghetti western.

O forse era un tributo al Batman televisivo e alle volanti didascalie onomatopeiche di quelle botte da orbi fumettesche?

Potevano perlomeno coreografarle meglio le scazzottate tra i due eserciti…

Roba che Terence e Bud sembravano Ninja.

Suspension.

Manuel de Teffé

Batman VS Bud Spencer – Link all’articolo in pdf

Italians don’t use them, but they are the first driving force of an economy, the foundation of every decision, the launch pad of all movements, have devastating domino effects and influence the life of millions of human beings ab urbe condita. And above all are completely free. I am talking about the words YES and NO: the pillars of communication of all time. Of every single time, since the beginning of time. But, for Italians, they are both an undecipherable ball and chain. Because we only pronounce them when we have cowardly examined, until the end, what is the best thing to do, when destiny, which got  miffed , puts us upside down and shakes us violently to force us to react; things start falling down from our pockets one after the other until when a livid YES and  NO involuntary also tumble, and then  we start moving  again beginning a new navigation.Because the truth is that YES and NO give their best on the spur-of-the-moment. The last minute YES and NO always serve you a sort of punishment and don’t enjoy the benefits of the spring chicken YES and No in which dwells something glorious.

I got to know them in New York , 11 year ago. Inspired by New York lifestyle, I used to organize a dinner at the rate of one every two weeks. Those were the first invitations I sent through e-mail and the answers I used to get were only two: YES and NO, tertium non datur. 70% were YES. Back to Rome, I kept the tradition alive, but slowly I realized that the answers to my invitations were hovering over swampy universes. The clear YES and No were the 30% of the answers, while the 70% were like a flabby Maradona who pretended to dribble in an alley. Those who try to organize something like an event or an after dinner in Rome know it well , until the last minute you don’t know exactly whom to count on.Over the years, I began to realize that some answers came back more than others, until when I made a list that I wrote during a snowy winter evening in Germany. Here is my personal HIT PARADE, the title is:

“ANATOMY OF AN ANSWER”

A semi-serious ranking of the most frequent Italian answers to an invitation.

1. HO UN MEZZO IMPEGNO ( I have half a commitment )

It is an untranslatable concept and is in great shape on top of the list. There is no trace of it in any civilization. It is two hairy white ears, pinkish in the inner part, coming out of a top hat. You think it is a rabbit, but the truth is that they are only two ears without a body. It is a top hat without hopes. The headquarters of  “half commitments” is in Rome as well as its cemetery. They have half tombstones, have had half funerals and can come back to life with half a whistle and then they rejoin in diabolic embraces  giving birth to other half commitments. A half a commitment is the tasteless announcement of a failure in progress. Whoever has given this answer and arrives , hasn’t really left behind his half a commitment announced because when he answered he referred exactly to your party.

2. FARO’ IL POSSIBILE ( I’ll do my best )

The “half a commitment” and the “I’ll do my best” are the cat and the fox of the Italian communication.  They wander at night like fake businessmen and deceive pinocchios. They intercept them and they make them wander forever showing them a door that is perpetually slightly open, so slightly open “che n’ te apre” (that does’t open up).

3. NON TI PROMETTO NULLA ( I won’t promise anything )

You can often find it together with “Provo a fare un salto” (I’ll try to drop by), but not necessarily, they can also live parallel lives. “Non ti prometto nulla” reaches its peak during the month of August, where sometimes it can even undermine the “half a commitment”.

4. PROVO A FARE UN SALTO ( I’ll try to drop by )

It instills affection because it evokes a clumsy hope. In some occasions it is preceded by a “Dai” (C’mon). “Dai, provo a fare un salto.” But who pronounces “Dai” statistically doesn’t arrive. I really like those who “try to drop by“ very much because I have very often tried to do the same and thus I understand them. Who tries to drop by usually succeeds, and those who don’t succeed are not to blame.  “Dai”(C’mon) we have all tried it.

5. CERCO DI LIBERARMI ( Lit. tr.: I’ll try to set myself free – It means I’ll try to get rid of my commitment )

It gives you an immediate gratification with a harsh aftertaste. It is a fax that you get from Alcatraz. A promise which causes anxiety. They arrive only in 20% of cases bringing along friends almost always unwanted.

6. TI FACCIO SAPERE ( I’ll let you know )

This is difficult to comment because this kind of answer deflates me like a party baloon.

7. CE LA METTERO’ TUTTA  (I‘ll give it all)

It is an action answer. You keep on thinking  of these people from the invitation until the day of the party. With your thought you involuntarily follow their heroic feats to reach you. They arrive from the Thames on which they have been speeding with their motorboat for weeks dodging the Maria Grazia Cucinotta’s machine-gunning. The person who “gives it all” and is able to arrive is unmistakable: he is the Harry who shows that smile moderately complacent from behind the balcony window and hints an invisible toast when you finally make eye contact with him.  Did you see? I made it. Prosit.

8. SÌ ( Yes )

They arrive in the 55% of cases.

9. NO ( No )

They can indeed not come.

10. SONO INCASINATISSIMO ( I am really messed up )

More than an answer, it is a meditation on his state. It is the “half a commitment” which throws the mask away and engages in some self-examination. It is dangerous to try to understand why they are “really messed up”, just accept it and that’s it.

HONORABLE MENTION

Et voilà. The ranking ends up here, but there is an honorable mention which doesn’t go to an answer, but to a counter-question par excellence: “CHI VIENE” (Who comes?) These are the people who are always testing the waters and if they could, they would send someone in reconnaissance even at their wedding reception, maybe their own wives, to know who is there. And finally, it isn’t in the ranking because it very rarely happens , nor gets an honorable mention because it causes me  a certain anxiety: THE SILENCE. These are those who don’t answer. Called once, twice, three times, don’t give any answer. You meet them by chance in the street and ask them if they have ever received the invitation. They nod with a smile and talk about something else while you get goose bumps.

In Italy when you make an invitation it is as if you were making life difficult to others who, engaged in doing their best without promising you anything, will try to drop by trying “to set themselves free” and that , however,  will let you know if Yes or No, because even if they are really messed up or if they have a half a commitment they’ll give it all.

Thus when in Rome I decide to organize a party and invite someone, I always imagine a clumsy version of Houdini in a straitjacket, wrapped with chains and locked in a sealed trunk under the sea. The man I see only has the comfort of a single trinket: an iphone always turned on that he browses with the tip of his nose. Now and then, he gets an SMS with an invitation to a dinner. In that moment, without a specific expression on his face, the man begins to agitate like a madman. My question is: “ will he give it all?”. The conclusion is that in Italy to send invitations is like sending morse code signals in the fog: only a few ones will be able to interpret them. MY FRIENDS.

For the new year I want to wish you many YES and many NO. There is something glorious in a spring chicken YES or NO, they are statuary, for better and for worse. Don’t be scared, if well employed and fast they can even restart an economy, any economy. They can move MARI e….

Manuel de Teffé

Link to the pdf

La scorsa settimana ho girato a Lamezia Terme uno spot per la promozione  di una scuola mirata alla formazione di una nuova imprenditoria giovane in Calabria. Lo spot, è stato ideato dalla vulcanica mente di Nelida Ancora, organizzato dall’inossidabile Elena Cerra e interpretato dalla brillante attrice lametina Laura Nicotera. Voglio ringraziare  tutti per la partecipazione e la dedizione data in questi particolarissimi giorni di lavoro. Grazie a Nelida, Elena, Laura, Giovanni Giuseppe, Elisabetta, Giusy, Domenico e Vincenzo. La foto che vedete è l’ultima scena dello spot, dove vediamo realizzato il sogno di una giovane imprenditrice che riuscendo a fare rete ha messo insieme un affiatato team di lavoro e creato un nuovo business. Un abbraccio a tutti ragazzi, a presto.