Rossella Falk e la giusta distanza.

Rossella FalkRossella Falk. Attrice. Roma 10 novembre 1926 –  Roma 5 maggio 2013

Ieri, nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, lo Sato maggiore del teatro italiano porgeva l’ultimo omaggio a Rossella Falk: Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Andrea Giordana, Gianfranco Jannuzzo, e tutte le persone più affezionate a Rossella insieme ai carissimi familiari. Io ero particolarmente commosso: è partita un’artista alla quale il mio inizio professionale è stato legato a doppio filo.

L’ansa del 5 Maggio recita così: È morta oggi a Roma Rossella Falk. Nata nella capitale 86 anni fa, attrice prediletta da Fellini e da Visconti, musa ispiratrice delle commedie di Giuseppe Patroni Griffi e di Diego Fabbri, compagna d’arte di Romolo Valli e Giorgo De Lullo, è stata una delle grandi signore del teatro, ricordata come «la Greta Garbo italiana».

Con Rossella iniziai a muovere i primi passi nel mondo dello spettaccolo al teatro Eliseo di Roma lavorando nel 1995 come suo assistente alla regia in “Anima Nera” di G. P. Griffi diretto dalla stessa Rossella, e nel 1996 in “Master Class con Maria Callas” di T. Mc Nally diretto da Patrick Guinand “diretto” a sua volta da Rossella. Catapultato dall’accademia di Belle Arti a teatro, ebbi la fortuna di poter cominciare a lavorare con una delle prime donne dello spettacolo italiano e un entourage indimenticabile. Per questa gavetta d’oro voglio ringraziare ancora Gianni Battista per la fiducia datami. L’aria artistica che respiravo era di altissimo livello e ricordo ogni giorno con una chiarezza e affetto estremi. I miei copioni straripavano imbastiture sceniche, il mio compito era di ricordarle tutte come una time machine.

Ricordo particolarmente la prima di “Master Class con Maria Callas” a Roma. La sera del debutto, durante il ricevimento a casa di Rossella, ricevetti in regalo una sciarpa di un colore mai visto: era il suo modo di ringraziare chi lavorava con lei, tutti ricevemmo un regalo. Passai numerosi inverni con la Falk attorno al collo senza incontrare nessuno con una sciarpa di quel colore, la qualcosa diede ineffabile valore aggiunto a quel regalo.

Per verificabilissime leggi prospettiche, quando qualcosa  è troppo vicino ai tuoi occhi, non lo vedi. Si deve creare una certa distanza, l’oggetto si deve allontanare un po’ dal tuo sguardo  perché tu possa apprezzarne interamente la  presenza.  La stessa cosa avviene con la triste dipartita dei nostri cari. Quella distanza abissale che si crea diventa la giusta distanza che ci permette di metterli improvvisamente a fuoco: l’extreme close up al quale eri abituato è presto assorbito da una figura che si fa intera e più comprensibile. Allo stesso modo,  mi sembra di vedere meglio Rossella Falk adesso di quando lavoravo con lei all’Eliseo.

Mi avvicino a lei con gratitudine, prima che chiudano la porta e la macchina parta. Un’ultima preghiera con la mano accanto alla targa dorata col suo nome…  “Rosa Falzacappa”… leggo con meraviglia…Oh Rosella! Ti chiamavi così, non sapevo.

Rosa,

grazie per quei due anni e per quei colori mai visti,

Con affetto, Manuel

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MERITOCRAZIE BLINDATE e FADE IN ITALY: Come ci siamo smarcati dal ricambio generazionale e abbiamo assunto i meno efficienti.

l’italico leit motiv “In Italia non c’è meritocrazia” ci ha portato negli ultimi 20 anni a un cortocircuito dialettico surreale. Abbiamo comprato un concetto a scatola chiusa e lo abbiamo trasformato in mantra da salotto. Suonava estremamente fico. E quando qualcosa andava storto come non mai,  “In Italia non c’è meritocrazia” è stata la nostra panacea, un assist dal subconscio al nostro alibi più  grande.  “In Italia non c’è meritocrazia”: la più insistente menatura del can della nostra storia, un ottuso “beating around the bush” su scala peninsulare,  la tronfia matrigna di tutte le giustificazioni.  Questo cappuccino fa schifo, IN ITALIA NON C’E’ MERITOCRAZIA. E affermandolo, ci siamo sentiti più grandi. La Crazia ci stordiva a tal punto da farci provare per anni compiacimenti oscuri quando rimasticavamo il concetto con sussiegosa rassegnazione davanti alla signora che si lamentava del figlio disoccupato.

 Perchè Dire “Signora mia in Italia non c’è meritocrazia”  è  un “non sequitur” di proporzioni ipnotiche:  in Italia ce ne sono mille di meritocrazie. Tutte blindatissime e stagnanti; è una  meritocrazia così blindata che  ha invitato per  settant’anni i suoi figli a meritare altrove.

Adesso, se vogliamo sradicare un problema, dobbiamo individuare la causa del problema, non possiamo cristallizzarne dialetticamente l’effetto spacciandolo come problema. E il problema non è “in italia non cè meritocrazia”, quello è l’effetto, perchè la causa che storicamente ha generato la blindatura di tale meritocrazia è stata omessa. Vediamo dunque di ristabilire un’elementare cronologia tra causa ed effetto.

L’Italia è una SOCIETA’ FEUDALE AVANZATA. CAUSA. Società feudale perché ereditando storicamente la propria struttura dai feudi, ha trasferito a raggiera lo status quo di quella società chiusa su ogni punto del suo tessuto sociale, psicologico, culturale ed economico. Avanzata, perché abbiamo traslato questa mentalità anche su internet (difficilissimo avere ancora una risposta ad una email, si finge non siano arrivate). Diventati una nazione, uniti nel bene e nel male, abbiamo conservato una psicologia da bunker, sempre guardinghi se qualcuno tenta con noi un qualsiasi tipo di contatto professionale. Dopo il sisma delle due guerre mondiali, ci siamo nuovamente rinchiusi e divisi perfettamente, passando il tempo a marcare i nostri territori. L’illusione della televisione ci faceva sentire una nazione, ma la vocazione dal manager all’impiegato  è stata sempre quella di difendere la posizione acquisita finché morte non ci separi: ogni postazione libera veniva poi rioccupata per partenogenesi o cooptazione. La ruota veniva dunque girata dagli stessi criceti, qualora svariati speedy gonzales si fossero messi in luce, la blindatura della meritocrazia del sistema neofeudale li avrebbe invitati subito a partecipare altrove i propri talenti.

Pezzo di carta, posto fisso e catenaccio divennero presto i capisaldi emblematici dell’immobilità nazionale.

La società italiana si affrancava così diabolicamente dalla realtà del ricambio generazionale, perno quintessenziale di ogni sana economia dirompente. I vecchi videro nei giovani i loro più acerrimi nemici, la figura americana dell’uomo mentore non decollò mai, e l’impenetrabile assetto neofeudale  fece attecchire uno spontaneo sentimento di invidia nei confronti di chi avrebbe potuto meritare qualcosa di grande in relazione alle proprie capacità, nei confronti di chi iniziava ad avere le carte giuste per entrare in questo o quel feudo verso il quale lo indirizzavano automaticamente i propri talenti… Ma per entrare nel sistema non erano utili  le qualità individuali; Il sistema aborriva la gente di talento, solo gli inefficienti avevano porte spalancate, poiché una volta entrati non avrebbero costituito minaccia alcuna per nessuno.

Estratto di un dialogo dalla “Grande Guerra” di Mario Monicelli :”Da questo momento silenzio assoluto: spegnere tutti i fuochi e le sigarette. Mandi un paio di uomini per portare un messaggio alla batteria i Pagliai, scelga i meno…insomma i  meno efficienti.”

Per non morire della meritocrazia altrui, gli italiani cresciuti fuori dai vari feudi meritocratici, quelli efficienti ma senza le giuste conoscenze,  iniziarono così a varcare i confini nazionali, dove si resero conto che per farcela non dovevano conoscere nessuno, perché la società era aperta e mobilissima.  Per buttarla in caciara e drammatizzare la situazione, qualche giornalista  bollò questo fenomeno come “Fuga dei cervelli”, un altro concetto ganzo e depistante per fare bella figura coi lettori, ma in realtà non fuggiva nessuno.  Era il sistema feudale meritocratico autoreferenziale che non facendo entrare in circolo energie nuove le espelleva come fossero virus: la fuga di cervelli era semplicemente un’ emorragia di esseri umani.

Senza rendersene conto, l’Italia mandava al confino un’altra Italia che si riorganizzò in Sudamerica, negli USA, in Australia, in Germania. nacque così il nuovo italiano all’estero, che lontano dalla forza di gravità italiana come Superman da Kripton, scoprì attonito di avere superpoteri: tutto, ma proprio tutto era straordinariamente semplice lontano dalla madrepatria .

Individuato dunque il problema italiano nella società feudale e autoreferenziale  impermeabile ai meriti esterni, vediamo cosa accadrebbe se domani mattina esplodesse  LA MERITOCRAZIA.

Se l’Italia si trasformasse domani in repubblica meritocratica,  non avendo ancora esorcizzato la causa numero uno che ne attanaglia lo sviluppo, accadrebbe qualcosa di paradossale.  Perché una meritocrazia innestata a freddo in una società feudale porterebbe a un assurdo incancrenimento dello status quo, potrebbe anche dare adito a una sinistra dittatura dei meritevoli che, una volta arrivati meritoriamente alle proprie postazioni, non vedrebbero più alcun motivo per allontanarsene, per lasciare un giorno il posto generosamente a X.   Esattamente come prima: meritocrazia a ricambio generazionale zero.

Questa è la storia vera di come il Made in Italy abbia lasciato il posto anno dopo anno al Fade in Italy.

In sintesi, abbiamo detto per vent’anni  “in Italia non c’è meritocrazia ” perché abbiamo voluto fare bella figura e stare a posto con la nostra coscienza, senza  sapere che non parlavamo del problema ma del suo effetto, un errore di valutazione che ci ha consegnato al disastro attuale chiavi in mano.  In realtà il concetto preciso è: in Italia non c’è mai stato un ricambio generazionale spontaneo, e ciò è stato impedito da una società feudale dove tutto diventava casta intollerante verso  un organico rinnovamento dall’esterno.

La chiave sta dunque nella sfeudalizzazione della nostra società mediante un ricambio generazionale sereno e spontaneo. Ma per innescare questo processo di sfeudalizzazione bisogna promuovere una nuova cultura che abbiamo scartato aprioristicamente, quella della generosità nel senso più ampio del termine, e le generosità è una delle caratteristiche dell’eccellenza.

Dedicato a tutti gli scardinatori culturali del sistema, in primis agli amici del Forum della meritocrazia, http://www.forumdellameritocrazia.it, che con la loro attività straordinaria stanno facendo un eccellente lavoro di gutta smantellando centimetro dopo centimetro la mentalità di una società blindata.

Tante gocce contro una Lapidem.

Questa, la mia gutta.

Manuel de Teffé

Director/Writer

“LA MIGLIORE OFFERTA”: IL CINEMA ALL’ENNESIMA POTENZA. Come Tornatore firma il suo “8 e mezzo” e riscrive la settima arte.

Non ricordo.

Non ricordo di aver mai visto nessun film che per intensità narrativa, follia drammaturgica e maestosità attoriale abbia innalzato così in alto la “Suspension of disbelief” da fare impallidire la storia del cinema in toto. Padrini, Cuculi, Kane e Straniamori hanno già accusato il colpo, spodestati in massa da un quadro caduto a terra, un boato che ripercorre e doppia tutta la storia dei colpi di scena di qualsiasi arte.

I capolavori del cinema di tutti i tempi si sono infatti appena resi conto, uno dopo l’altro, di non esser mai riusciti in realtà a osare un “twist in the plot” di simile caratura. Nessuno di loro ha scassinato l’animo umano andando a parlargli in modo così vertiginosamente intimo mettendo il dito nella piaga fino all’attaccatura della spalla. Nessuno è mai riuscito a escogitare un colpo di scena così organico e saturo di metafore da rimettere in riga tutte le più belle metafore che memoria umana ricordi.

Perché “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore è anche la migliore offerta del cinema italiano degli ultimi 30 anni, la più grande prova d’attore di Goffrey Rush, la maturità totale del regista siciliano. Un film che segna la “fine” della carriera di Tornatore come “8 e mezzo” segnò l’inizio e la fine di Fellini.  Accade infatti che l’artista produce il suo capolavoro in stato di grazia e che il capolavoro plachi per sempre e inconsapevolmente l’artista il quale, da quel momento in poi, creerà sì film magistrali, ma senza mai poter riaccarezzare quel culmine, vetta che per una legge misteriosa e provvidenziale è dato umanamente di poter lambire una sola volta a ognuno di noi, come Carl Lewis vinse i quattro ori in una sola olimpiade e amen.

Samuel Taylor Coleridge, fine poeta inglese e famosissimo oppiomane, spiegò nel 1800 una volta e per tutte la differenza che passa tra prosa e poesia, e lo così fece spartanamente da mettere a tacere per sempre qualsiasi speculazione sul tema. Un giorno, probabilmente in stato di grazia e obnubilato dal fumo, disse con toni disarmanti che la prosa erano le parole nel loro miglior ordine, e la poesia le migliori parole nel loro miglior ordine. Concetto migliore non gli riuscì più. E qui, di poesia si tratta, perché a livello musicale, “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore sono esattamente gli ultimi 3 minuti dell’Estate di Vivaldi: le migliori note nel loro miglior ordine.

Per sbarazzarsi dell’atmosfera di un film simile, sempre ce ne si voglia sbarazzare, l’unico trucco da adottare sarebbe quello di rinchiudersi in una stanza e spararsi senza pietà tutti i film di Alvaro Vitali: solo l’opera omnia di Pierino a loop demenziale potrebbe scartavetrare infatti una simile memoria.

Ricordo molto bene la prima volta che conobbi Tornatore. Una mia ex fidanzata, assunta come comparsa ne “La leggenda del pianista sull’oceano”, mi invitò sul set durante la scena del ballo. Andai a farle visita a Cinecittà, conobbi Tornatore, gli strinsi la mano e gli feci velocemente i miei migliori auguri per il film. Come regista non ho mai amato dilungarmi con altri registi mentre stanno lavorando, perché la cosa disturberebbe anche me. Ciò che quel giorno mi rimase più impresso non fu il set in sé stesso né il dispiego disumano di energie tecniche, ma lo sguardo sereno e umile dell’uomo Tornatore. Serena umiltà che ho ritrovato anni dopo anche nello sguardo di un mio amico, che guarda caso è stato scelto proprio da Tornatore come operatore de “La migliore offerta”: Fabrizio Vicari. Visto il film chiamo Fabrizio il giorno dopo e lo butto giù dal letto all’alba.

M: Fabrizio ma ti rendi conto di cosa hai fatto?

F: Che cosa? Che è successo?

M: Hai girato un capolavoro, tutte inquadrature perfette, asciuttissime, non ne hai toppata una.

F: Ah, l’hai visto?

M: Si. Capolavoro assoluto.

F: Ma dai…Ti è piaciuto?

M: Capolavoro assoluto. Adesso puoi anche andare in pensione.

F: Ah, sono contento…Mi fa piacere. A volte i film che fai ti sono così davanti che non sai più…Ci vivi troppo dentro. 

Sul film non voglio aggiungere nulla, qualsiasi altra parola spesa a riguardo sarebbe portatrice sana di spoiler.

Il punto sul quale l’opera mi ha fatto però riflettere è quella che io chiamo “Legge della compensazione”: ciò che fai o non fai ti ritorna sempre indietro a boomerang con interessi composti.

Per quanto riguarda la genesi di un capolavoro sono invece giunto a una conclusione. Non ho più dubbi: umiltà e vera arte vanno di pari passo.

L’opera presuntuosa gronda i “mamma guarda quanto sono bravo”, mentre l’artista umile si rende conto negli anni che l’arte, la sua arte per la quale ha combattuto e dato la vita, non è esattamente tutto, soffre terribilmente di questa realizzazione e cessa di tallonare il capolavoro. Forse è più appagante quella verità che affiora sulle labbra dei tuoi cari amici una sera a cena, lo sguardo imperioso di una figlia raggiante, la calma dopo tutte le tempeste. E in quel momento ridimensiona l’arte e abbraccia il suo lavoro con sublime serenità: ha scoperto a caro prezzo che la sua adorata pittura, scrittura e musica non sono altro che una seconda lingua donatagli per parlare meglio al mondo di cose fuori del mondo; quell’istante unico dove il divino trova uno spiraglio nell’ego dell’artista ed entra in punta di piedi nel suo lavoro guidando il pennello di Michelangelo, che affranto sotto la Sistina ha improvvisamente la sensazione, commosso e grato, di non essere più solo.

Un’ultima cosa: Tornatore, grazie. E ad maiora. Ma sì, ad maiora.

Manuel de Teffé

 

 

 
 

L’HOBBIT. Come l’effetto Cocktail party neutralizza il 3D. L’invasività della terza dimensione e la reazione del sistema nervoso.

THE HOBBIT: AN UNEXPECTED JOURNEY

Con buona pace dei critici, Peter Jackson ha ragione: dopo 20 minuti l’occhio si abitua agli iperrealistici 48 fotogrammi al secondo dell’ Hobbit contro i canonici 24 del cinema come lo conosciamo fin’ora, ma non aveva tenuto conto che questa verità si riversa anche sulla tecnologia 3D rendendola sostanzialmente inutile. Proprio perché lo stesso occhio, oltre ai 48 fotogrammi al secondo, si abitua inesorabilmente anche al 3D. Ed è dimostrato dal famoso effetto Cocktail party, scoperto nel 1953 da Colin Cherry dell’Imperial College , University of London  ( http://www.ee.columbia.edu/~dpwe/papers/Cherry53-cpe.pdf) , effetto che prova come  in una situazione caotica il cervello capti solo i segnali che lo interessano. Nella situazione caotica di un film d’azione in 3D, al cervello umano interessa infatti sempre e fondamentalmente la storia per la quale abbiamo pagato il biglietto…E se la storia non c’è, il cervello si concentra per entrarci dentro comunque, con la stessa determinazione di un indio che avanza in una foresta fitta a colpi di machete, smantellando gli orpelli visivi  uno ad uno per cercare la strada verso la storia.

Ci abituiamo a tutto. Tranne alle storie che non funzionano. Ci abituiamo al 3d, abitueremo al 4d e ci renderemo conto che il cinema tradizionale a 24 fotogrammi al secondo slavato, difettoso, graffiato e scattoso, se dotato di una buona storia farà sempre la differenza. 24 onirici fotogrammi al secondo contro i 48 soap operistici proposti da Jackson? Polemica sterile. Ogni regista è libero di scegliere quanti fotogrammi al secondo vuole al servizio dello stile narrativo che vuole adottare. Il punto non è questo, il punto è l’invasività del 3D e la reazione del nostro sistema nervoso centrale.

COME  IL 3D RIDIVENTA 2D Vedendo l’Hobbit ho calcolato che Il 3D ha effettivamente una durata media di 20 minuti; una ritensione di 20 minuti nella fase attiva del nostra consapevolezza. Dopo i primi 10 minuti di stupore in cui il cervello si gingilla nella fantasmagoria delle diverse profondità di campo, a poco a poco le sinapsi del sistema nervoso centrale si riorganizzano, metabolizzano il 3D e  nei successivi 20 minuti ribidimensionalizzano il film per non farci impazzire: Il re è nudo, resta solo la storia per quel che è, scevra di prologhi, farfalle che svolazzano a un centimetro dal naso e inseguimenti infiniti.

LA VISIONE OMBROSA DEL 3D Un’altro punto del film che mi ha letteralmente stupito è che l’Hobbit ha una fotografia costantemente leggermente sottoesposta… Più di una volta ho alzato gli occhiali 3d per controllare lo schermo ad occhio nudo. Ma l’immagine sullo schermo era esposta correttamente, perfetta. Indossavo nuovamente gli occhiali e tutto diventava più scuro, come fosse sempre  sottoesposto di uno stop e mezzo. Le lenti 3D infatti, non sono cristalline ma leggermente scure, tridimenzionalizzano la visione e la scuriscono allo stesso tempo. Ovviamente la pupilla finisce per abituarsi e dilatarsi, resta però il fatto che affronta la visione di un film di tre ore sotto continuo sforzo. I direttori della fotografia sono dunque di fronte a un grande dilemma, sovraesporre di uno stop il girato onde rinormalizzarlo durante la visione in 3d attraverso gli occhiali o esporlo correttamente per una successiova distribuzione in 2D ma rendere leggermente più “spenta” la visione nelle sale. Il problema è quando si gira in interni. L’intera sequenza  notturna in casa casa del protagonista prima della partenza, per esempio, è una tortura visiva indicibile a causa di quell’ulteriore diaframma posto dagli occhialetti….oltremodo buia e claustrofobica, nonché narrativamente goffa.

PERCHE’ IL 2D E’ IL VERO 3D E’ sempre la potenza della narrazione a sancire la “Suspension of disbelief” arpionando neuroni uno dopo l’altro e archiviandosi per sempre nella nostra memoria. il 3D è qualcuno che mi balla il tip tap sul tavolo mentre sto leggendo un libro. Non c’è bisogno del tip tap, se la storia mi ha già preso, il tip tap è scomparso. Con la coda dell’occhio vedo due piedi sfocati che continuano a ballare il tip tap accanto a me, ma non ne sento il rumore:  il mio cervello sta avanzando a colpi di machete verso il nucleo della storia, sento solo i colpi di machete. La verità è che un buon 2D è sempre stato 3D, dall’inizio della prima storia narrata al primo uomo; e che il 3D viene in realtà sintetizzato e riassorbito dal nostro cervello, costantemente impegnato a setacciare la marea di stimoli esterni fornendoci continui sunti per facilitare la nostra vita.

L'Hobbit. Come l'effetto cocktail party neutralizza il 3DPer quanto riguarda l’Hobbit,  mi  resta solo una vaga e inutile memoria di persone bizzarre con le quali ho empatia zero, che in un universo parallelo senza donne sono inseguite da mostri e salvate in corner da aquile inespressive. Ah, c’è un occhio gigante che si apre alla fine del film che avatarianamente minaccia il sequel. E sequel sia.

Ma ridateci la storia.  

Manuel de Teffé

Batman VS Bud Spencer. Suspension of disbelief reloaded.

Uno dei concetti letterari più interessanti che abbia mai letto è il celeberrimo “Suspension of disbelief” teorizzato a inizio 1800 da Samuel Taylor Coleridge. Secondo l’autore di “Rhimes of the Ancient Mariner”, quando  uno scrittore masters his craft e riesce a infondere ai suoi scritti una certa dose di realismo,  il lettore può arrivare a sospendere  qualsiasi giudizio circa l’oggettiva non plausibilità di quanto sta leggendo: condizione d’animo battezzata appunto come   “suspension of disbelief”, cartina tornasole ultima di ogni opera d’arte.

Potremmo dunque dire che ogni capolavoro e,  in generale, ogni opera di buon mestiere  possono innescare nel pubblico diversi levelli di “suspension of disbelief”, ovvero differenti gradi di sospensione del giudizio.

E’ quanto accade nel momento in cui ci sediamo di fronte a una buona pellicola, da soli o in compagnia: nell’istante in cui parte la sequenza d’apertura di un film, scattano i titoli o sentiamo le prime note di una colonna sonora convincente , la “suspension of desbelief” si attiva, ingrana la prima o decolla automaticamente, finchè la bontà dei primi 5 minuti dell’opera non sancisce la sospensione di qualsiasi interferenza raziocinante. E’ l’istante dove non ricordiamo più di star vedendo E.T., di leggere East of Eden o di goderci Marcel Marceau a teatro: quel passaggio invisibile attraverso cui, senza accorgercene, precipitiamo nell’accettazione di tutto.

Ma per film come la trilogia di Batman, la “suspension of disbelief” scatta addirittura prima,  già alla vista del poster del Cavaliere Oscuro, quando stiamo per entrare in sala. Nolan ha trattato la materia in questione in modo talmente realista che siamo storditi dall’atmosfera di una storia non iniziata ancor  prima che in sala si spengano le luci. Una “suspension of disbelief” retroattiva del tutto particolare.

Così, ci dimentichiamo di assistere a un banale film e iniziamo a partecipare a qualcosa, ancorati in massa alla medesima suggestione, e alla prima nota di Hans Zimmer siamo tutti a Gotham.

 A onor del vero tuttavia, in”The Dark Knight rises” la mia suspension of disbelief si è clamorosamente autosospesa verso la fine del film.  Verso la fine del terzo capitolo della saga infatti, causa una soluzione scenica certamente non pensata in sceneggiatura, mi sono ritrovato  brutalmente  e semplicemente davanti a delle immagini in movimento. In quel momento ho pensato: 1) Che filmone 2) Anne Hathaway potrebbe reggere da sola tutto il film 3) Ma guarda, Matthew Modine è tornato a recitare e più invecchia più gliel’ammolla, tipo Jeff Daniels in the Newsroom… 4) Chissà se questo è un vero proiettore 4K, non riesco a beccare un pulviscolo di grana neanche nelle parti più in ombra e sto in prima fila…

Ma andiamo al punto del mio risveglio,  il punto che ha scatenato gli inutili pensieri di cui sopra, che non è un punto qualsiasi ma lo Showdown di due ore e rotte di film.

Allora. Batman è scomparso da mesi e Gotham è in mano ai cattivi. I buoni si sono riorganizzati e siamo alla resa dei conti. A questo punto abbiamo i due schieramenti avversari uno di fronte all’altro:  il corpo di polizia di Gotham davanti a un imponente esercito di galeotti coordinati dalla league of Shadows e capitanati da Bane. Entrambe le parti sono armate sino ai denti e lo scontro si preannuncia agghiacciante, anche a causa della neve. L’esercito dei galeotti trasuda rivalsa civile, la polizia intimamente trema ma è pronta al sacrificio estremo. Quando un segno appare dal cielo: la macchina volante di Batman si libra sopra l’esercito dei buoni. Bubbusettete. Batman c’è. La polizia si galvanizza a livelli stratosferici e noi con loro.

TUTTAVIA, nonostante l’orgia di vari e sofisticati armamenti branditi da migliaia di persone, ( http://www.imfdb.org/wiki/Dark_Knight_Rises,_The )

a un tratto,

gli eserciti più determinati che la filmografia ricordi, depongono non si sa dove le armi e…. si prendono a cazzotti. Proprio così. Se le danno di santa ragione. Sissignore. Ci danno giù di brutto. Bud Spencer e Terence Hill a manetta: pugni e sganassoni.

Toh, The Dark Knight è un film, ma pensa, pazzesco…fanno morire Matthew Modine ma Chris Nolan gli ha dato troppa importanza, la camera carella sul suo corpo esanime per ben 5 secondi …però… e invece Tom Hardy sparisce in modo così miserrimo…Much ado about nothing…Mah….

Mentre questi e altri  pensieri parassiti erodono i vari strati della  mia “suspension of disbelief”  e precipito come Di Caprio in Inception di sogno in sogno dritto verso il risveglio, la mastodontica colonna sonora di Hans Zimmer riaggancia tutti i miei neuroni specchio e, magia, risospende ogni  sospensione.

Nuovamente, senza accorgermente, il film scompare davanti ai miei occhi e sono di nuovo a Gotham.

“Suspension of disbelief” riattivata, mi ridimentico di vedere Batman assisto a uno dei migliori finali cinematografici mai scritti, per stilizzazione drammaturgica e apertura narrativa.

Che non è un finale, perchè il finale è Batman che ce la fa. Tecnicamente la parte dopo il finale si definirebbe denouement, (snodo), conclusione ultima della trama, la presentazione di ciò che accade dopo l’esito  del film, il vissero felici e contenti partecipato per qualche minuto invece delle leziose didascalie finali. De noue ment.

Esco dalla sala pensando:

Uno dei peggiori Showdown della storia del cinema per un film di tale livello, seguito a ruota da una chiusa formalmente perfetta.

Chissà se sono stato il solo a notare quella coreografia da spaghetti western.

O forse era un tributo al Batman televisivo e alle volanti didascalie onomatopeiche di quelle botte da orbi fumettesche?

Potevano perlomeno coreografarle meglio le scazzottate tra i due eserciti…

Roba che Terence e Bud sembravano Ninja.

Suspension.

Manuel de Teffé

Batman VS Bud Spencer – Link all’articolo in pdf

Yes and No: the pillars of communication. How we have immobilized Italy without using them

Italians don’t use them, but they are the first driving force of an economy, the foundation of every decision, the launch pad of all movements, have devastating domino effects and influence the life of millions of human beings ab urbe condita. And above all are completely free. I am talking about the words YES and NO: the pillars of communication of all time. Of every single time, since the beginning of time. But, for Italians, they are both an undecipherable ball and chain. Because we only pronounce them when we have cowardly examined, until the end, what is the best thing to do, when destiny, which got  miffed , puts us upside down and shakes us violently to force us to react; things start falling down from our pockets one after the other until when a livid YES and  NO involuntary also tumble, and then  we start moving  again beginning a new navigation.Because the truth is that YES and NO give their best on the spur-of-the-moment. The last minute YES and NO always serve you a sort of punishment and don’t enjoy the benefits of the spring chicken YES and No in which dwells something glorious.

I got to know them in New York , 11 year ago. Inspired by New York lifestyle, I used to organize a dinner at the rate of one every two weeks. Those were the first invitations I sent through e-mail and the answers I used to get were only two: YES and NO, tertium non datur. 70% were YES. Back to Rome, I kept the tradition alive, but slowly I realized that the answers to my invitations were hovering over swampy universes. The clear YES and No were the 30% of the answers, while the 70% were like a flabby Maradona who pretended to dribble in an alley. Those who try to organize something like an event or an after dinner in Rome know it well , until the last minute you don’t know exactly whom to count on.Over the years, I began to realize that some answers came back more than others, until when I made a list that I wrote during a snowy winter evening in Germany. Here is my personal HIT PARADE, the title is:

“ANATOMY OF AN ANSWER”

A semi-serious ranking of the most frequent Italian answers to an invitation.

1. HO UN MEZZO IMPEGNO ( I have half a commitment )

It is an untranslatable concept and is in great shape on top of the list. There is no trace of it in any civilization. It is two hairy white ears, pinkish in the inner part, coming out of a top hat. You think it is a rabbit, but the truth is that they are only two ears without a body. It is a top hat without hopes. The headquarters of  “half commitments” is in Rome as well as its cemetery. They have half tombstones, have had half funerals and can come back to life with half a whistle and then they rejoin in diabolic embraces  giving birth to other half commitments. A half a commitment is the tasteless announcement of a failure in progress. Whoever has given this answer and arrives , hasn’t really left behind his half a commitment announced because when he answered he referred exactly to your party.

2. FARO’ IL POSSIBILE ( I’ll do my best )

The “half a commitment” and the “I’ll do my best” are the cat and the fox of the Italian communication.  They wander at night like fake businessmen and deceive pinocchios. They intercept them and they make them wander forever showing them a door that is perpetually slightly open, so slightly open “che n’ te apre” (that does’t open up).

3. NON TI PROMETTO NULLA ( I won’t promise anything )

You can often find it together with “Provo a fare un salto” (I’ll try to drop by), but not necessarily, they can also live parallel lives. “Non ti prometto nulla” reaches its peak during the month of August, where sometimes it can even undermine the “half a commitment”.

4. PROVO A FARE UN SALTO ( I’ll try to drop by )

It instills affection because it evokes a clumsy hope. In some occasions it is preceded by a “Dai” (C’mon). “Dai, provo a fare un salto.” But who pronounces “Dai” statistically doesn’t arrive. I really like those who “try to drop by“ very much because I have very often tried to do the same and thus I understand them. Who tries to drop by usually succeeds, and those who don’t succeed are not to blame.  “Dai”(C’mon) we have all tried it.

5. CERCO DI LIBERARMI ( Lit. tr.: I’ll try to set myself free – It means I’ll try to get rid of my commitment )

It gives you an immediate gratification with a harsh aftertaste. It is a fax that you get from Alcatraz. A promise which causes anxiety. They arrive only in 20% of cases bringing along friends almost always unwanted.

6. TI FACCIO SAPERE ( I’ll let you know )

This is difficult to comment because this kind of answer deflates me like a party baloon.

7. CE LA METTERO’ TUTTA  (I‘ll give it all)

It is an action answer. You keep on thinking  of these people from the invitation until the day of the party. With your thought you involuntarily follow their heroic feats to reach you. They arrive from the Thames on which they have been speeding with their motorboat for weeks dodging the Maria Grazia Cucinotta’s machine-gunning. The person who “gives it all” and is able to arrive is unmistakable: he is the Harry who shows that smile moderately complacent from behind the balcony window and hints an invisible toast when you finally make eye contact with him.  Did you see? I made it. Prosit.

8. SÌ ( Yes )

They arrive in the 55% of cases.

9. NO ( No )

They can indeed not come.

10. SONO INCASINATISSIMO ( I am really messed up )

More than an answer, it is a meditation on his state. It is the “half a commitment” which throws the mask away and engages in some self-examination. It is dangerous to try to understand why they are “really messed up”, just accept it and that’s it.

HONORABLE MENTION

Et voilà. The ranking ends up here, but there is an honorable mention which doesn’t go to an answer, but to a counter-question par excellence: “CHI VIENE” (Who comes?) These are the people who are always testing the waters and if they could, they would send someone in reconnaissance even at their wedding reception, maybe their own wives, to know who is there. And finally, it isn’t in the ranking because it very rarely happens , nor gets an honorable mention because it causes me  a certain anxiety: THE SILENCE. These are those who don’t answer. Called once, twice, three times, don’t give any answer. You meet them by chance in the street and ask them if they have ever received the invitation. They nod with a smile and talk about something else while you get goose bumps.

In Italy when you make an invitation it is as if you were making life difficult to others who, engaged in doing their best without promising you anything, will try to drop by trying “to set themselves free” and that , however,  will let you know if Yes or No, because even if they are really messed up or if they have a half a commitment they’ll give it all.

Thus when in Rome I decide to organize a party and invite someone, I always imagine a clumsy version of Houdini in a straitjacket, wrapped with chains and locked in a sealed trunk under the sea. The man I see only has the comfort of a single trinket: an iphone always turned on that he browses with the tip of his nose. Now and then, he gets an SMS with an invitation to a dinner. In that moment, without a specific expression on his face, the man begins to agitate like a madman. My question is: “ will he give it all?”. The conclusion is that in Italy to send invitations is like sending morse code signals in the fog: only a few ones will be able to interpret them. MY FRIENDS.

For the new year I want to wish you many YES and many NO. There is something glorious in a spring chicken YES or NO, they are statuary, for better and for worse. Don’t be scared, if well employed and fast they can even restart an economy, any economy. They can move MARI e….

Manuel de Teffé

Link to the pdf

Spot Scuola Mediterranea – Ringraziamenti

La scorsa settimana ho girato a Lamezia Terme uno spot per la promozione  di una scuola mirata alla formazione di una nuova imprenditoria giovane in Calabria. Lo spot, è stato ideato dalla vulcanica mente di Nelida Ancora, organizzato dall’inossidabile Elena Cerra e interpretato dalla brillante attrice lametina Laura Nicotera. Voglio ringraziare  tutti per la partecipazione e la dedizione data in questi particolarissimi giorni di lavoro. Grazie a Nelida, Elena, Laura, Giovanni Giuseppe, Elisabetta, Giusy, Domenico e Vincenzo. La foto che vedete è l’ultima scena dello spot, dove vediamo realizzato il sogno di una giovane imprenditrice che riuscendo a fare rete ha messo insieme un affiatato team di lavoro e creato un nuovo business. Un abbraccio a tutti ragazzi, a presto.

Sì e No: i pilastri della comunicazione. Come abbiamo immobilizzato l’Italia senza utilizzarli.

Gli italiani non li utilizzano, ma

sono il primo motore di un’ economia, la pietra angolare di ogni decisione, la rampa di lancio di tutti i movimenti, hanno effeti domino devastanti e influenzano la vita di miliardi di esseri umani ab urbe condita. E soprattutto, sono infinitamente gratis. Sono il  e il NO:  i pilastri della comunicazione di tutti i tempi. Di ogni tempo, dall’inizio dei tempi.

Ma per gli italiani sono due indecifrabili palle al piede. Perchè noi li pronunciamo  solo dopo aver vilmente vagliato sino all’ultimo qual’è la cosa migliore da fare, quando stizzito il destino ci mette sottosopra  e ci scuote violentemente per obbligarci a una reazione: le cose iniziano a cascarci dalle tasche una dopo l’altra finchè non tonfano involontariamente sul pavimento un Sì o un NO paonazzi, e allora ci rimettiamo in moto iniziando una nuova navigazione a vista parassita.

Perché la verità è che il Sì e il No  danno il meglio di sé nello slancio,  Il Sì e il NO dell’ultimo momento fanno sempre scontare una sorta di pena, non godono dei benefici del SI e NO di primo pelo nei quali dimora un non so chè di glorioso.

Feci la loro conoscenza a New York, 11 anni fa. Ispirato dall’ambiente newyorkese, organizzavo  cene al ritmo di una ogni due settimane. Erano i primi inviti che mandavo via e-mail e le risposte che ricevevo erano solo 2: Sì o No, tertium non datur. Al 70 per cento erano dei SI. Tornato a Roma, continuai la tradizione, ma lentamente mi rendevo conto che le risposte ai miei inviti si libravano su universi paludosi. I Sì e No pieni erano un 30% delle risposte, il 70 per cento era un Maradona imbolsito che faceva finta di palleggiare in un vicolo.  Lo sa bene chi organizza  a Roma una qualsiasi cosa,  evento o dopocena che sia, fino all’ultimo momento non sa mai esattamente su chi contare.  Nel corso del tempo iniziai poi ad accorgermi che alcune risposte ritornavano più di altre, finché  non mi fu chiara una classifica che stilai in Germania in una nevosa sera d’inverno.

Ecco la mia HIT PARADE personale, si intitola:

“ANATOMIA DI UNA RISPOSTA”

Classifica semiseria delle più ricorrenti risposte italiane  a un invito.

1. HO UN MEZZO IMPEGNO

I have half a commitment. E’ un concetto intraducibile e  se ne sta in gran spolvero in cima alla hit. Non ne esiste traccia in nessuna civiltà. Sono due orecchie pelose bianche dall’interno rosaceo che escono fuori da un cilindro. Pensi  sia un coniglio ma in realtà sono solo due orecchie senza corpo.  E’ la prova del nove dell’inattendibilità di una persona.  E’ un cilindro senza speranze. Il quartier generale dei mezzi impegni si trova a Roma, così come il suo cimitero. Nel quartier generale si agitano i mezzi, al cimitero gli impegni. Essi hanno mezze lapidi, hanno avuto mezzi funerali, possono tornare in vita con  mezzo fischio e allora si ricongiungono in amplessi diabolici figliando altri mezzi impegni. Un mezzo impegno è l’ annuncio insapore di un fallimento in fieri. Chi ha dato questa risposta e arriva al tuo invito  non significa che si è lasciato alle spalle il mezzo impegno annunciato perchè quando ti ha risposto alludeva proprio alla tua festa.  Il mezzo impegno fa scopa con

2. FARO’ IL POSSIBILE

Il “mezzo impegno” e “Farò il possibile” sono il gatto e la volpe della comunicazione italiana. Essi si aggirano nella notte come dei falsi businessmen e circuiscono pinocchi. Li intercettano e li fanno vagolare all’infinito facendo intravedere loro una porta perennemente socchiusa. Talmente socchiusa chenteapre.

3.  NON TI PROMETTO NULLA

Spesso si trova in combinazione con “Provo a fare un salto”. Ma non necessariamente, essi possono anche godere vite parallele. Quando però entrano in combutta si trasformano in un mezzo impegno e diventano letali. “Non ti prometto nulla” tocca in Italia i suoi picchi massimi nel mese di Agosto, dove talvolta arriva a insidiare persino “Ho un mezzo impegno”.

4. PROVO A FARE UN SALTO

Infonde tenerezza perché evoca una speranza goffa. Occasionalmente è preceduto da un “Dai”. “Dai, provo a fare un salto.”   Chi pronuncia “Dai” però statisticamente non arriva. Io voglio molto bene a quelli che provano a fare un salto perchè ci ho provato anch’io molto spesso e li capisco. Chi prova a fare un salto di solito ci riesce, quelli che non ci riescono non sono da biasimare:  dai, ci abbiamo provato tutti.

5. CERCO DI LIBERARMI

Da una gratificazione istantanea con retrogusto allappante. E’ un fax che ti arriva da Alcatraz.  Una promessa che mette ansia. Arrivano solo nel 20 per cento dei casi portandosi dietro amici quasi sempre indesiderati.

6. TI FACCIO SAPERE

Questo mi è difficile da commentare perché mi stanno già per cascare le bracc

7. CE LA METTERO’ TUTTA

E’ una action answer. Sono coloro ai quali pensi di più nel periodo che va dal momento dell’invito al giorno della festa stessa. Col pensiero segui involontariamente le loro gesta eroiche per giungere a te.  Arrivano dal Tamigi sul quale hanno sfrecciato in motoscafo per settimane schivando le smitragliate di Maria Grazia Cucinotta.  Chi ce la mette tutta e riesce ad arrivare è inconfondibile: è il semprogno che gronda quel sorriso misuratamente compiaciuto da dietro la vetrata del balcone accennando un invisibile gesto di brindisi quando finalmente lo incroci con lo sguardo. Visto? Ce l’ho fatta. Prosit.

8.

Arrivano nel 55 per cento dei casi.

9. No

Possono non arrivare sul serio.

10.  SONO INCASINATISSIMO

Più che una risposta è una riflessione sullo stato. E’ il mezzo impegno che getta la maschera e fa un’esame di coscienza. Pericoloso cercare di capire perché sono incasinatissimi, accettarlo e basta.

MENZIONE D’ONORE

Et voilà. La classifica termina qui, ma c’è una menzione d’onore che spetta non a una risposta ma alla controdomanda per eccellenza: CHI VIENE? Sono quelli che sondano continuamente, che se potessero manderebbero  in avanscoperta qualcuno anche al ricevimento del proprio matrimonio, magari la propria moglie, per farsi dire chi c’è. E per finire, non si trova nella classifica perchè accade molto di rado, né gode della menzione d’onore perché mi provoca una certa inquietudine: IL SILENZIO. Sono coloro i quali non rispondono. Interpellati 1, 2, 3 volte, non danno risposte. Li incontri per caso in strada e domandi loro se hanno mai ricevuto quell’invito. Annuiscono con un sorriso e parlano d’altro mentre ti viene la pelle d’oca.

In Italia quando si fa un invito  è come se si rendesse dunque la vita difficile agli altri che impegnati a fare il possibile senza prometterti nulla proveranno a fare un salto cercando di liberarsi e che, comunque, ti faranno sapere  se Sì o se No, perché sebbene siano incasinatissimi o abbiano già un mezzo impegno stai sicuro che ce la metteranno tutta.

Così quando a Roma mi viene in mente di organizzare una festa e invitare qualcuno immagino sempre una versione impacciata di Houdini dentro una camicia di forza, avvolto da catene e rinchiuso in un baule sigillato in fondo al mare. L’uomo che vedo ha il conforto di un unico gingillo: un iphone sempre acceso che sfoglia con la punta del naso. Di quando in quando arriva un sms con un invito a una cena. In quel momento, senza un’ espressione particolare in viso, l’uomo inizia ad agitarsi come un ossesso .

la mia domanda è: ce la metterà tutta?

La conclusione è che in terra italica mandare inviti  è come spedire segnali morse nella nebbia: solo qualcuno li saprà interpretare. AMICI MIEI.

Per il nuovo anno vi voglio augurare tanti SI e tanti NO. Saranno la segnaletica più imponente del 2012. C’è un che di glorioso nel Sì e No di primo pelo, sono statuari, nel bene e nel male. Non abbiate paura, bene usati e velocemente possono sfracellare i Maya e rimettere in moto l’economia. Ogni economia.  Smuovono Mari e

Buon Natale.

Buon anno!

Manuel de Teffé

P.S.  Da ora in poi,  quando inviterete qualcuno, per qualsiasi cosa, potete allegare questo articolo. Tutte le scuse sono state mappate.

Gli eletti salutano per primi: le vertigini di un buongiorno. Come salutarsi offline ai tempi di Faccialibro – Da una società feudale a un’economia di relazione – VII parte

Quand’ero bambino, verso i dieci anni, feci la seconda più grande scoperta della mia vita.  La cristallizzazione di quella scoperta fu accelerata in seguito alla mia prima polaroid, regalo che probabilmente acuì il portafoglio di percezioni e deduzioni accumulate da dopo l’affrancamento Lines. Tuttavia, raggiunsi la completezza di tale acquisizione in quattro tappe precise.

1. Il dubbio romano Nel corso degli anni, scendendo ogni mattina con mio padre per via dei “Pinnacchi blu” notavo da lontano che  i vari negozianti, ognuno sull’uscio del proprio negozio, chi sguardo rivolto al vuoto, chi a biascicarsi una sigaretta, chi ad aspettare Godot,  si ritraevano in bottega prima che noi varcassimo la linea di riconoscimento sensibile, ossia quei dodici  metri in cui non puoi non balbettare un saluto di convenienza quando la tua esistenza sta per speronare un’altra, perché è chiaro che gli sguardi si stanno per incrociare ed è fisicamente impossibile non entrare in relazione. Per una psicologia che ignoravo invece, a 12 metri dall’entrata in area di barista, calzolaio, vinaio e fruttivendolo, ognuno di loro rientrava in negozio come per evitare un mutuo saluto. Come per non fare accaderlo, per non essere sottoposti al peso di una risposta scontata. Avevo la sensazione che io e mio padre pestassimo per terra, a un certo punto del marciapiedi, qualche bottone invisibile che attivasse un’energia di risucchio dal retrobottega. Arrivati dal pasticcere, sempre dentro a lavorare, buongiorno-buongiorno, si prendeva una pasta allo zabaione e si tornava indietro. Stessa avanzata, stessi rientri.

Con mia madre esperta in pubbliche relazioni, mio padre attore e una geografia di vorticose comunicazioni attorno alla famiglia, iniziai a percepire che esistevano italiani che vivevano nei loro mondi e, lentamente,  che gli italiani vivevano rinchiusi in altri mondi: era la società feudale che avrei teorizzato una volta a New York. Ma mi diedi tempo, continuai ad osservare il fenomeno finché la sua ripetizione negli anni non suggellò il convincimento che quanto avveniva non fosse affatto casuale. Quel giorno avevo 10 anni ed ero deciso a esporre il dubbio a mio padre, ma venendo lui a Roma una volta ogni 12 mesi, non avevo ancora molta dimestichezza con la relazione e non dissi nulla: avrei rimandato la domanda di ben 18 anni.

2. Realizzazione inglese Tuttavia, willy nilly, sviluppai nel tempo e senza sospettarlo la dipendenza da non saluto, e quando mi ritrovai a diciannove anni in vacanza in Inghilterra a Hemel Hempstead ospite dell’allegra brigata Massey (amici d’infanzia di mia madre), mi resi tristemente conto di come la mia più grande preoccupazione esistenziale fosse schivare la slavina mattutina dei “Good morning!” e degli “How did you sleep”. Non dimenticherò mai lo stato d’animo del primo risveglio da ospite. Mi recai in cucina a fare colazione, Simon, mio coetaneo, già seduto per il breakfast, con due fiocchi di granturco incollati ai lati della bocca mi apostrofò un cisposo : “Good morning Manuel, did you sleep well?” Risposi subito “buon giorno” ma tentennai sul seguito, ragionai sul fatto di aver dormito bene, una domanda fuori dall’evoluzione delle mie risposte…“Goodness, it was freaking cold last night!” Carburai un po’ cupo. “Plus it’s Summer, but yes I slept well, I had weird dreams though, you know?…” Mi sedetti, precipitai anch’io qualche conrnflakes nel latte ma fui poco dopo assalito dalla stessa domanda in bocca al fratello minore , che all’altezza del tostapane ripetè con la stessa inflessione: “Good morning Manuel! How did you sleep?” Clonai la risposta già data variandola leggermente verso la fine per non cadere in una scontata ripetizione. Quando mi entrarono entrambi i genitori:”Good morning Manuel!” Proclamò Eleonor .”Did you sleep well?”  Rincarò la dose John con aria inquisitoria. In quel momento Il latte iniziò ad avere un sapore amaro. I cornflakes nel cucchiaio divennero pesanti. “Good morning John,  Good morning Eleonor. I slept very well thank you, it was a lovely night. A very lovely night, thank you so much. And you? How di you sleep ? “ Pensavo di aver finito di scontare una pena sconosciuta, quando a ruota, ricevetti il colpo di grazia. Catherine, la terza figlia, chioma rossa selvaggia e maglione verde fosforescente, mi accoltellò col suo personale “Good morning, how did you sleep?”, ma con un brio che mi imponeva una risposta su misura. Rapida immersione nelle marianne del mio subconsio. Raccolgo il guanto. Emersione e Numero. Per un progressivo desiderio di originalità, onde non suonare banale, la intrattenni per dieci minuti spiegando come avevo passato la notte utilizzando il tappeto di finto orso bianco come seconda coperta, di come stavo quasi per staccare le tende verdi e avvolgermi come un bruco. Risero tutti mentre io facevo finta di divertirmi: in realtà stavo sperando disperatamente che Ben , il quarto fratello, si alzasse tardi o che non si alzasse affatto.

Il giorno dopo, al mio risveglio, tesi bene le orecchie agli spostamenti di passi nella casa, smistando mentalmente i movimenti di animali domestici dallo spantofolio umano, determinato a entrare in cucina solo quando tutti i Massey fossero già a tavola a nuotare tra i cornflakes, per evitare il martirio dei buongiornoaudidiuslip, napalm sui miei timpani. Un buongiorno collettivo sarebbe stato più che sufficiente. Ero forse diventato anch’io uno dei pii negozianti di via dei Pennacchi? Provavo forse lo stesso tipo di imbarazzo?  E se accadeva ciò, quali erano gli underpinnings di una psicologia che aveva timore di un semplice buongiorno? Lo avrei scoperto in Francia solo nove anni dopo.

3. L’epifania francese Ero nuovamente in vacanza, questa volta a Paray le Monial,  in Borgogna. Una mattina mi alzo e vado a fare colazione in un café. Il posto era gremito di ragazzi, prendo un “cappuccino”, un croissant e mi siedo. Arriva una ragazzina di 15-16 anni minuta e insignificante, mi si siede di fronte. Mentre sto per dare la prima mano di burro, sorride prendendomi alla sprovvista: “Bon jour, ça va?” Mi dicono 2 trecce bionde con una dolcezza che non meritavo. I was blown away: fu come se qualcuno mi avesse segnato un rigore da un’altra galassia… Vidi in quel buongiorno il centro della via lattea, sistole e diastole, Carl lewis che sfondava i duecento, il riflesso del lupo di Gubbio negli occhi di Francesco. Mi commossi profondamente: quella ragazzina non aveva detto buongiorno, era lei stessa il mio buon giorno, era la garanzia del mio buon giorno, l’assegno circolare di una giornata che sarebbe andata in porto. Capii dunque come tutti i buongiorno romani fossero stati evirati sia del giorno che del buon. Di come l’augurio per eccellenza, per pigrizia, si fosse assentato da sé sesso. La parola si era smagnetizzata dal suo significato, aveva fatto una crociera nei Caraibi e aveva lasciato il significato a casa a fare la maglia. Un po’ come la mano che ti si struscia sulla testa ma non espelle carezze perché il pensiero sgranchisce altrove i suoi neuroni. Tornai a Roma stupito e provai quel nuovo buongiorno senza che nessuno se ne accorgesse. Cercai di riallinearlo al suo significato senza farlo partire più dalle retrovie di una mia distrazione. Ma il significato si era ormai squantizzato dal termine e un mio buongiorno poteva dire qualsiasi cosa: ci volle del tempo prima che quella parola tornasse a significare tutto.

4. La spiegazione di Rio  Fu però a Rio de Janeiro, lo stesso anno a casa di mio padre, che capii definitivamente come stavano le cose. Era mattino, mi trovavo nel mezzo della mia permanenza in Brasile, quando si iniziano a fare i conti col pensiero del ritorno ma si spera  ancora che  l’incontro della seconda settimana, coltivato bene nella terza, possa sbocciare clamorosamente nella quarta. Quell’eccitazione da sabato del villaggio si agitò nello stagno delle mie memorie facendo riaffiorare un pensiero sepolto. “Sai papà, sin da bambino mi è sempre sembrato che i negozianti di via dei Pennacchi si ritraessero al nostro passaggio, come se avessero paura, non so, di essere obbligati a salutarci. Mi sembra proprio che a Roma la gente faccia fatica a dirti buongiorno. Ma perché?” Dall’altro lato della stanza, seduto su un divano di bambù, fiotti di sole alle spalle, in epica controluce, mio padre mi guardò sorridente con un caffellatte enorme tra le mani e disse.

“Gli eletti salutano per primi”.

(Anthony Steffen)

Manuel de Teffé

P.S. QUESTO ARTICOLO E’ DEDICATO ALLA MIA AMICA ANGELIKA, CHE TORNATA DALL’AFRICA, DOPO UN ESTENUANTE LAVORO NEI CAMPI PROFUGHI KENIOTI, SI DOMANDA DEL PERCHE’ QUI SI FACCIA COSI’ FATICA A SCAMBIARSI UN SEMPLICE BUONGIORNO.

Orfanotrofio Italia: mentori italiani cercansi. Da una società feudale all’economia di relazione (III parte)

AGLI UOMINI ITALIANI DAI 40 AGLI 80 ANNI E ALLA LORO SOPITA CAPACITA’ DI FARSI MENTORI.

Link all’articolo sull’Italiano

Se l’Italia è una società feudale, dove anche la più insignificante delle strutture diventa nel tempo un feudo impenetrabile, dove ogni logo è bunker autoreferenziale, e nessun buon progetto può avviarsi senza santi in paradiso, l’uomo che debutta in società dopo la parentesi liceale, non sa ancora che il proprio paese non vorrà aver niente a che vedere con lui, e inizierà a muovere i primi passi in quello che si manifesterà a un certo punto come un mostruoso orfanotrofio sconfinato poiché privo di quella figura essenziale che appare dal nulla  quando ogni giovane, ormai pronto per l’incontro, ha bisogno di una propulsione nuova e sconosciuta per prendere definitivamente il largo: sto parlando del mentore, e adesso accennerò al primo che conobbi.

Le modalità secondo le quali un uomo inizia ad assolvere al proprio e ineluttabile ruolo di mentore sono sempre le stesse: è cercato da un giovane che lo avvicina e lo elegge a mentore, cerca lui stesso un giovane perché deve tramandare una certa conoscienza, è già accanto al giovane da molto tempo ed esercita tale funzione automaticamente, senza che nessuno dei due se ne renda conto. Il mio primo mentore rientra nella terza categoria, non l’ho cercato, era già accanto a me: il mio professore di Disegno al liceo romano Pio IX, Mario Salvatori, buon’anima. Quando avevo 18 anni e il prof. Salvatori entrava in classe, io non vedevo un professore ma percepivo un uomo. Mario era l’essenza dell’insegnamento stesso emanata da un signore settantenne stazza un metro e 90 e assorbita da noi per osmosi.  L’uomo era vedovo, un figlio disabile a casa, una scatola di mentine in tasca e un barboncino al guinzaglio; un lord senza tempo che ci insegnava tutto ciò che sapeva: nelle sue classi, anche gli oggettivamente inetti toccavano considerevoli cime artistiche …Come diceva a chi avanzava la scusa del “Non ho la mano”…:” “Tesoro bello manico d’ombrello, non è la mano che disegna, ma il cervello”. Sotto il suo sguardo, crescevamo come in una serra, protetti, rigogliosi, stimati. E non dimenticherò mai quelle due settimane in cui, tornato dalla Svezia dopo la maturità, mi armò fino ai denti per l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti, munendomi persino di ordigni intellettuali non convenzionali.

Twist in the plot: l’influenza del mentore può essere scientificamente provata dalla fisica quantistica, che ridotta in soldoni ci dice: “L’osservatore influenza l’osservato”. Per non far prendere a questo mio articolo fuorvianti e basse pieghe sentimentali, vi dirò che ciò che avviene a livello molecolare è interessantissimo: quando osservate, le particelle subatomiche sono influenzate a livello comportamentale, non modificate, influenzate.

Adesso, esistono tre tipologie di paternità in grado di influenzare l’arco della nostra vita, 3 tipi di padri. C’è il padre fisico, quello di nascita, che nel tempo scopri essere ottenebrato dal raggiungimento di una stabilità economica continua; il padre spirituale, come prete, che nel tempo scopri difficile da avvicinare perché si sta preparando sempre una predica migliore da fare e ha bisogno di scrivere in pace; e l’uomo che entrati in società si deve conoscere per una necessaria crescita umano-professionale,  il padre mentore, il genitore tecnico che ti avvia verso la moltiplicazione dei tuoi talenti e finisce col determinare definitivamente la tua fioritura d’uomo. Quest’ultima forma di paternità, a causa dell’assenza di una economia di relazione derivante da una società che non è riuscita a sfeudalizzarsi, esiste in Italia in modo del tutto trascurabile.

La figura del mentore si sviluppa infatti nella misura in cui una società si muove dinamicamente in un’economia di relazione. E L’economia di relazione è quell’atteggiamento che scaturisce dalla consapevolezza che conoscere lo sconosciuto che hai davanti può essere un arricchimento. Consapevolezza che stenta a realizzarsi in una società come l’Italia, storicamente feudale perchè chiusa in una pletora di compartimenti stagni non comunicanti, tutti privi di una “Single window”, porta d’accesso chiara e visibile che determina il contatto immediato di chi vuole proporre qualcosa a.

La cinematografia americana ci fornisce una quantità pressocchè infinita di mentori, da Obi-Wan Kenobi che alleva Luke Skywalker in Star Wars, a Mickey Goldmile che allena lo Stallone italiano in Rocky; da Gordon Gekko che istruisce il giovane Jake in Wall Street 2 a Robin Williams che forma i suoi studenti in “Dead poets society”. Badate bene ai verbi usati: alleva, allena, istruisce, forma. Una società, quella americana, che nonostante i difetti grossolani sotto gli occhi di tutti è sanissima a livello di ricambio generazionale. C’è sempre un vecchio che si nutre della vitalità energetica di un giovane e un giovane che matura accanto all’esperienza donata di un anziano who brings him to the next level…Nessuno può sopravvivere senza l’altro, ognuno, seppur diversamente, è la linfa vitale dell’altro.

Per esemplificare l’atteggiamento di un mancato mentore italiano,  ascoltate cosa diceva il grande direttore della fotografia Tonino Delli Colli al suo imberbe assistente Mario Brega: “Io non ti dirò nulla. Dovrai rubarmi tutto con gli occhi”. Bello, vero?  Un immenso professionista con ridotte capacità di mentore e un allievo che ha dovuto saccheggiare perchè non poteva domandare. Caso isolato? No. La generalizzazione di questo atteggiamento ha portato alla non nascita di una vera industria cinematografica italiana: non abbiamo un’industria, abbiamo gente che gira cose scambiandosi gli attori.

All’inizio di Rocky, Stallone sbarca il lunario come picchiatore, perchè l’uomo al quale dieci anni prima aveva chiesto di allenarlo aveva rifiutato. Una volta arrivata l’occasione dell’incontro con Apollo, è lo stesso allenatore che cercherà Rocky per poterlo allenare. Morale: Lo Stallone italiano diventa Rocky sotto la guida di Mickey, e Mickey conquisterà il suo unico titolo mondiale con Rocky, una mutua realizzazione umana e professionale.

Qualche anno fa, sotto la pioggia di NY, sorseggiando un acquoso caffè americano su un trespolo del supermercato accanto alla mia lavanderia preferita di Harlem, ho calcolato esserci un gap di esatti 10 anni tra la realizzazione di un uomo americano e quella di un uomo italiano. Perchè da noi ognuno è il mentore di sé stesso. Ora, quando un elettrone cambia orbita, c’è un rilascio di energia. Allo stesso modo, quando un mentore aiuta un giovane a passare su un altro livello, c’è lo stesso rilascio di energia, quell’energia che mette in moto l’economia di un paese. Senza un mentore, un giovane necessiterà dunque di molto più tempo per passare su un altro livello e quando rilascerà quell’energia, perché la rilascerà, l’energià sarà di qualità inferiore, vuoi per la stanchezza, vuoi per il tempo.

Quanto scrivo è scritto per gli uomini italiani dai 40 agli 80 anni, ma anche per le donne, perchè leggendo queste righe possano immediatamente farsi mentori di qualcuno.

Cercasi mentori italiani:  quando un elettrone cambia orbita c’è un rilascio di energia. Rilascio di energia. Uscendo dall’orbita.

CERCASI 12 MILIONI DI MENTORI PER UN IMMENSO RILASCIO DI ENERGIA ITALIANA.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com