“Faccio un salto all’Avana” – Intervista con Aurora Cossio – o anche: manuale di come si ritorna in Italia.

Link all'”L’Italiano” in pdf – articolo a pagina 8 – Prodotto da Medusa film e Rodeo Drive, “Faccio un salto all’Avana” è un film che è andato giù più veloce della Coca Cola che mi sorseggiavo al Roxy col biglietto omaggio, liscio come una rincorsa di Tom & Gerry e gassato come un marameo alla Tex Avery,  una storia semplice  ma in grado di cristallizzare l’italico paradosso con nonchalance sudamericana. Regia: Dario Baldi.

I protagonisti maschili sono Fedele e Vittorio,  interpretati rispettivamente da Enrico Brignano e Francesco Pannofino,  due fratelli romani sposati a due sorelle. Qui la storia al fulmicotone: quando il ligio Fedele si rende conto che il pirotecnico suicidio del fratello è stato solo una vile una messa scena per lasciare la moglie e iniziare una nuova vita a Cuba, parte crociato per l’Avana per stanare il figliol prodigo, inscenargli un coccolone morale e riconvertirlo all’Italia e alla famiglia, perché un uomo è un uomo e ha dei doveri verso una moglie e due figlie che vanno al di là. Sì, lallero. Macchè, Fedele scoprirà invece che: 1) l’Avana è la terra dove il suo represso lato artistico di cantante può esplodere senza chiedere permesso alle sue sedute di psicanalisi; 2) la peggiore donna di Cuba da giri di pista al suo incartapecorito concetto di famiglia; 3) con i fratelli non si agisce da padri e alla fine che vadano per la loro strada.

Il film ha alcuni momenti trascendenti. Brignano che canta, lirico, da solo vale il film.  Il solo di Aurora Cossio, notevole, che si cimenta nell’imitazione dei fraseggi di una telenovela e,  udite udite: la chicca metafisica del poliziotto cubano che cubano non è affatto ma ex borgataro romano che  mollato il Bel Paese si è integrato camaleonticamente in una nuova società facendo carriera. Abbiamo così tre diverse tipologie di italiani che trovano nell’estero il loro Eldorado. Menzione d’onore alla bravissima Grazia Schiavo, quando appare questa attrice sembra che il film rasenti il 3D, tanto trasuda surrealismo.

Vi presento adesso la protagonista femminile, pefectly cast, chiave della suspension of desbelief (diamo una bella ripassata a Coleridge): l’italocolomba Aurora Cossio.

Manuel  Ciao Aurora, introduce yourself please.

Aurora  Ciao Manuel, beh come sai sono nata in Colombia ma quello che non sai forse è che le mie origini risalgono a un paesino piccolo ma molto bello ed accogliente del sud Italia, “Castel nuovo di Conza” nella provincia di Salerno. Mio bisnonno dopo la guerra è emigrato in Colombia come tanti altri castelnovesi. Allora perchè sono venuta in Italia? Sono stata iperprotteta dai mei, cosa che mi ha spinto a voler staccarmi un po’ ed essere padrona di me stessa e della mia vita, cosi ho scelto l’Italia come primo step della lunga corsa che mi aspetta… L’Italia mi ha regalato un’opportunità:  rinascere con una nuova identità affermata. Ho imparato una nuova lingua, ho riso, ho pianto, mi sono confrontata con le mie paure, ho vissuto la solitudine, la noia e con terrore la maldetta monotonia, “l’incubo d’un artista”… Ma soprattuto ho imparato ad amare questo mio percorso, questo mio mestiere con tutte le forze del mio cuore…E adesso sono fiera di farne parte, e del gruppo d’attori e addetti ai lavori che vogliono difenderlo anche quando il sistema ti vuole anullare insieme a lui. Mando un messaggio d’amore, tanta fede e speranza a tutti i sognattori che ci legono in questo momento: credete e non smettete di sognare mai!

Manuel  Puoi descrivermi  il tuo ruolo femminile in questo film?

Aurora  Sono una ragazza cubana della media sociale, cioè con pochissimi soldi in tasca, e vengo sfruttata da un italiano che campa di truffe a Cuba, perchè meglio avere 2 lire in piu’ che niente! Così aiuto la gente del condominio dove sono cresciuta… che sta messa propio male…

Manuel  Come è stato lavorare a Cuba con Brignano e Pannofino?

Aurora  In alcuni momenti divertente, in altri meno: alla fine è sempre un lavoro come qualunque altro.

Manuel  Un lavoro come qualunque altro…Questa risposta mi piace moltoQual’era la tua percezione degli italiani e dell’Italia prima di venire in Italia? Sii sincera ed evita il politically correct, siamo tra amici.

Aurora  Buona, gli uomini Italiani rispetto gli uomini di altre nazionalità da 1 a 10…sono belli ed eleganti…arriverei a un 8; per cui è piu’ alta della media, per esempio, degli uomini latinoamericani.

Manuel  E adesso che sei in Italia?

Aurora  La mia percezione degli Italiani in genere ora continua ad essere alta, solo che adesso non mi fermo piu’ alle apparenze. Gli italiani sono molto furbi… Ha! Ha!

Manuel  Nel film Fedele decide di rimanere a Cuba. Commenta la scelta. (Oh, suono come la traccia di tema d’italiano liceale)

Aurora   Si… Fedele decide alla fine di rimanere a Cuba, come tanti altri Italiani che decidono di rimanere in Sudamerica; la fine del film è solo lo specchio di ciò che succede spesso nella realtà…Gli Italiani adorano i paesi caldi, si innamorano dei posti meravigliosi, della nostra accoglienza, allegria, simpatia, dolcezza, disponibilità, del ballo è delle belle donneeeee! Diciamo che diventa il loro paradiso terrestre! E lo condivido anch’io ha, ha! La qualità di vita dei nostri paesi, almeno della Colombia, non è paragonabile!

Grazie Aurora per questa chiacchierata amichevole  e  AD MAIORA.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com

“Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione. (I PARTE)

IN OCCASIONE DEI 150 ANNI D’UNITA’ D’ITALIA.  Link all’articolo su “L’Italiano”

il 3 febbraio del 2001, forte di un budget di  tre milioni e cinquecentomila lire, dopo aver portato i miei vestiti a lavare,  messo in ordine la stanza  e rattoppato un completo di lino bianco, compravo un biglietto aereo per New York City con la prospettiva di  reiniziare “from scratch”. L’ipod ancora non esisteva, solo un quinto dei miei amici aveva un indirizzo e-mail e Roma mi stava lobotomizzando ogni spiraglio.

L’unico elemento che rimpiango di quel periodo era l’uso consistente del telefono fisso. Quel misterioso brivido che ti percorreva la schiena quando squillava il telefono e mamma bussava alla tua porta dicendoti: “E’ per te…”

le ragioni del mio decollo furono 2. La prima deflagrante: l’essere stato parcheggiato in panchina per 8 mesi in una grande produzione televisiva romana dopo aver diretto una serie di documentari in giro per il mondo trasmessi da RAIDUE: inserito in pianta stabile dall’anziano produttore, ero  in seguito stato  allontanato da un ragazzo dell’entourage. La seconda, fu l’atteggiamento con il quale vidi un mio concittadino romano bere il caffè.

Fu l’evento interruttore, “The straw that breaks the camel’s back”, e ne rimasi così turbato da sentire il bisogno di fissare in un disegno (vedi scarabocchio sulla pagina del mio diario) ciò che avevo da sempre percepito ma mai coagulato in pensieri: il modo sconsolato col quale ricurvi su noi stessi, dopo aver compiuto un piccolo gesto in una piccola tazzina, portiamo alla bocca 20 piccole gocce  di liquido nero dolciastro e le buttiamo giù senza speranza, pavidamente. E ciò accade di mattina, nel momento cioè, in cui ci si dovrebbe alzare dal letto come giganti.

A Roma ero giunto a una conclusione:  per poter lavorare con continuità o dovevo gestire un bar oppure conoscere qualcuno. Bar non ne avevo, e tutti i qualcuno a cui volevo presentarmi vivevano in feudi inaccessibili i cui ponti levatoi erano costantemente alzati. Di quando in quando trovavo qualche ponte levatoio abbassato per sbaglio e irrompevo all’interno della proprietà,  ma il salvacondotto per rimanere dentro era di sancire i miei movimenti all’interno di un’aurea mediocritas, pena l’esser fulminato dall’invidia delle corti, impegnate con lungimirante protervia nel mantenimento dello status quo. Tradotto: se mostravo di esser bravo o avere personalità  ero fottuto.

In Italia, era più facile imbattermi e fare amicizia a Piazza Navona con David Lynch, consegnare personalmente un soggetto a Oliver Stone (e avere da lui una lettera di risposta entro due settimane) o ottenere il permesso di soggiorno sul set di Star Wars a Caserta per studiare l’illuminotecnica  di George Lucas. L’ambiente romano del settore era invece super elitario e impenetrabile.

Partii  dunque per NY con budget risibile,  restai per 2 mesi, interagii col mondo. Per un turbinio incredibile di avvenimenti mi inserii con slancio nella società newyorkese e nel giro di quattro settimane conoscevo più persone lì di quante ne fossi riuscito a conoscere in Italia durante una vita. La mattina uscivo su Seaman street ( Uptown Manhattan) brandendo un tazzone di caffè bollente zuccherato, bibitozzo ripugnante ma necessario per battere le folate d’aria ghiacciata secca che mi sferzavano il volto. Tenere in pugno un caffè non delizioso come quello italiano in un tazzone enorme mi dava una postura fisica più agguerrita che silenziosamente influiva giorno dopo giorno su quella mentale: quando incedi  tenendo in mano qualcosa che parte pesante ma diventa leggero, il tuo stesso atteggiamento psicologico cambia…La giornata non iniziava più con un sorsetto e poi speriamo che me la cavo ma con movimenti ampi e un “let’s make it happen!”

A Manhattan la meccanica delle conoscenze era fluidissima, scoprii che per conoscere qualcuno non avevo bisogno di conoscere nessuno e mi muovevo senza inerzie all’interno di un tessuto sociale ignoto dove la gente era contenta di conoscermi perchè ero la novità;  un ambiente dove il nuovo, l’absolute beginner o chi falliva e ricominciava da zero, erano visti come risorse da testare o senza esagerazioni: come  manna dal cielo.

Alzavo il telefono e riuscivo a parlare con chiunque, senza bisogno di essere presentato da, e lavoravo senza bisogno di ricambiare il favore per. Ero sbigottito, mi sentivo a metà strada tra il Neo di Matrix e l’Alice nel paese delle meraviglie , con la sola eccezione che il  bianconiglio lo tenevo  ben stretto al guinzaglio e di piegar cucchiai proprio non ne avevo intenzione.

L’esperienza finii. Tornato in Italia, sarei poi dovuto ripartire per NY e iniziare un lavoro all’ONU con la World Youth Alliance esattamente il giorno undici Settembre ma un avvenimento che racconterò solo a voce a chi sarà interessato mi tenne provvidenzialmente lontano dal vedere crollare le torri.  La mela mi aveva cambiato per sempre, e mio fratello Luiz ne fu talmente scosso da pregarmi qualche anno dopo di farlo ospitare a NY per poter godere anche lui di un periodo sabbatico. Sistemai l’architetto nel Bronx, a farsi le ossa, a studiare l’inglese e a lavorare come grafico in una compagnia di mormoni…Una specie di scherzo, per temprare l’ex PR discotecaro ora rinomatissimo development manager milanese e uno dei migliori uomini che conosca.

Al contrario di quanto sarebbe logico pensare, questa impagabile esperienza oltre oceano non ha diminuito di un millimetro il mio amore per l’Italia ma semplicemente mi ha aperto gli occhi su una realtà strutturale che pativo senza comprendere come affrontare. Le cose nel Bel Paese (“Famolo pure brutto”, direbbe mio padre) dopo dieci anni non sono certo cambiate, e specchietto di tornasole ne è Sanremo, rito tribale italiano dove esiste ancora l’indecente  spartiacque psicologico fra “i Big” e le “nuove proposte”.

L’Italia è dunque una società feudale avanzata, bisogna averlo chiaro in mente ma non farsene una ragione:  il ventenne che si affaccia sul mondo del lavoro viene visto come elemento destabilizzante, non è una ricchezza, è un virus che non deve entrare in circolo.  Se invece vuole mettersi in proprio può aprire  una S.r.l. ma subirà una tortura medioevale impietosa (meglio e più tutelante aprire una LTD a Londra). Bisogna, dicevo, averlo ben chiaro…Per ora siamo una società feudale avanzata. Comunichiamo con chi già conosciamo…E in modo stitico. La ragione storica di una più semplice economia di relazione americana risiede  nel fatto che nella terra di Colombo tutti arrivarono nello stesso momento e dovettero guardarsi in faccia per capire chi fossero e chi poteva fare cosa…Mi immagino un dialogo dell’epoca: “Tu chi sei?” ” Sono Charlie e vengo dall’irlanda e tu?” ” Sono Roberto, vengo da Napoli”  “Che sai fare Bob? ” “Io? Il caffè, so tutto sul caffè, e tu Charlie?”  Io costruisco ponti. Ok, Bob…Bingo! ascolta, ho un’idea di business geniale …Apriamo un bar su un ponte, non l’ha mai fatto nessuno…”

Anche nei film…La gente vuole e va a vedere film con attori totalmente sconosciuti perché…beh, perché sono nuovi, c’è l’eccitazione di andare a scoprire esseri umani che non conosci, che se sono stati scelti è perché beh, è perché devono essere bravissimi…

Ogni volta che rientro in Italia sento invece sempre lamenti , mi sembra di assistere a una permanente guerra civile: ancora si discute di sinistra, di destra, di terzi poli, di convergenze parallele e tutto ciò con un atteggiamento che evoca solo quell’odore di muffino che ristagna intorno ai cappotti delle vecchie vedove con figlia nubile al seguito.

Ecco dunque il concetto chiave per buttare giù questa società feudale avanzata: ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE. Economia di relazione che nasce anche da un semplice atto come quello di non far finta che quell’ e-mail che hai ricevuto da cinque giorni non sia mai arrivata.  C’è eccome, aprila e rispondi: rispondi sempre e sii generoso, vai a conoscere lo sconosciuto che bussa, potrebbe accadere qualcosa di straordinario.

Facciamo accadere qualcosa di straordinario e non solo su Faccialibro.                                                                                                                                                                                                             Con amore e gratitudine per il paese  dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.

Manuel de Teffé

mdeteffe@me.com