Il mese scorso, mentre Benigni cantava il nostro inno nazionale a Sanremo (queste le coordinate temporali, benché non mi trovassi in Italia e non seguissi il Festival), mi sono seduto e ho iniziato a scrivere un articolo mandato il mattino seguente a tutti i giornali italiani. Tecnicamente, è stato scritto; umanamente è esploso. Sono bastate le pubblicazioni sul Secolo XIX e sull’Italiano a scatenare una reazione che non mi sarei mai aspettato. Ho ricevuto messaggi da italiani di tutto il mondo, personalità di ogni genere, e anche amici che avevo totalmente perso di vista si sono rimessi in contatto con me: per quasi una settimana la mia unica occupazione è stata di rispondere e scrivere…Vorrei ringraziare la redazione del Secolo XIX e in particolare il direttore dell’Italiano Gian Luigi Ferretti, su invito del quale ho buttato giù anche un secondo articolo, a integrazione del primo. Stesso risultato. Cosa ho scritto? In sostanza che amo il mio paese e che per uscire dalla crisi basterebbe passare da una società feudale avanzata a un’economia di relazione. Più sotto troverete gli articoli con i link alle pubblicazioni; presto andrò alla trasmissione di Sergio Nava su Radio 24, per esporre ciò di cui parlo. Nel frattempo, Buoni 150 anni a tutti.
Author: Manuel de Teffé
Da una società feudale all’economia di relazione: come bloccare l’emorragia di Italiani all’estero. (II Parte)
IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DI UNITA’ D’ITALIA Link all’articolo su “L’Italiano”
Il 15 febbraio del 2001, forte di un budget di 2 milioni e 400 mila lire, con 4 fiammanti camicie di Fellini nel trolley, un abito di lino bianco rattoppato ad arte e altro made in Italy che avrebbe blindato la mia bella figura oltreoceano, partivo per New York City con un unico contatto, l’indirizzo di una ragazza canadese che mi aveva offerto lavoro su internet. In quei giorni, ero ancora tecnologico come una merenda di monache, la parola laptop mi evocava un passo ippico e Roma aveva appena finito uno slalom tra i miei sogni come un cieco col bastone.
L’unico fatto che mi fa sorridere di quel periodo erano i disegni che schizzavo su un diario brasiliano per riassumere interi concetti, e della penna che ancora utilizzavo per fissare su carta stormi di pensieri.
Le ragioni del mio espatrio, già citate, si stagliavano su un background familiare di 3 vicende roboanti e un caso umano straordinario legato a Steven Spielberg ma del quale ancora non parlerò. To sum it all up: avevo un papà attore in pensione, ex eroe degli spaghetti western, a far feste nel suo attico a Rio; una mamma inventrice che cercava di far partire il suo gioco di carte stampato e non distribuito da Dal Negro; una iron-nonna che si nutriva di settimane enigmistiche in un monolocale sull’Aurelia dopo che la mafia le aveva bruciato tutti i vigneti in quel di Canicattì per essersi sempre rifiutata sempre di pagare il pizzo, chapeau e standing ovation.
In questa fine cornice ero comunque riuscito a far bingo come regista, ma qualcuno mi aveva poi rinchiuso in cella frigorifera col biglietto vincente della lotteria. 8 mesi ad aspettare sul letto che la produzione mi chiamasse dopo essere stato preso dal gran capo. 8 mesi di adesso partiamo e continui abort takeoff. Naturalmente avevo vagliato con freddezza anche altre ipotesi lavorative…Ma le quasi 500 lettere che partirono da via delle Fornaci non ebbero alcuna risposta. Se chiudo gli occhi e mi concentro bene sono tutte lì, in fondo al Triangolo delle Bermuda, nella carlinga di un aereo da guerra, ancora sigillate. Poi una sera, dopo 7 mesi e mezzo di prove, mandai per sbaglio una e-mail negli USA e Il giorno dopo mi ringraziavano per averli contattati: “We think you’re suitable for a special mission”. Mi esplose in testa l’incipit del leit motiv di Superman e se non piansi subito fu perché qualcuno mi stava bussando alla porta.
Addentai la mela in una giornata nevosa, diedi l’indirizzo a un tassista broccolino che mise subito K.O. tecnico il mio splendido british english e mi ritrovai con la coda tra le gambe in Uptown Manhattan a casa di una ragazzina canadese, mia datrice di lavoro e anfitriona. Si chiamava Anna Alpine, mi cucinò al volo due anglospaghetti acquosi e mi spedii a letto con una tisana. Ancora non lo sapevo, ma quell’ appartamentino di 70 metri quadri era il primo quartier generale della World Youth Alliance.
Il giorno dopo, in poche ore avevo di nuovo un compito, una roadmap, una deadline. Fui subito inserito in una squadra internazionale di coetanei: i mie nuovi amici si chiamavano Erik, Mark, Olivia, Gudrun e Melissa. Come gli X-Men, ognuno di noi era stato reclutato per un particolare talento. Come i Goonies, avremmo vissuto l’avventura della nostra vita. Altri personaggi incredibili, tipo Julie la ballerina mormona, si aggiunsero poco a poco alla squadra e io ridivenni finalmente quel macbook pro a piena carica che ero sempre stato. La World Youth Alliance era un’organizzazione no-profit apolitica nata per l’esaltazione della dignità della persona umana, il mio compito sarebbe stato quello di realizzare un documentario sulla “straordinarietà dell’Infanzia”, lavoro che avremmo dovuto presentare durante una speciale sessione ONU l’11 Settembre di quell’anno. Tuttavia, prima di girarlo, Anna voleva che capissi come funzionavano le United Nations, per censire le varie sensibilità, e iniziai dunque a prendere parte a ogni possibile riunione, comitato, pranzo e tè pomeridiano. Presenziai per due mesi anche alla scrittura di quegli altisonanti documenti composti in real time su schermo gigante, dove per mettere d’accordo tutti si scrivevano cose pazzesche. Era la beffa planetaria del politically correct, quel non offendere nessuno mettendo tutti nel sacco. Sessioni infinite sul gender equality, ridiscussione totale sul ruolo della famiglia tradizionale.
Ogni mattina uscivamo su Seaman street diretti in metropolitana per le Nazioni Unite, io nel tragitto ingannavo il tempo facendo caricature ai viaggiatori che poi regalavo agli stessi; dalle 6 del pomeriggio in poi, dopo il lavoro, inchiodavamo la teoria alla vita. Senza diarchie. La World Youth Alliance metteva in pratica lo statuto a 360 gradi, la visione della Culture of Life si traduceva organicamente in fine settimana indimenticabili. Dal venerdì alla domenica sera era un esplosione di cocktail, cene, dopocene, teatri, vernissage, musei, serate a casa di, feste a casa da e passeggiate a Central Park con tazzoni di caffè antineve. Anna era la fondatrice e a quel tempo anche la presidente, ma FACEVA RUOTARE ogni RESPONSABILITA’, senza il terrore che la sua autorità ne venisse intaccata. Adesso opera esclusivamente come fondatrice, perché nella WYA per statuto si può esser presidenti solo sino a trent’anni, e l’ufficio non è più a Seaman street ma si è spostato in un glorioso edificio vicino al Palazzo di Vetro, grazie a una generosa donazione : 3 interi piani dove giovani di tutto il mondo vivono e lavorano, cambiando di anno in anno.
L’esperienza finii. Tornato in Italia iniziai ben pagato un lavoro da regista in una nuova produzione romana, conobbi in un pub una cantante neozelandese con la quale mi misi insieme e, per una ragione che spiegherò solo a a voce a chi sarà interessato, l’undici settembre del 2001 non presenziai alle Nazioni Unite col mio documentario sull’infanzia ma lo spedii da Londra: la provvidenza, mi aveva intercettato a metà strada.
Economicamente avrei invece gongolato ancora per qualche mese, perché i dignitosissimi 3 milioni di lire che ricevevo di stipendio si sarebbero presto trasformati in amari 1500 euro mensili. Dal quel collasso economico si salvarono in pochi, una mia amica finì a mangiare alla Caritas ed esplose un’inflazione psicologica che fu in parte dettata da un gran numero di ristoratori e negozianti. Ciò che costava 1000 lire e che lo Stato garantiva valere 50 centesimi, si era trasformato ovunque in un euro. Una pizza da diecimila lire, era diventata pizza da dieci euro. E noi quelle ventimila lire travestite le pagavamo tutti, zitti e conniventi, per continuare a far bella figura. Quando negli Stati Uniti anche un Rockfeller vedendosi appioppato una margherita da 10 euro avrebbe preferito non pagare e alzarsi, per dignità. Perché anche i Rockfeller hanno un’etica nonostante tutto. Questo fu il nostro errore: noi non ci alzammo da tavola ma mettemmo sul tavolo quelle 10 euro.
Se l’impegno numero uno dell’Italia è di bloccare la crescita umana, spirituale e fisica dei suoi figli, beh, HOUSTON ABBIAMO UN PROBLEMA. O elaborate e ci spedite subito una mappa per rientrare, oppure saremo costretti a rimanere fuori orbita. Se la crescita in Italia è zero, le aziende non rispondono alle e-mail, le carte sono già state distribuite e la principale preoccupazione di un cittadino è non prendere una multa alla macchina per non avere la concessionaria per la riscossione dei tributi che avvia ipoteche sulla casa con lettere agghiaccianti, MAYDAY-MAYDAY. E se per mettersi in proprio e avviare una S.r.l. lo Start-up è calare 3500 euro dal notaio contro i 1000 della Germania, i 150 della Francia e i 135 GBP del Regno Unito (www.doingbusiness.org), Opss…Presidenti Napolitano, Berlusconi, Fini, leader tutti, Signori Marcegaglia e Montezemolo, MI COPIATE?
In questo momento storico, i giovani italiani senza conoscenze alle spalle sono stati messi al muro dal loro stesso paese. Davanti ad essi il plotone d’esecuzione dei finti dibattitti televisivi sulla meritocrazia che non spostano di un millimetro il problema ma che li tengono buoni. Le televisioni nazionali continuano involontariamente a depistare gli Italiani e da Sposini, Giletti, Santoro e Fazio si parla di caste e baronati senza capire che con la struttura mentale attuale persino la più un’innocua delle onlus rischia di diventare nel tempo un feudo impenetrabile.
Siamo in una società feudale avanzata, l’economia di relazione che in America scatta automaticamente per curiosità, qui entra in funzione solo alla luce di un sicuro do ut des, dopo che la gente si è fatta un’ idea esatta della geografia di convenienze che hai dietro le spalle, perchè speriamo sempre in “un qualcosina in più”, senza comprendere che la convenienza immediata è l’essere umano che ti tende la mano. Una mentalità che ha polverizzato su tutto il territorio nazionale, in qualsiasi ambito lavorativo, ogni possibilità di ricambio generazionale.
Sono ormai sicuro non sia più corretto parlare astrattamente di fuga di cervelli, perché l’Italia continua a esser piena di persone intelligentissime. Ognuna al suo posto. La fuga di cervelli non esiste, è linguaggio da Nazioni Unite, cumpunto e tronfio, qui siamo in presenza di un’emorragia di esseri umani. La traiettoria della semantica è importante, parlare di fuga di cervelli ci fa pensare con distacco a un antipatico gruppo di nerd che scappano da Nuoro, ma considerare un’ emorragia di esseri umani, beh, questo concetto dovrebbe mettere in moto la nostra umanità.
Perché o diventiamo generosi come gli italoamericani a NYC che dopo averti conosciuto hanno il bisogno fisico di sapere se hai un lavoro e in caso negativo ti iniettano nella società e diventi un player, oppure mia moglie ha avuto ragione a far nascere nostra figlia in Germania. O iniziamo a vedere un giovane di 18 anni come un uomo con un suo ruolo unico da svolgere e ci impegnamo tutti per farlo decollare dall’Italia per l’Italia, o avremo già decretato la sua morte civile e tra noi e Cosa Nostra, signore e signori, non ci sarà alcuna differenza.
Non c’è più tempo di fare bella figura nè di rimboccarsi le maniche. Così come siamo, nel modo in cui ci troviamo, dobbiamo solo iniziare un clamoroso cambio di mentalità e atteggiamento. Dobbiamo iniziare tutti a grondare una generosità che si è incattivita nel tempo, rinchiusa come è stata nelle segrete dei nostri feudi.
PASSO.
E da qualche parte mi aspetto un ROGER.
Con amore e gratitudine per per il paese dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.
Manuel de Teffé
mdeteffe@me.com
“Stamattina porto i vestiti a lavare e parto per New York” : Storia di come scoprii l’Economia di relazione. (I PARTE)
IN OCCASIONE DEI 150 ANNI D’UNITA’ D’ITALIA. Link all’articolo su “L’Italiano”
il 3 febbraio del 2001, forte di un budget di tre milioni e cinquecentomila lire, dopo aver portato i miei vestiti a lavare, messo in ordine la stanza e rattoppato un completo di lino bianco, compravo un biglietto aereo per New York City con la prospettiva di reiniziare “from scratch”. L’ipod ancora non esisteva, solo un quinto dei miei amici aveva un indirizzo e-mail e Roma mi stava lobotomizzando ogni spiraglio.
L’unico elemento che rimpiango di quel periodo era l’uso consistente del telefono fisso. Quel misterioso brivido che ti percorreva la schiena quando squillava il telefono e mamma bussava alla tua porta dicendoti: “E’ per te…”
le ragioni del mio decollo furono 2. La prima deflagrante: l’essere stato parcheggiato in panchina per 8 mesi in una grande produzione televisiva romana dopo aver diretto una serie di documentari in giro per il mondo trasmessi da RAIDUE: inserito in pianta stabile dall’anziano produttore, ero in seguito stato allontanato da un ragazzo dell’entourage. La seconda, fu l’atteggiamento con il quale vidi un mio concittadino romano bere il caffè.
Fu l’evento interruttore, “The straw that breaks the camel’s back”, e ne rimasi così turbato da sentire il bisogno di fissare in un disegno (vedi scarabocchio sulla pagina del mio diario) ciò che avevo da sempre percepito ma mai coagulato in pensieri: il modo sconsolato col quale ricurvi su noi stessi, dopo aver compiuto un piccolo gesto in una piccola tazzina, portiamo alla bocca 20 piccole gocce di liquido nero dolciastro e le buttiamo giù senza speranza, pavidamente. E ciò accade di mattina, nel momento cioè, in cui ci si dovrebbe alzare dal letto come giganti.
A Roma ero giunto a una conclusione: per poter lavorare con continuità o dovevo gestire un bar oppure conoscere qualcuno. Bar non ne avevo, e tutti i qualcuno a cui volevo presentarmi vivevano in feudi inaccessibili i cui ponti levatoi erano costantemente alzati. Di quando in quando trovavo qualche ponte levatoio abbassato per sbaglio e irrompevo all’interno della proprietà, ma il salvacondotto per rimanere dentro era di sancire i miei movimenti all’interno di un’aurea mediocritas, pena l’esser fulminato dall’invidia delle corti, impegnate con lungimirante protervia nel mantenimento dello status quo. Tradotto: se mostravo di esser bravo o avere personalità ero fottuto.
In Italia, era più facile imbattermi e fare amicizia a Piazza Navona con David Lynch, consegnare personalmente un soggetto a Oliver Stone (e avere da lui una lettera di risposta entro due settimane) o ottenere il permesso di soggiorno sul set di Star Wars a Caserta per studiare l’illuminotecnica di George Lucas. L’ambiente romano del settore era invece super elitario e impenetrabile.
Partii dunque per NY con budget risibile, restai per 2 mesi, interagii col mondo. Per un turbinio incredibile di avvenimenti mi inserii con slancio nella società newyorkese e nel giro di quattro settimane conoscevo più persone lì di quante ne fossi riuscito a conoscere in Italia durante una vita. La mattina uscivo su Seaman street ( Uptown Manhattan) brandendo un tazzone di caffè bollente zuccherato, bibitozzo ripugnante ma necessario per battere le folate d’aria ghiacciata secca che mi sferzavano il volto. Tenere in pugno un caffè non delizioso come quello italiano in un tazzone enorme mi dava una postura fisica più agguerrita che silenziosamente influiva giorno dopo giorno su quella mentale: quando incedi tenendo in mano qualcosa che parte pesante ma diventa leggero, il tuo stesso atteggiamento psicologico cambia…La giornata non iniziava più con un sorsetto e poi speriamo che me la cavo ma con movimenti ampi e un “let’s make it happen!”
A Manhattan la meccanica delle conoscenze era fluidissima, scoprii che per conoscere qualcuno non avevo bisogno di conoscere nessuno e mi muovevo senza inerzie all’interno di un tessuto sociale ignoto dove la gente era contenta di conoscermi perchè ero la novità; un ambiente dove il nuovo, l’absolute beginner o chi falliva e ricominciava da zero, erano visti come risorse da testare o senza esagerazioni: come manna dal cielo.
Alzavo il telefono e riuscivo a parlare con chiunque, senza bisogno di essere presentato da, e lavoravo senza bisogno di ricambiare il favore per. Ero sbigottito, mi sentivo a metà strada tra il Neo di Matrix e l’Alice nel paese delle meraviglie , con la sola eccezione che il bianconiglio lo tenevo ben stretto al guinzaglio e di piegar cucchiai proprio non ne avevo intenzione.
L’esperienza finii. Tornato in Italia, sarei poi dovuto ripartire per NY e iniziare un lavoro all’ONU con la World Youth Alliance esattamente il giorno undici Settembre ma un avvenimento che racconterò solo a voce a chi sarà interessato mi tenne provvidenzialmente lontano dal vedere crollare le torri. La mela mi aveva cambiato per sempre, e mio fratello Luiz ne fu talmente scosso da pregarmi qualche anno dopo di farlo ospitare a NY per poter godere anche lui di un periodo sabbatico. Sistemai l’architetto nel Bronx, a farsi le ossa, a studiare l’inglese e a lavorare come grafico in una compagnia di mormoni…Una specie di scherzo, per temprare l’ex PR discotecaro ora rinomatissimo development manager milanese e uno dei migliori uomini che conosca.
Al contrario di quanto sarebbe logico pensare, questa impagabile esperienza oltre oceano non ha diminuito di un millimetro il mio amore per l’Italia ma semplicemente mi ha aperto gli occhi su una realtà strutturale che pativo senza comprendere come affrontare. Le cose nel Bel Paese (“Famolo pure brutto”, direbbe mio padre) dopo dieci anni non sono certo cambiate, e specchietto di tornasole ne è Sanremo, rito tribale italiano dove esiste ancora l’indecente spartiacque psicologico fra “i Big” e le “nuove proposte”.
L’Italia è dunque una società feudale avanzata, bisogna averlo chiaro in mente ma non farsene una ragione: il ventenne che si affaccia sul mondo del lavoro viene visto come elemento destabilizzante, non è una ricchezza, è un virus che non deve entrare in circolo. Se invece vuole mettersi in proprio può aprire una S.r.l. ma subirà una tortura medioevale impietosa (meglio e più tutelante aprire una LTD a Londra). Bisogna, dicevo, averlo ben chiaro…Per ora siamo una società feudale avanzata. Comunichiamo con chi già conosciamo…E in modo stitico. La ragione storica di una più semplice economia di relazione americana risiede nel fatto che nella terra di Colombo tutti arrivarono nello stesso momento e dovettero guardarsi in faccia per capire chi fossero e chi poteva fare cosa…Mi immagino un dialogo dell’epoca: “Tu chi sei?” ” Sono Charlie e vengo dall’irlanda e tu?” ” Sono Roberto, vengo da Napoli” “Che sai fare Bob? ” “Io? Il caffè, so tutto sul caffè, e tu Charlie?” Io costruisco ponti. Ok, Bob…Bingo! ascolta, ho un’idea di business geniale …Apriamo un bar su un ponte, non l’ha mai fatto nessuno…”
Anche nei film…La gente vuole e va a vedere film con attori totalmente sconosciuti perché…beh, perché sono nuovi, c’è l’eccitazione di andare a scoprire esseri umani che non conosci, che se sono stati scelti è perché beh, è perché devono essere bravissimi…
Ogni volta che rientro in Italia sento invece sempre lamenti , mi sembra di assistere a una permanente guerra civile: ancora si discute di sinistra, di destra, di terzi poli, di convergenze parallele e tutto ciò con un atteggiamento che evoca solo quell’odore di muffino che ristagna intorno ai cappotti delle vecchie vedove con figlia nubile al seguito.
Ecco dunque il concetto chiave per buttare giù questa società feudale avanzata: ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE, ECONOMIA DI RELAZIONE. Economia di relazione che nasce anche da un semplice atto come quello di non far finta che quell’ e-mail che hai ricevuto da cinque giorni non sia mai arrivata. C’è eccome, aprila e rispondi: rispondi sempre e sii generoso, vai a conoscere lo sconosciuto che bussa, potrebbe accadere qualcosa di straordinario.
Facciamo accadere qualcosa di straordinario e non solo su Faccialibro. Con amore e gratitudine per il paese dove sono nato, per i suoi 150 anni d’unità.
Manuel de Teffé
mdeteffe@me.com
“QUANTO AMORE C’E'”. L’esperienza di Federico Amoni
Nella prima settimana di ottobre ho avuto l’opportunità e il piacere di recitare nel primo video clip musicale di G. Celentano “Quando amore c’è”. La realizzazione del lavoro è stata affidata all’attenta e scrupolosa regia di Manuel de Teffè, il quale è stato perfettamente coadiuvato dall’equipe della Santa Chiara Media Company. In brevi spaccati vorrei ripercorrere questa gradevole esperienza. Come spesso accade qui a Milano, tutto inizia in una grigia giornata di primo autunno. Ore 9:00- appuntamento con il regista e i ragazzi della troupe nel posto deputato a girare le scene. La tensione, che spesso mi accompagna nell’affrontare cose nuove, viene subito smorzata da un clima molto familiare e genuino. Queste premesse confortanti sono di buon auspicio a due giornate di riprese che si annunciano molto lunghe ed intense. Pronti e via!! Mentre i ragazzi preparano la strumentazione (luci, schermi, telecamere ecc..), io e Caterina Mazzucco, mia “compagna” di set, cerchiamo di entrare nei rispettivi personaggi seguendo le indicazioni di Manuel. Un ultimo colpo di trucco, una ricognizione tecnica e alla fine l’ordine perentorio del regista: “Ragazzi si inizia!!”. Dopo qualche piccolo ma ragionevole ritardo infatti… si iniziano le riprese. Da quel momento in poi un silenzio religioso faceva da sfondo a tutto il set.
Le scene, preparate con cura certosina, prevedevano molte situazioni intime, fatte di gesti e giochi di sguardi. Si lavorava alacremente e i ciak si susseguivano uno dopo l’altro. Non avevamo molto tempo per realizzare tutte le riprese degli “interni”, quindi la precisione e la rapidità divenivano un ordine tassativo e il margine di errore era minimo. Comunque alla fine, solo con qualche piccolo taglio e aggiustamento, Manuel è riuscito a seguire, in maniera soddisfacente, la sua tabella di marcia. Con molta stanchezza, ma con la serenità di aver fatto un buon lavoro, ci congediamo per la prima giornata, dandoci appuntamento la mattina seguente per le riprese degli “esterni”. Per le scene out-door Il regista romano ha pensato di girare in una delle zone più suggestive e caratteristiche di Milano: i Navigli. Qua un timido sole ci ha accompagnato lungo tutto il periodo delle riprese, le quali prevedevano questa volta una movimentata ricerca per la strade della città. L’aspetto più suggestivo delle “esterne“ risiede nel fatto che si ha un contatto diretto con passanti e persone ignare di ciò che accade. I loro occhi tra lo sbigottito e l’incuriosito, mettono un pizzico di sale ai preparativi delle situazioni da riprendere. Ma come spesso accade per le cose belle, ahimè, si arriva al momento della conclusione. Nel pomeriggio inoltrato, al termine di un’altra giornata produttiva ed eccitante, incrocio di nuovo con lo sguardo, la bellezza eburnea di Caterina per i saluti finali. Con sommo dispiacere mi congedo con lei, Manuel e gli altri ragazzi della troupe. Dall’esperienza fatta voglio soprattutto evidenziare il meraviglioso e disteso clima di lavoro, la preparazione professionale del regista, degli operatori, degli addetti alla fotografia e dei runner. Spero di avere l’occasione di lavorare ancora con Manuel De Teffè per nuovi ed interessanti progetti futuri.
Federico Amoni
“QUANTO AMORE C’E'”. L’esperienza di Caterina Mazzucco
La tensione è una cosa che accomuna tutti prima di affrontare un progetto, un debutto, una presentazione…e aumenta ancora di più quando quello che sogni da sempre è dietro l’angolo ad aspettarti e a metterti alla prova.
Ecco, mi sentivo proprio così mentre sempre più nervosamente stringevo il corrimano dell’autobus.
Finalmente arrivo sul set del video musicale di G. Celentano e l’atmosfera rilassata non solo mi stupisce strappandomi un sorriso ma mi avvolge facendo sparire gran parte dei miei timori.
L’intera troupe era formata da persone professionali ma soprattutto giovani pertanto mi sentivo completamente a mio agio. Era bello vedere come tutti questi ragazzi pieni di sogni e speranze lavoravano assieme per un obbiettivo comune; dopodiché noi attori terminavamo quello che loro avevano cominciato mettendoci il nostro bagaglio di esperienze.
Il secondo e ultimo giorno di riprese è stato come bere un bicchier d’acqua… ma non parlo a livello recitativo che invece è stato più impegnativo del giorno precedente ma a livello emozionale, collettivo…ormai ci si conosceva, si chiaccherava e si scherzava nei momenti di pausa, il che contribuiva positivamente al raggiungimento del risultato finale per noi attori.
Sono stati due giorni intensi ma mi hanno regalato tantissimo sia dal punto di vista umano ma soprattutto professionale perchè non sai mai con chi ti confronterai, come giudicheranno il tuo operato, che sfide dovrai affrontare, cosa dovrai correggere, migliorare o in altri affinare.
Quello che so è che bisogna far tesoro di ogni esperienza tenendo bene a mente i propri difetti e i propri pregi per affinare la tecnica, non ripetere gli stessi errori sul set successivo, mettersi costantemente alla prova con persone diverse per diventare attori con la A maiuscola. Ho il piacere di spendere due parole prima di concludere sul capo del set, il famigerato e a volte temuto Regista: Manuel de Teffé. Manuel è giovanile, ti mette a tuo agio, comprende le difficoltà degli attori, e nel suo lavoro è preciso, scrupoloso e innovativo. Mi auguro ci sia altra occasione di collaborare. Infine…Infine la sera mi buttavo sul divano di casa mia stanca ma con un sorriso stampato in viso perché avevo fatto quello che sogno di fare nella vita.
Caterina Mazzucco
Ultimate le riprese del primo video di Giacomo Celentano
La settimana scorsa ho diretto a Milano, per la Santa Chiara Media Company, il primo video di Giacomo Celentano cantato in duetto con la moglie Katia. Il pezzo, intitolato “Quanto amore c’è” è tratto dall’album “Inevitabilmente noi”. Gli interpreti della storyline sono due promettenti nuovi volti : Caterina Mazzucco e Federico Amoni. La fotografia di Gabriele Cipolla e la direzione della produzione di Stefano Mascali. Oltre a ringraziare tutti, che hanno lavorato brillantemente frantumando i limiti conosciuti della fisica produttiva, ringrazio anche la Lombardia Film Commission che ha appoggiato l’intera operazione.
“Brand new day” – Acknowledgements
Mission accomplished: this first very particular music video series is now complete. I have to admit that, for a variety of reasons I’m not going to enumerate, Roseanna’s video has been the most difficult to drive home… nevertheless, despite all the snags we hit, the video was presented to the producer and everybody is more than satisfied with the outcome. First and foremost I would like to warmly thank John Brown, whose help in this production has been priceless; Patricia Brown, Gerry brown, Jonathan Brown. Many thanks to actor Sam Burn who played the role of the “the boyfriend” without any blemishes. A special thank goes also to Canon Inc: the fabulous lenses we used for this production allowed us to reach a very interesting picture quality we are very happy with. Shooting a pop video in the land of pop is an enticing and demanding challenge that Roseanna embraced very profesionally: it was her first music video, she never took it for granted and devoted herself totally to it. Furthermore, being humble is a feature that always conquers me and makes me work well. As we know, in the entertainment business pride is always around the corner, but I am convinced that the mature and fruitful self confidence I see in real artists stems from full humility. So, many thanks to Roseanna for working so hard around her schedule to be always “present” and meet my needs of director. And last I would like to thank the bunch of guys who are holding the signs in Trafalgar square, they were selected on the spot and they acted brilliantly.
Roseanna: “From Harry Potter to music videos”
Well what can I say? Well firstly, Manuel, thank you for doing this video was so much fun, and giving me the opportunity to work with you, allowing me to learn more about how it’s all done!
So I am Roseanna Brown, a singer, songwriter, teacher and actress (I like to think). I have always had a passion for music since I can remember so I want to be able to do everything that I can in it. I love writing music not just for myself but other artists; it’s just too much fun to even explain. I teach piano and singing and love every single moment of it. I also act and do film work, more recently and over the past few years I have been in the Harry Potter films; it’s such a great experience and I think helped me to be able to perform in front of a camera (which is harder to do than it looks).
I met Manuel de Teffé firstly in Rome when I was about 13, when he was working with my father on a music video for a boy band called Wot Nxt. I’ve changed a lot since then but the passion for music just grew stronger, so when he asked me to do a video I jumped to the opportunity. I’m an excitable, bubbly person who always loves to laugh so you can imagine how much laughing and joking around went on, but I still worked hard, I promise. At the same time I had teaching and I was doing a performance of Carmen Jones, and Harry Potter filming, but somewhere in there, there was more than enough to do this too, I wasn’t going to let it pass me!
It’s very different to working on set at Harry Potter. On set there are over 100 people at a time smaller depending on the scene you are doing and there is a lot more waiting around and checks. It’s a great laugh chatting and getting to know the cast and crew too. They are very precise with what they want from us to the point where we did a wand camp so we knew exactly how to fight with spells and the moves you use with them, attacking and blocking. I have made some of my best friends there and will always keep them close to me.
Manuel told me one day ‘we need to get you a boyfriend’ at the time I was a little confused, so I rang up my actual boyfriend asking if he knew anyone to replace him for a few days to be in the video, but I had already thought of Sam to do it. I have worked with him in many shows so I knew we would have a good connection and be able to work together and he would also be professional enough with the time frame we had to get everything we had to do. Hey presto! We did it.
I wanted to make sure that in the video there was a sense of knowing that the past is the past and the future always holds something new and amazing that you don’t expect, that things that have always been there for you, like your family, will never go away and hold you close no matter the mistakes you make. I found this almost a challenge, trying to completely bring across what I wanted from the song to the video and I hope that I did it justice. It’s the most fun yet hard work I have done, and well worth it.
It all wouldn’t have been possible if it wasn’t for Manuel though. Having to work and put up with me with all my jokes, but he truly made the video to what it is, helping me to get into the song more to try and bring across it’s messages. I have to Thank you Manuel for thinking of me for this and for putting up with me for the weeks we did this. It looks great!!! I cannot thank you enough. I hope you all like it too!
Introducing Sam Burn
A huge hello to whoever is reading this post. My name is Sam Burn, and I am an aspiring actor currently studying Theatre and Drama at the University of Essex. I’ve just turned twenty years of age, and with my teenage years left behind me comes the yearning for new challenges and experiences. Working with Manuel de Teffé has been one of those new experiences, and acting under his direction has been an uttermost pleasure.
I’m guessing you’re wondering how I came to meet and work with Manuel, I was actually very lucky in my honest opinion. My old friend Roseanna Brown, who I’m sure you have heard of if you follow this blog, contacted me asking if I would like to act in a music video for one of her songs that of which Manuel was directing. I had just returned home after finishing my first year of University, and naturally the idea of acting in a music video interested me as it was something I had never done before. I accepted the offer and was given the times and dates of filming, and that was that. I didn’t know that Manuel was directing, or what I was expected to do upon set, but I was still excited and eager to start the process.
In the past I had not done much film acting and the majority stage, so my initial thoughts dwelled upon how to act in front of a camera, and how different it would be compared to stage acting. From these thoughts I prepared myself mentally, as I would do if I were acting in the theatre. My character as I later found out was the boyfriend of Roseanna’s character who had split up with her. The song is all about remembering a better time when the two of them were together, and showing how the break up happened. The way I imagined my character was as a calm, chilled individual, who just floats around on a breeze, a sort of free spirit if you will. Manuel gave me the direction I needed to shape the character, and from this I flourished. There was really no explanation on how the break up actually came to be, so in my mind I just imagined a situation: Keeping a calm and cool demeanour, my character just got bored and decided to move on to another girl, just telling Roseanna’s character outright, not caring about her emotions. I feel I played it well, and was shocked when Manuel stated in a certain scene I looked just like James Dean or Tom Cruise in Top Gun, a very flattering compliment indeed!
The process of filming the video seemed to go quite quickly. It only took place over two days for me, and although they were long days filled with location changes, travelling, and waiting for the sun to show its face, it was still very enjoyable. Shooting in London for me on the second day was a personal highlight, as spirits among everyone were high due to the location and positive reaction of the general public. I feel filming could not have been better, and was brilliant the way it was, apart from when I got a rash on my legs from wading around in a wheat field for an hour. Oh well, you must suffer for your art.
As an actor, I have been under the command of many directors, and I can safely say that Manuel falls under the rare category of directors that are both good at what they do, but also have a sense of humour. Again, he is one of the few directors I have worked with who I truly respect, a pro who knows what he wants, and knows what he is doing. I would very much like to work with him again in the future, and would encourage anyone else to do so. You will not find a nicer guy so focused on his work, I’m guessing it’s because he’s Italian.
If you’re still with me and are reading this, I thank you. You’ve managed to sit through and read my shambolic sentence structure and grammar without closing the page. I would like to thank Manuel once again for putting up with me for two days, and hope he enjoyed himself as much as I did.
So for now my friends, Arrivederci.
Sam












