Manfred e il ghiacciolo magico: i 3 giorni che cambiarono gli anni ’80


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PRIMO GIORNO: Nudo in cortile

Tutto procedeva come doveva procedere per un ragazzino di 14 anni in seconda media, fino al giorno in cui vidi in mezzo al cortile della scuola Pio IX, in pieno inverno, Manfred Croci che se ne stava beato in maglietta bianca a maniche corte con un lemonissimo dell’ Eldorado in mano, le labbra a lambire il lato basso del ghiacciolo e  il mento inclinato leggermente all’ insù, facendo platealmente finta di niente, ma in modo così smaccato da mettermi in allerta arancione.

Era un lunedì mattina di un Gennaio senza pietà, appena tornati a scuola dalle vacanze di Natale, mancava un pugno di minuti a fine ricreazione e si gelava di brutto. Mentre tutti se ne stavano sotto i portici a cincischiare vilmente formule matematiche paludati in moncler, piumini ciesse e loden desueti (io), Manfred si ergeva misteriosamente nel perfetto centro geometrico del cortile in tenuta San Felice Circeo zona ferragosto.   Qualcosa bolliva in pentola. Chiusi il libro di geografia, mandai a quel paese il Pil della Patagonia, e bardato dentro una palandrana british con un ridicolo cappello alla David Crocket in testa, uscii da sotto portici per raggiungere il mio compagno di classe.

Era il giorno in cui tutta la speranza natalizia si dileguava nel ripasso della prima ricreazione post vacanziera, raffiche di vento sferzavano Roma e le mamme ci vestivano ancora come dovessimo andare in missione militare in Russia. Manfred era solito raschiare tutti gli spasimi di libertà possibile, ultimo ad arrivare a inizio lezioni per godersi in santa pace la colazione al bar sotto i portici,  ultimo a entrare in classe a fine ricreazione, ma stare quasi nudo in mezzo al cortile con un ghiacciolo al limone in pieno inverno, era qualcosa di nuovo che smanganellava la mia attenzione.

Avvicinai il mio compagno affiancandolo con discrezione, come un agente segreto approccia il suo simile per captare un’informazione riservata. Manfred, che navigava in una Fruit of The Loom bianca di due taglie più grandi,  registrò la mia presenza ma diresse lo sguardo da un altra parte. Diede un parsimonioso morso al suo ghiacciolo e masticò qualche grumo di ghiaccio giallo aggrottando la fronte, con calcolata lentezza, alla ricerca di una successiva posa plastica da assumere con nonchalance. Infine inspirò profondamente con virile malinconia. All’epoca io ero ancora balbuziente e lo sarei stato per altri quattro anni prima del mio primo viaggio in Brasile,  e parlare era la cosa che mi costava più cara al mondo.

“Manfred! Ma non stai mo-mo- morendo dal fff… freddo?”.

“Si nota, eh?” Sbottò Croci scomponendosi subito in orgoglio goffissimo.

“Da chi ti devi fa- far notare?”

“Dalla sorella di Paolocci.”

“La so-  sorella di Paolocci? M…  Ma Paolocci ha una sorella?

“Le sventole sotto al portico, Le vedi? La roscia! Anzi, dimmi se mi guardano. Ma certo che Paolocci ha una sorella! Scendi dal pero!”

“N… Non sapevo. Pa- Palatiello ha una sorella, anche Ma- Mantovani… Questo lo so per certo Ma… No, non ti guarda nessuna. P….  Parlano tra di loro.”

“Meglio. Guarda che meraviglia! Non mi hanno ancora notato ma adesso mi cioccano. Nessuno ha il coraggio di mangiarsi ghiaccioli in inverno! Eh, Manuel?”

“Ma tu- tu davvero stai al gelo per farti vedere dalla sorella di Pa-pa- Paolocci?”

“Certo. Guarda lo schianto! Mica le squinzie in classe, salvando Rinversi. E quando noterà un uomo forte che non trema a zero gradi, si innamorerà di me. Ci metto la mano sul fuoco.”

“Sei sicuro? M…  Ma sei troppo lontano, tu stai in  me-me- mezzo al cortile, loro sono sotto ai po- portici e non ti vedono!”

“Mammoletta…  Mammoletta! Mi sto allendando da un mese. Mi sono messo a torso nudo in balcone, ogni giorno dal primo giorno di vacanze. Ho visto un documentario sui bambini giapponesi. Quelli li fanno stare a torso nudo a scuola per temprarli. Ho pensato: anch’io! Così ogni giorno ho iniziato a passare un po’ di tempo in balcone senza camicia. E per incrementi di 30 secondi ogni mattino, sono arrivato a 8 minuti. Che vuoi che sia stare in maglietta?”

” Ma io muoio di  fff… freddo anche col cappotto… P-P-P Per incrementi?”

” Certo che muori di freddo mammoletta,  perché lo rigetti. Accettalo.. Per incrementi, sì.  Ma dimmi, mi stanno guardando?”

“Stanno ripassando tu- tu- tu – tutte, Manfred. Mi sa che neanche sanno che esistiamo.”

“Meglio. Sarà un effetto sorpresa. Chiacchierino quanto vogliono. Io intanto sto inviando un campo vibrazionale…”

“Eh?”

“Eh! Le mando le frequenze della mia presenza.”

“Da qui?”

“Da qui.” 

“E come fu- fu-  funziona?”

“Energia. Scienza…É tutto energia! Fu-fu-fu. Dovresti saperlo con le boiate che ti ciucci. Queste sono le cose che ci devono far studiare, e invece come poracci siamo fissi sulla Patagonia, i cereali, il limo, Garibaldi , Il sabato del Villaggio e la barbabietola da zucchero, porca paletta!”

Manfred mollò un’altro morso al ghiacciolo, ebbe uno scatto di onesto tremore ma poi si riprese maschiamente e lo bloccò. Sull’inutilità totale del nostro piano studi aveva ragione. Se una cosa  ci accomunava, oltre al disegno a mano libera, era Il fatto che passavamo tempo su libri non convenzionali, quasi da mettere all’ indice per l’assetto educativo blindato del nostro istituto cattolico: io perso nell’ufologia, E.T e il triangolo delle Bermuda, piccolo cospiratore ante litteram balbuziente, Manfred sulla bioenergetica, Felden Kreis e Bruce Lee. Insieme, sapevamo tutto.

“Ma non stai g-g-g… gelando?”

“Manuel, è il gelo che si sta Manfredizzando… ho degli gli addominali… Guarda che roba, guarda qui, Manuel! Sto in tensione muscolare per rimandare il freddo al mittente. Controllo su tutto! “

Suonò la campanella, aspettammo che si svuotasse il cortile e risalimmo in classe. Una volta in aula, Manfred prese da sotto il banco una felpa e se la infilò velocemente, cercando di non battere i denti. E mentre Il piccolo professor Colelli iniziò a spiegarci geografia scodellando i 750.000 chilometri quadrati della Pampas che in lingua locale significa pianura e che gode di un clima predominante temperato… io stavo già assaporando il tipo di gelato che avrei scelto l’indomani, forse un Magic Cola, che non ricordavo di aver mai provato. Io in T-shirt col Magic Cola in cortile a mandare campi vibrazionali alle belle del Pionono. Da paura.

SECONDO GIORNO: Questione di chackra

Il giorno dopo, a inizio ricreazione ero già dentro il bar della scuola sotto ai portici a contemplare il cartello metallizzato della Eldorado, con una maglietta a maniche corte e una felpa gialla sulle spalle.  “Fior di fragola, Lemonissimo, Magic Cola, Arcobaleno, Topolino, Piedone, Calippo,  Zaccaria… Zaccaria, perché no? ” Ma cambiai idea e scelsi un gusto mai provato: il ghiacciolo arcobaleno. Sganciai 250 lire e raggiunsi  Manfred già appostato in mezzo al cortile in tenuta militare, con una maglietta verde scuro a maniche corte e il lemonissimo in mano. Manfred era molto serio, fu contento della mia decisione di unirmi alla resistenza ma mi rimproverò subito.

“Allora, primo, il gelato arcobaleno fa frocioni. Fidati. Si, hai capito bene, ho studiato tutto Manuel. Proietta l’idea che non siamo d’un pezzo… Domani ghiacciolo unigusto, per cortesia. Anche il Fior Di fragola ha un nome femminile. Bisogna calcolare tutto… Non venirmi qui col Fior di Fragola che facciamo brutta figura. Però in effetti è il migliore, ma in cortile no. Immagina, due uomini come noi in mezzo al cortile che leccano il fior di fragola! Ma che schifo! Non trasmettiamo nulla di positivo, anzi.  Senti, ho studiato tutto, ti devi fidare. Quello che fa più maschio è il lemonissimo,  che poi manda anche un messaggio chiaro, mi capisci, no? Essù. Mi hai capito: dimentica i calippi, il piedone, topolino, paperino e gommolo. Vieni col Gommolo e abbiamo chiuso. Al massimo ti concedo il Magic Cola.  E uno Zaccaria, che ha un nome cazzuto, è brutto da morire ma si fa rispettare e non è neanche malaccio. Chissà perché lo hanno chiamato Zaccaria, dovremmo indagare. Anzi, domani mi compro Zaccaria. Manfred-Zaccaria. A livello vibrazionale funzia, c’è qualcosa di primordiale che incute rispetto. Chi era Zaccaria? Lo sai? Ah, e levati la felpa dalle spalle, te la avviti ai fianchi per cortesia? Nessun teporino da mammolette.  Manuel, essù. Bravo! Adesso iniziamo a sviluppare i chakra! Da qui. Trasmetti il tuo campo energetico, forza!”

“Co- cosa sono i ciacra?” Chiesi sbigottito cercando di non battere i denti. Manfred roteò gli occhi al cielo e fece finta di andarsene indignato, qualche metro e tornò indietro.

“Manuel, e la miseria! I Chachra… Frulla subito quei i libri sulle Bermuda e i triangoli maledetti! Studiati un po’ Bruce Lee! Sono punti energetici, li devi risvegliare… Li abbiamo tutti ma non ce lo dicono. Ecco, lo vedi questo? Questo è  il plesso solare. Parte tutto da qui! Hai presente Jeeg Robot quando lancia il raggio protonico da sopra la cintola? Quello. Invia l’energia da qui, per cortesia. Ma con grinta! Fidati. Focus. Trasmetti! 

“OK.”

“Bene. Bravo. Ma ci stanno notando?”

“Ancora no, Manfred.”

“Chi se ne frega, tu intanto trasmetti.”

Rimanemmo lì,  in silenzio, in mezzo al cortile, a mandare i nostri campi vibrazionali per tutta la durata della ricreazione sgranocchiando ghiaccioli estivi sotto un cielo plumbeo, credendoci. Quando squillò la campanella di fine ricreazione.

“Ci  sposeremo le donne più belle del mondo.” Profetizzò Manfred perquisendo il futuro.

“Cosa?”

“Ci sposeremo le donne più belle del mondo”. Ripeté il mio compagno con una sicurezza surreale. Stavo per chiedergli i motivi di tanta affermazione ma mi apparse in mente Kelly McGillis in tutto il suo splendore e non dissi nulla, impegnato a contemplarle i boccoli siderali.

“Ah, e domani non barare.” Riprese Manfred con una luce malandrina negli occhi, stropicciandomi un lembo della maglietta. “Ti sei messo tre magliette una sopra l’altra, baro! Ti ho sgamato, guarda qui! Eh! Eh! Manuel! Tremavi troppo poco! Ma come primo giorno ho apprezzato il coraggio. Adesso non ci muoviamo ancora, dobbiamo restare qui finchè se ne sono andati tutti. Fidati, abbi coraggio e continua a vibrare. Ah, e domani si ritorna al lemonissimo, che dobbiamo essere consistenti! Adesso mandiamo il nostro campo alle donne più belle del mondo. Forza!”

“Signorsìssignore!”

TERZO GIORNO: Disfatta e profezia

Due adolescenti quattordicenni stavano nel cortile della Pontificia Scuola Pio IX, l’istituto privato paritario più duro della capitale, la scuola più vicina del mondo a Piazza San Pietro, più esigente di Harvard, Oxford e Yale messe insieme, inviando campi vibrazionali alla sorella di Paolocci e le sue amiche come se non ci fosse un domani. Maglietta corta, ghiaccioli in mano, risolutissimi, lemonissimi. Io stavo letteralmente morendo di un freddo che non riuscivo a manuelizzare e mentre sentivo i dart degli orsi polari che giocavano a freccette sui pori della mia pelle, i miei denti affondavano dentro un ghiacciolo dagli infiniti retrogusti misteriosi.

“Manuel, se oggi non si voltano, la finiamo qui!” Decretò Manfred con nuova convinzione.

“Ma co-co- come?!” Balbettai io leccando il ghiacciolo… “P-P-P- Perchè?”… Stavo iniziando a prenderci  gusto mentre il mio compagno di classe voleva già battere in ritirata? Come era possibile? Tuttavia Manfred Croci cambiava sempre piano su tutto, diceva che Bruce Lee lo invitava ad essere flessibile: Il giorno prima era sicurissimo di qualcosa, il  giorno dopo era sicurissimo di avere sbagliato tutto e sfoderava una strategia superiore, e così via sulle ali di una sicurezza che si autosabotava costantemente per eccesso di sicurezza. Comunque la cosa mi divertiva alla grande, ci sentivamo infiniti.

“Non capisci proprio Manuel,  e dai… I campi energetici noi li stiamo mandando ma forse non toccano le loro frequenze… Adesso concentriamoci e facciamo così. Ma zitti, mi raccomando. Solo pensiero puro sino a fine ricreazione. Mandiamo tutta la nostra energia, chi la piglia, la piglia. Se la sorella di Paolocci non  si sintonizza significa che non entra in risonanza e amen. Alle più belle del mondo. Forza, pranizza.”

“In risonanza?

“Zitto e pranizza.”

Pranizzammo per altri cinque minuti senza dire niente. Io stavo letteralmente morendo dal freddo, Manfred concentratissimo con un ghiacciolo a metà che non mangiava più  e che iniziava a calare stalattiti gialle sul pugno che vibrava per la tensione. Poi il colpo di scena: la sorella di Paolocci e le amiche si mossero e iniziarono a venire verso di noi. Uno spasimo di viltà infinita ci deconcentrò per qualche secondo.

“M….  Manfred! Hai vvv…?”

“Manuel zitto! Arrivano! Eccole! Fai finta di niente!” 

“Incredibile, non ho più freddo! Io non sento freddo!”

“Bene! Te l’avevo detto! Ma zitto! Stanno venendo qui…”

“Non sento il…”

“E’ normale, il prana non è una… sorridi Manuel! Hai sentito che non balbetti più?!

Le più belle donne della scuola Pio IX si stavano dirigendo verso il centro del cortile insieme ai loro moncler rosa fenicottero, e noi, a qualche metro dall’esser superati, inchinammo la testa presentando loro un galante salamelecco nella speranza di un consenso fulmineo, di un incrocio di sguardi che non si incrociò. Un attimo prima di essere affiancati,  Manfred sguinzagliò un incauto sorriso vittorioso e sorrise con gli zigomi che gli si appuntirono in viso in modo innaturale, una paresi che si porta dietro sino ad oggi, e che l’ora successiva mandò su tutte le furie la professoressa De Leone durante un’indimenticabile scena muta alla lavagna. Per la prima volta, la nostra severissima insegnante di inglese ormai sulla via del tramonto, non riuscì infatti  a intimorire nessuno: quel ragazzino rubicondo incapace di svolgere la backversion,  le stava sorridente e immobile vicino la cattedra, per niente intimorito, sfoggiando in viso una gioia così angelica da risultarle pura strafottenza.

Come non fosse accaduto nulla, incurante del 3 meno meno, Manfred tornò al posto e mi battè di nascosto due colpi sulla schiena con la punta della squadra, io mi inclinai  indietro e l’oracolo sussurrò: “Sai cosa abbiamo fatto, Manuel? Noi oggi abbiamo mandato le nostre vibrazioni alle donne più belle del mondo. E oggi abbiamo capito che le donne più belle del mondo non sono al Pio IX.”

“Ne sei sicuro?”

“Ci avrebbero risposto.”

Annui e ritornai avanti con la sedia, tossendo. Era veramente quello il motivo per cui non avevano risposto al nostro saluto? Un lampo dal futuro mi fece sparire la scuola Pio IX da sotto gli occhi e, tutti i miei compagni lo possono certificare, non fui mai più presente in spirito per nessun motivo per i sei anni successivi, fino all’esame di Maturità.

FINALE

Il giorno dopo stavo a letto in stato preagonico, mia madre aveva sedato il sedabile con 20 gocce di novalgina ed io coloravo con gli uniposca un gigantesco Daitarn 3, leggermente rialzato sul letto,  le ultime forze in serbo spese nel disegno del robot e delle donne di Banjo Haran. D’un tratto, mamma entrò in camera con la cornetta del telefono in mano collegata a un filo a torciglioni talmente lungo che mi sembrò per un momento attaccato alla centrale dei Ghostbuster di New York.

“É Manfred. Cercate di esser brevi ragazzi, devo sentire il dottor Forti prima che chiuda studio… Non vorrei  fosse broncopolmonite.” Vagheggiò, sparendo in corridoio con una marlboro spenta tra le labbra.

“Manfred?”  Gemetti, agitando i pennarelli.

“Manuel, tutto bene? Oggi non ti ho visto.”

“Sto malissimo, sto a letto… Febbrone….”

“Vedi? Quando stai male non balbetti. Non puoi prenderti neanche uno spiffero! Cavolo, mi dispiace! Ascolta. E smetti di disegnare che sento gli uniposca! Senti, passerà:  ho parlato con la sorella di Paolocci. Sì esatto, in cortile. Stamani. I campi energetici mi hanno fracassato gli zebedei. Ascolta, le nostre vibrazioni sono già all’opera. L’energia si è mossa e quel che è fatto è fatto, Manuel. Allora ho pensato, Manfred le va a parlare. Sai cosa? Non mi piace. Era più sventola da lontano ma ha sempre il suo perché, le rosse hanno dei perché micidiali. Ma non mi piace più, non so come mai… E basta coi ghiaccioli! D’inverno fanno schifo. Però adesso, te che non hai niente da fare almeno per 2 settimane, che sei caduco e deboluccio, almeno dal letto sviluppami i chakra. Mi raccomando, Manuel. I chakra…”

“Manuel!” Tuonò mamma nuovamente sulla soglia della tanza, più dura di Clint Eastwood, più elegante di Grace Kelly, mentre partiva la sigla delle Charlie’s Angels in salotto. “Manfred, devo attaccare… sì, sì, i chakra.”  Restituii la cornetta alla mia funky genitrice e mi arresi alla febbre, che quando arrivava mi faceva passare ogni desiderio di comunicare col mondo esterno perché pensavo sempre di star lì lì per morire. “SÍ LALLERO”, risponse a quel pensiero esagerato mia  madre, intercettando in pieno il suo primogenito moribondo con una marlboro spenta in bocca mentre faceva partire  scintille a salve da un accendino Bic. Poi si dileguò nel corridoio per chiamare il dottor Forti e chiedergli un consulto sul mio stato.

Erano le 5 del pomeriggio, io non capivo più niente dalla sofferenza e smisi di disegnare. La febbre galoppava, chissà come si scrive ciacra, pensai chiudendo gli occhi. Stavo aggrappato al ciglio del mio plesso solare per non sprofondare negli abissi della mia incoscienza, esanime, finché all’improvviso mi apparve dall’alto un Manfred  in miniatura vestito da Yoda con un lemonissimo fosforescente in mano facendo capriole e urlando: “Chrakra non scrive! Chackra usa! Chackra non scrive! Chackra usa! Chakra non scrive! Cha… Cià-cià-cià…della segretaaaariaaa….”

Coriandoli di immagini senza senso e lapilli di intuizioni scollegate piovevano sulla mia fronte bollente quando, nel punto esatto prima di liquefarmi nell’oblio e sparire nel nulla, esattamente un nanosecondo prima di morire, detonai: Il mio plesso solare esplose con potenza inaudita e vidi un onda energetica blu elettrico con venature incandescenti sprigionarsi dal centro del mio corpo ed espandersi per via delle Fornaci, superare il colonnato di San Pietro, uscire da  Roma e irradiarsi su tutta l’Italia. Il tempo di vederla attraversare le Alpi e morii. 

Fu in quel pomeriggio, verso sera,  che una bambina tredicenne tedesca di Colonia, mentre giocava da sola nel suo giardino del quartiere di Marienburg, fu sorpresa da  un vento nuovo, una brezza d’oro blu che si fece strada tra le solite correnti  gelide e le irradiò il viso per 7 secondi. Allora, senza sapere esattamente perché, la piccola Carola si alzò in piedi, le vennero le lacrime agli occhi dalla commozione e il desiderio inspiegabile di vedere Roma.

La sposai  due decadi dopo nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia, di fronte alla Scuola Pio IX,  con Manfred in grande spolvero nella veste di testimone di nozze. Ed io, due anni  dopo, gli ricambiai il favore testimoniando al suo matrimonio con la più bella fotografa russa. 

Buoni anni 80 (quasi 1500) a tutti voi.

E Buon Ferragosto!

Manuel de Teffé

Director/Writer

P.S: Dedicato agli irriducibili del Pio IX e affini: Manfred Croci, Inna Labutova Croci, Gabriele Croci, Eugenio Patanè, Daniele Paolocci, Valentino Nardi, Giampaolo Olivetti, Cesare Ranucci Rascel, Valentina Saraceni, Federico Mondello, Gianaldo Mantovani, Francesca Luciani, Max Cucullo, Sabrina Sarrocco, Valerio Bronzetti, Aldo Gaudenzi, Benedetta Turini, Dario Amodio, Marco Lionetti, Arturo Marzano, Ernesto Spinelli, Pietro Spinelli, Giorgio Galax, Alessandro Borgognoni, Francesca Rinversi, Fratel Roberto Villa, Luiz de Teffé, Daniela Consorti, Agostino Scornajenchi, e anche a … Christian Busiello

 

 

 

 

 

Su Bla Bla Car con quattro narcotrafficanti (Storia vera di un viaggio terribile)

Paper.Quaderno.41Il  terrore si manifestò sotto forma di notifica al 30° chilometro dell’autostrada Colonia-Brussels quando, dentro una Ford Transit nero spettrale in compagnia di  quattro businessmen congolesi,  la mia nuova app “Bla Bla Car” mi avvertì dell’arrivo di un messaggio. Mi allungai con sospetto verso l’iphone 4S senza farmi notare dai miei silenti compagni di viaggio e rilessi tre volte ciò che polverizzò ogni forma di vita conosciuta dentro di me.

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?”

In quel momento,  il van dodici posti uscì dall’autostrada per entrare in una cittadina non segnata sul tragitto, ed io capii in tragicomica successione:

  1. di essere sulla macchina giusta e sbagliata allo stesso tempo,
  2. tra narcotrafficanti,
  3. pronti a uno scambio merci.

Passai in  rassegna le decisioni e i presagi del giorno prima come un moribondo 1 minuto prima di passare al Creatore: il problema non era dove fossi, ma con CHI. Ero o non ero salito sulla macchina indicatami dall’app? I pensieri mi si scandirono in mente come un poderoso coro da stadio.  Ford. Transit. Nera. Ford. Transit. Nera. Ford. Ford. Nera. Dodici. Nera. Transit. Transit. Transit. 

Sic Transit Gloria Mundi: combaciava tutto e stavo diventando pazzo.                            Poi l’illuminazione fremebonda: avevo preso il posto di un corriere di droga e fuori Colonia si sarebbe verificata una consegna di droghe. 

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?” 

Da sempre restio a usare servizi cheap su app dall’onomatopea ruffiana,  dopo aver confrontato tutti i prezzi ferroviari Colonia-Brussells con quelli del nuovo servizio appena nato dal nome troppo innocuo di “Bla Bla Car”, il giorno prima avevo deciso di mettere in stand by la parte più  anacronistica della mia diffidenza, lisciare il pelo a quella più saggia  e  prenotarmi per soli 25 euro un viaggio con altri 4 passeggeri sconosciuti.  ” Del resto anche Cameron prende la metro a Londra.” Pensai  davanti al monolitico  risparmio di 100 euro, quando una raffica di vento improvviso inginocchiò quattro alberelli di Goethestrasse acquarellandomi un presagio al quale non volli dar retta.

Quel Ford Transit Nero 12 posti era posteggiato come Charles mi aveva scritto in un messaggio su Bla Bla Car: esattamente dietro alla stazione di Colonia,  in fondo a sinistra dietro un pilone, ed io esattamente alle 15:45, in anticipo di un quarto d’ora sull’orario prefissato, lo intravidi appena uscito sul retro della Banhof. Ma tempo di mettere a fuoco Ford, Transit e Nero, che  il sangue mi si ghiacciò nelle vene, le vene si ghiacciarono nelle mani e la mia vile valigia azzurra si smaterializzò  andando a ballare la Samba in un interstizio quantico sconosciuto: quelli che indubbiamente dovevano essere 4 campioni di basket della nazionale congolese, mi stavano aspettando in abiti arancione fru fru, fumandosi i cannoni di navarone con piglio enigmatico.

Ritornai subito sui miei passi, deciso a dare una solenne buca ai  quattro Gulliver, quando decidi di scendere nell’area 51 della mia coscienza per porgere i miei omaggi al politicamente corretto e verificare che non ci fossero ombre di razzismo. Siccome c’erano solo dei Ferrero Rocher scaduti,  mi convinsi che potevo anche andare via senza sentirmi in colpa. M mi aspettava a Brussells Alexander Stolberg, un mio amico tedesco col quale non si scherza, e col quale dovevo parlare di faccende lavorative di vitale importanza. Decisi dunque di Bla-Bla rischiare.

Con un movimento impercettibile del sopracciglio sinistro richiamai la valigia dal secondo anello di Saturno e caricai di falcata, affrontando la distanza che mi separava dai fumanti campioni di basket con  grinta pittoresca. Con un sorriso improbabile mi presentai al giocatore più vicino. “Ciao, sono Manuel”. “Bonjour Manuel. On peut partir.” Incalzò in francese il buon Charles togliendomi la valigia dalle mani e deponendola nel bagagliaio. Di scatto, gli altri 3 giganti fecero volare in aria le rispettive cicche e salirono sul Transit. Che coordinazione, notai con vile sospetto Made in Italy.

Dopo 30 minuti di mistico silenzio, sull’autostrada per Brussels, con quei quattro che stavano più muti di Checco Cattaneo in terza media, ricevetti  una notifica da Bla bla Car. Ma notifica di chi se chi che stava guidando non aveva mai toccato il cellulare? Ciò che lessi sul display mi fece quasi infartare: “Manuel, dove sei? Ti aspettiamo da 15 minuti”. Col cuore fermo e Alzheimer che imbastiva le prove generali sulla mano destra, digitai immediatamente: ” Sul tuo Ford Transit nero, come d’accordo!”

“Ma non è possibile!” Rispose il Charles vero. ” “Io sto dietro alla stazione e ti stiamo aspettando!!!”

Ecco il testo trascritto in italiano prima che il conte Stolberg mi fece cancellare l’app.

Manuel: E io sono proprio sul Transit nero Ford che mi hai indicato!!”

Chalres: Mi hai fatto perdere 25 euro! Sei appena iscritto e mi dai buca! 

Manuel:  Stai calmo: sono sul Transiti nero 12 posti Ford! E Non so neanche dove sto andando e con chi!

Charles: Ma che stai dicendo se ti stiamo aspettando tutti!

Manuel: !!!! Sono chiaramente su un altro Ford nero!  Avverti Bla Bla Car, che potrebbe pure essere pericoloso…

Charles: Come hai fatto a sbagliare macchina? Comunque i 25 me li darai. Adesso ti segnalo i a Bla Bla car… Sto perdendo un sacco di tempo!

Manuel: Ascolta, credimi! Sono salito esattamente sul Transit che mi hai descritto, appena ci fermiamo  ti faccio una foto e te la mando. Non posso parlare perchè é pericoloso. Magari avverti la polizia.

Charles: Certo! E ti faccio pure una recensione che ti farà passare la voglia. Ma i 25 euro me li darai! 

Bla Bla etc.

Smisi di chattare, mostrare quella foga digitale era pericoloso, stavo sudando le sette camice ma non potevo agitarmi per non dare nell’occhio. La Transit era uscita dall’autostrada e si avventurava in una cittadina sconosciuta. Nessuno fiatava, era una tappa della quale io non ero a conoscenza e credetti dovesse essere arrivato il momento dello scambio merci, il momento in cui avrebbero scoperto che non ero il vero corriere e  avrei tirato le cuoia. Mentre il cuore iniziò a inviare segnali Morse in tutto il creato e mi raccomandai a tutti i Santi presenti e futuri, il pensiero di  finire accoppato in una mefitica cittadina fuori Colonia da quattro narcotrafficanti della Repubblica Democratica del Congo mi recava un leggero fastidio: io in Congo c’ero stato in missione umanitaria e avevo pure girato un documentario. Li avevo aiutati.

La macchina si fermò vicino a un caseggiato orrendo,  salì sul Transit un altro uomo africano senza espressione, un po’ rachitico, baffetti e simil-rayban coatti, con una ventiquattrore di pelle nera. Si mise davanti, bofonchiò qualcosa a quello che sarebbe dovuto essere Charles (e che continuo a chiamare Charles per convenzione) e mi scrutò dallo specchietto retrovisore con un certo disprezzo.

Zitti, muti, irreali, nessuno disse una parola per un’ altra buona mezz’ora di viaggio. Mentre il Charles vero mi tempestava di messaggi minatori sull’app di Bla Bla Car e non credeva alla mia versione dei fatti, io pensavo al corriere di droga del quale dovevo aver preso il posto sulla Transit Nera: lo Stato Maggiore della Sfiga mi aveva teso un trappolone da niente, ma io  speravo ancora di farcela e architettavo piani per evaporare da qualche parte prima che scoprissero che nel mio trolley non c’era ciò che avrei dovuto consegnare a non so quale arrivo.

Ricapitolando: ero su una Transit nera con 5 neri di cui, un’ autista grassottello sui 50 alla guida, un tizio sui 30 mezzo rachitico, tre giganti simili nei lineamenti e di età indecifrabili, tutti vesiti di casacche arancioni e disposti così; uno accanto a me nello scomparto di mezzo e due dietro. Charles, lo smilzo e gli arancioni. Muti come meduse.

Dopo altri 45 minuti di silenzio apocalittico inframmezzato dagli sguardi sospettosi di Charles che mi arpionavano dallo specchietto retrovisore, decisi di giocarmi la “carta bagno”. Charles confabulò in francese incomprensibile qualcosa con lo smilzo, poi mi guardò e annuì senza dir nulla. 

Dopo qualche chilometro la Ford uscì finalmente su un'”autogrill”, lo smilzo mi aprì lo sportellone ed uscimmo tutti. “Seulement cinq minutes!” Ringhiò Charles da dietro di noi. Tutto quello che si svolse dopo e che durò esattamente 5 minuti, dentro di me acquisì il valore di una “temporada” di novanta anni. Lo smilzo e gli arancioni mi stavano sempre alle costole ed io non trovavo quel frangente decisivo in cui mi sarei potuto dileguare tra la folla senza essere notato. Anche quando andai al bagno mi seguirono tutti. Avrei potuto urlare ma, ovunque mi muovessi, mi sembrava di camminare dentro  un orribile perimetro umano semovente, sempre controllato e scrutato.

Ritornai in macchina con la coda tra le gambe, mi sedetti e passai in rassegna tutti i momenti più belli della mia vita. Si era notato che volevo fuggire? Sperai di no. Poi, decisi di rompere il ghiaccio e mi profusi in una captatio benevolentiae sotto steroidi parlando in francese  della bellezza dell’Italia e di come conobbi l’Africa quando girai quel documentario a Kinshasa, durante la guerra del 2000, e di quando mi misero in prigione per un giorno con la mia crew per aver girato vicino la villa del dittatore Kabila senza permessi.  L’autista mi disse finalmente qualcosa, ma non capii… Un’ ennesima notifica vessatoria del Charles vero, mi avvertiva che ero stato segnalato a Bla Bla Car per farmi radiare dall’albo.

Arrivammo a Brussells. Il Charles falso inchiodò la macchina in un area non precisata della città ed aprì con violenza lo sportellone. Deglutii. “L’italiano scende qui!” Sentenziò mentre stavo per svenire. “Non hai forse una valigia da prendere?” “Forse, certo! Sicuro.” Mi impappinai andando a prendere la valigia con le caviglie che vibravano come un diapason. Gli arancioni mi guardavano con curiosità, io annegato in un mare di sudore, i ghigni dello smilzo da dietro i rayban. Agguantai  il trolley con la cosapevolezza che da un momento all’altro avrei intravisto una pistola.  “E adesso?” Chiesi pallido a Charles col trolley in mano. “Adesso che? Adesso, vai dove vuoi. Da qui sei vicino a tutto. Sono 25 euro.” “Cosa?” Gemetti capendo tutto in un nanosecondo e buttandola in caciara per uscirne alla grande. “Solo? Mi aspettavo di più…” Sorrisi con incertezza. “Se vuoi pagare di più fai pure!” Continuò Charles ridendo… “Ma Colonia-Brussells sono 25 euro da anni.  Accetto mance però! Del resto hai viaggiato in pace, no? É la mia regola sulla mia macchina”.

Ero  salito su un taxi abusivo che faceva la spola Colonia-Brussel, identico alla descrizione dell’automobile fornita dal Charles di Bla Bla car! Avevo fatto un terno al lotto al contrario… Pagai felicemente le 25 euro al tassinaro congolese e mentre un colorito umano si riappropriava del mio viso, il Ford Transit nero ripartì con quelli che pensavo fossero cinque narcotrafficanti terribili. Mi trovavo nella periferia  sconosciuta di Brussels che ben presto riconobbi grazie a Google maps. E anche lì mi sbagliavo, non era l’outskirt ma stavo vicino alla stazione centrale, pure vicino al mio hotel! E fu così che Il 20 Aprile del 2015, alle 19 e rotte di sera, divenni il recordman mondiale di granchi presi in un solo giorno per chilomentro stradale!

Raggiusi l’albergo vicino la stazione centrale, feci il check in e mi misi ad aspettare nel salotto all’entrata, perché il mio amico Alexander stava già arrivando per il nostro summit.

“Ciao Manuel! Cos’hai? Sei bianco cadavere.” Mi sferzò Alex con una vigorosa stretta di mano. Con un filo di voce, raccontai la storia della mia disavventura su Bla Bla Car raccontando del Charles al quale avevo dato buca involontaria e di quelli che pensavo fossero una banda africana di narcos. “Manuel, questa storia è pazzesca. Dammi il cellulare. Fammi leggere i messaggi.” Alexander lesse attentamente lo scambio epistolare con lo sconosciuto di Colonia e  all’inizio rise per l’assurdità della situazione ma poi si fece buio in viso, aguzzò gli occhi e dopo un lasso di silenzio calcolatore mi scaraventò addosso un’ intuizione formidabile. “Secondo me ti è andata bene, da come ti risponde e minaccia questo Charles del cavolo, si capisce che questo è uno psicopatico. Hai sbagliato la macchina giusta.” 

Gelai. Forse Alexander aveva  ragione,  forse mi sarebbe andata peggio se avessi preso il Transit giusto. Dunque non era la sfiga ma ad avermi giocato un tiro mancino ma era stata la provvidenza che mi aveva salvato in corner? Capacissimo.

“A te piace sperimentare queste tecnologie plebee. Lo so. Ci si sposta o in treno o in aereo, ricordalo. E’ terribile tutto ciò. Cancella subito quest’app.”  Ingiunse lapidario il conte Stolberg mentre io continuavo a scalare a mani nude le vette della mia immaginazione. Un sorriso di gratitudine illimitata mi emerse dalle labbra e illuminò tutta  la reception. Il tempo di quattro screenshot per immortalare quei messaggi e…

Bla Bla off.

P.S.

Ho ricaricato l’app dopo 5 anni, qualche settimana fa, e forse un giorno risbaglierò giustamente car.

Manuel de Teffé

 

 

 

 

LE 4 COSE che mi hanno colpito di Roma da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato.

IMG_6380.JPG4 sono le cose che mi hanno più colpito da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato a Roma.

1) Il rumore dei trolley sui sanpietrini 
Mezza Roma negli ultimi 7 anni si è data al bed&breakfast e questo rantolo ipertrofico di rotelline a ogni ora nel centro storico è stato per me un rumore nuovo: DRRRR DRRRR DRRRR DRRRR
Da non confondere col DRRRRRRRRRRR DRRRRRRRRRRR di matrice coreana. (Sì, mi piace fare questi studi filomanologici)

2) Il perchécomunque come rimpiazzo loffio del perché
É surreale perché è come parlare giustificandosi a raggera. Si mettono le mani avanti, indebolisce il discorso, because anyway. Me lo sconsiglio vivamente.

3) Il “Leggermente”
Non dimenticherò mai questo momento di acomunicazione sublime. Chiesi un’acqua da Castroni e il tizio dall’altro lato del bancone mi domandò solenne “Leggermente?” Sprofondai in un silenzio deduttorio avanzando mentalmente un ventaglio di ipotesi rarefatte. “No, ne ho proprio desiderio. Ho molta sete.” Ma lui insistì: “leggermente?” Ed io quasi spazientito: “Ma leggermente chi, che cosa?”
“Leggermente frizzante!”
“Ah! OK! Va bene.”
Pensai fosse un caso isolato ma mi accorsi ben presto che il frizzante era stato ovunque leggermente abbandonato.
Per dispetto, quando adesso chiedo un’acqua, esclamo: “gorgogliante”. E aspetto di nascosto l’effetto che fa.

4) Il buongiorno
E’ adesso incredibilmente sulla bocca di tutti. Passo a Borgo o a Piazza Navona e i ristoratori sbuongiornano come se non ci fosse un domani con gli occhi fissi nel vuoto.

Perchècomunque a Roma ogni giorno che passa il buongiorno è leggermente più DRRRR

Manuel de Teffé

La storia (vera) dello dello spray magico e del divano invisibile.

dreams.metroeve_spray-dreams-meaningQualche anno fa, alla presenza di numerosi testimoni oculari mi sono cimentato in un numero ai limiti delle possibilità umane: HO FATTO SPARIRE UN DIVANO LETTO nella grande sala di “Poltrone e Sofà, a Roma, un esercizio di prestidigitazione quantica che ho improvvisato con la freddezza dei grandi professionisti e che ha dato i seguenti fulminei risultati: 1) la reverenza permanente del padrone del centro commerciale, 2) le risa convulse delle venditrici romane, 3) l’elezione definitiva a “questo è davvero il mio papà” di mia figlia. In un accesso di generosità estiva ho deciso di rivelare il modo in cui resi invisibile quel divano gigante, affinché anche voi, vessati da cerimoniosi venditori, ne possiate venire a capo a testa alta eseguendo con catartica nonchalance il numero che sto per svelare.

“Come far sparire un divano sotto gli occhi di tutti”.

Entrato col proposito di comprare un divano letto nel tempio dei divani, tenendo per mano due piccole trecce rosse profumate, fui immediatamente affiancato con prosopopea asfittica da una marketer senza espressione che iniziò ad enumerare pregi e caratteristiche di ogni cosa lambita dal mio sguardo, fino a profondersi in un poema apologetico non appena intuì che avevo individuato, insieme a mia figlia, l’unica cosa che avrei potuto per eleggere ad acquisto.

La venditrice, marcatrice a uomo dalla loquacità urticante, mi mise subito alle corde con un ossequioso sconto ad personam, una consegna lampo in tre giorni, e l’omaggio di un cuscino di un velluto rosso extra large. Meditabondo, stavo assorto nella visualizzazione di quel comodissimo divano posizionandolo idealmente in differenti punti della casa… ma le mie congetture andarono in fumo quando ricevetti un uppercut al buon senso che suonò più o meno così: “Signore, questo divano letto è l’ultimo”.

“L’ultimo”.

Ecco, di solito, quando mi appresto a comprare qualcosa e sento che è l’ultima cosa rimasta, questo infantile senso di pressione inflittomi non accelera mai la mia decisione in merito, ma la cristallizza alle calende greche. “Sa, è l’ultimo, questi volano via come il pane”. Rincarò la commessa. “Guardi, ci vorrei pensare un po'” Risposi stanco. “Mi faccio un giro e ci penso un attimo”. “Ma signore, vedo che anche a sua figlia piace molto, questo è davvero l’ultimo pezzo… questo quando ritorna non lo troverà più: è l’ultimo”.

Ero seduto su quel divano letto come tutti i Rocky al penultimo round, a testa bassa, con accanto la mia piccola di sette anni, subendo gli affondi implacabili di un androide biondo dalle frasi fatte. “Signore, mi creda, i prossimi che lo vedranno se lo porteranno via. Non è vero Elisa?” Si accostò alla prima donna un’altra ancora più solerte nel corroborarne le tesi, mentre io continuavo a subire tutta l’ultimità di quel divano. Fu in quel momento in cui spinsi in avanti la mia piccola seduta vicino, come per invitarla ad alzarsi e a lasciarmi solo nella lotta, volsi lo sguardo verso la signora e sorridendole un sorriso inutile mi avventurai in un: “Non si preoccupi. Questo divano letto non lo vedrà nessuno”. Questa, fu più o meno la frase che mi sentii dire sovrappensiero, una frase piombata come assist inaspettato dalle retrovie della mia fantasia.

Le commesse bofonchiarono convenevoli di disappunto, mentre io mi ergevo spiegando il mio metro e novanta con vigile parsimonia, così da poter prendere tempo ed escogitare qualcosa per mandare in gol la misteriosa sortita. Guardai mia figlia a qualche metro di distanza e rovistai nella sua immaginazione, quando fui accoltellato da un successivo “Questo divano se lo compreranno subito”. Vidi allora la mia mano infilarsi dentro la giacca e uscirne con un niente che mostrai con virile sicurezza alle signore. “Non si preoccupi… Vedete, questo che ho in mano è uno spray speciale, è magico. Se lo spruzzo le cose diventano invisibili. Lo porto sempre con me per queste occasioni. Adesso lo irroro su questo divano così lo farò sparire per un po’ e nessuno lo vedrà più. Tssss…Tsss…Tsss…” Iniziai dunque a spruzzare con metodo lo spray magico su tutto il perimetro del divano, premendo a intervalli regolari il dito indice su un pulsante immaginario. “Tsss… Tsss… Tsss…” La prima commessa, in un primo tempo attonita, fu subito presa da un risolino convulso al quale si unì presto anche la seconda collega che mi scrutava con interesse. Andai avanti serissimo per 10 secondi senza guardare nessuno, il tempo che mi ci volle per passare lo spray su tutto il perimetro del divano letto. Mia figlia irradiava gioia orgogliosa. Quindi lanciai alle donne l’occhiata della complicità definitiva . “Ecco, adesso il divano è invisibile, non lo vedrà nessuno e nessuno lo potrà più comprare. No worries.”Poi, cercando la sponda di mia figlia di sette anni: “Tu lo vedi, amore?” La piccola fu presa in contropiede ma fece un micidiale canestro che spiazzò tutti, me per primo. “No papà. Non vendo niente.” Sancì con purezza inappellabile facendomi saltare dall’orgoglio tutti i bottoni dalle asole.

Figlissima.

Salutai le signore invitandole ancora a non preoccuparsi: il loro ultimo divano era sparito e, sottratto allo sguardo dei successivi avventori, ne avrei potuto meditare l’acquisto in santa pace nei giorni successivi. Mi smarcai dunque dalle venditrici lasciandomi alle spalle quel catafalco che non avrei mai comprato e la tristezza di logore tecniche di appioppo, quando fui richiamato sull’uscio da un’ imperiosa voce maschile. “Mi scusi, l’invisibilità quanto dura?” Mi bloccai timoroso. “Due settimane papà. Dì due settimane.” Sussurrò mia figlia divertitissima tirandomi per un braccio. Mi voltai, a metà del negozio il padrone del locale con accanto le commesse, aspettava una risposta come uno 007 tra le sue girls. “Circa 2 settimane”. Riferii con precisione.

Mentre attraversavo la strada e intuivo tutti pensieri dello stato maggiore di “Poltrone e sofà” al quale avevo fatto saltare in aria l’arsenale di tecniche marketing anteguerra col mio spray invisibile, notai che mia figlia mi stava guardando con un’ ammirazione nuova.
Allungai il passo felice, mentre sull’altro lato del marciapiede, dietro un’altra vetrina, stavo già adocchiando uno splendido divano bianco. “Se è l’ultimo, faccio sparire anche questo.” Pensai tra me e me incedendo vittorioso. In quella splendida giornata invernale avrei reso invisibili altri 3 divani letto in 3 negozi differenti gettando nel panico mezza via Gregorio VII.

Negli anni successivi ho perfezionato e raffinato la “Tecnica dello spray invisibile” come una preziosa arte marziale da tramandare ai miei amici. Ecco, ora abbiate il coraggio di usare questo spray: ve lo regalo, usatelo con vigile parsimonia. È vostro: niente sarà più ultimo come prima.

P.S. Per chi fosse interessato, a Roma in questi giorni, in via Cola Di Rienzo, c’è un bellissimo completo di lino blu al piano inferiore di David Saddler. È invisibile.

Manuel de Teffé

La storia (vera) della scheda magica

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20 anni fa feci un bagno di mezzanotte al Circeo con una scheda telefonica dimenticata in una tasca del costume. Il giorno dopo chiamai mio padre in Brasile da una cabina sulla strada di San Felice, molto teso, perché immaginavo che la scheda da 10 mila lire non funzionasse più per via dell’immersione di un’ora in acqua salata della sera prima. E invece, attonito, nonostante il passare dei minuti, mentre parlavo con papà notavo che sul display del telefono il credito restava bloccato a 8 mila lire. Di solito chiamando Rio i soldi andavano giù a cascata, ma dopo 5-10-15-20 minuti, sul display leggevo sempre 8: quella scheda si era come stabilizzata. Pensai divertito si potesse trattare di una combinazione chimica magica avvenuta verso la mezzanotte tra l’acqua salata, qualche liquido medusifero e la striscia magnetica della scheda colpita probabilmente anche dalla coda di un misterioso sonar lontano. Divertito da quel “miracolo tecnico”, una volta attaccato il telefono richiamai immediatamente mio padre per verificare quanto avevo immaginato. Mio padre rimase sorpreso da tanto affetto mentre io annaspavo tra racconti estemporanei senza rivelargli che per quella seconda telefonata lo stavo solo “usando” come cavia. Parlai per altri 10 minuti e la scritta che leggevo davanti a me restava sempre “8 mila lire”. Attaccai. Erano le due e mezza del pomeriggio, 40 i gradi all’ombra e nessuno ambiva ancora quella cabina bollente che stava evaporando con me dentro. Tremando per l’eccitazione, tirai subito fuori la mia piccola rubrica telefonica andando al nome di vari amici svedesi. Chiamai dunque Stoccolma, Londra, Madrid, e ancora Rio. Quella scheda rimaneva fissa a 8 mila lire mentre io parlavo incurante dell’asfissia che mi stava provocando un’ afa furibonda. La felicità: ebbi credito infinito per un mese dove praticamente vissi attaccato ai telefoni pubblici per recuperare amicizie lontane, cementarne di recenti, verificarne di nuove. La mia scheda magica durò 30 giorni, sempre amichevolmente bloccata a 8 mila lire: ho testimoni… Poi incredibilmente la persi. Ritornai dunque al Circeo qualche mese dopo ripetendo il bagno di notte con una nuova scheda telefonica in tasca. Ma questa volta il mare se ne accorse.
Manuel de Teffé