IN MEMORY OF MATILDA CALLAGHAN

TO TILLIE’s MOTHER AND FATHER. TO HER BROTHER AND HER SISTER.

Almost 6 years have gone by since the departure of Tillie. When Edwin Fawcett called me to give me the unexpected news I remained speechless for hours. Dying at a young age is something hard to understand for everybody. For a long time I had a wish, I have always been eager to tell Tillie’s parents and relatives how much I enjoyed getting to know Tillie. I met Tillie through producer John Toone during a music video shooting in London, he suggested her as my assistant director in loco. Tillie gave me an unforgettable support for one week: seeds of a new friendship were born. I ‘m now sending a hug to her dear parents plus a poster containing her name. Maybe you do not have it and it’s a nice memoir. The music video is entitled “Crucifying you”, a story about forgiveness, Matilda made it happen. A merry Christmas to all of you and a prayer for dearest Tillie.  Manuel de Teffé

Gli eletti salutano per primi: le vertigini di un buongiorno. Come salutarsi offline ai tempi di Faccialibro – Da una società feudale a un’economia di relazione – VII parte

Quand’ero bambino, verso i dieci anni, feci la seconda più grande scoperta della mia vita.  La cristallizzazione di quella scoperta fu accelerata in seguito alla mia prima polaroid, regalo che probabilmente acuì il portafoglio di percezioni e deduzioni accumulate da dopo l’affrancamento Lines. Tuttavia, raggiunsi la completezza di tale acquisizione in quattro tappe precise.

1. Il dubbio romano Nel corso degli anni, scendendo ogni mattina con mio padre per via dei “Pinnacchi blu” notavo da lontano che  i vari negozianti, ognuno sull’uscio del proprio negozio, chi sguardo rivolto al vuoto, chi a biascicarsi una sigaretta, chi ad aspettare Godot,  si ritraevano in bottega prima che noi varcassimo la linea di riconoscimento sensibile, ossia quei dodici  metri in cui non puoi non balbettare un saluto di convenienza quando la tua esistenza sta per speronare un’altra, perché è chiaro che gli sguardi si stanno per incrociare ed è fisicamente impossibile non entrare in relazione. Per una psicologia che ignoravo invece, a 12 metri dall’entrata in area di barista, calzolaio, vinaio e fruttivendolo, ognuno di loro rientrava in negozio come per evitare un mutuo saluto. Come per non fare accaderlo, per non essere sottoposti al peso di una risposta scontata. Avevo la sensazione che io e mio padre pestassimo per terra, a un certo punto del marciapiedi, qualche bottone invisibile che attivasse un’energia di risucchio dal retrobottega. Arrivati dal pasticcere, sempre dentro a lavorare, buongiorno-buongiorno, si prendeva una pasta allo zabaione e si tornava indietro. Stessa avanzata, stessi rientri.

Con mia madre esperta in pubbliche relazioni, mio padre attore e una geografia di vorticose comunicazioni attorno alla famiglia, iniziai a percepire che esistevano italiani che vivevano nei loro mondi e, lentamente,  che gli italiani vivevano rinchiusi in altri mondi: era la società feudale che avrei teorizzato una volta a New York. Ma mi diedi tempo, continuai ad osservare il fenomeno finché la sua ripetizione negli anni non suggellò il convincimento che quanto avveniva non fosse affatto casuale. Quel giorno avevo 10 anni ed ero deciso a esporre il dubbio a mio padre, ma venendo lui a Roma una volta ogni 12 mesi, non avevo ancora molta dimestichezza con la relazione e non dissi nulla: avrei rimandato la domanda di ben 18 anni.

2. Realizzazione inglese Tuttavia, willy nilly, sviluppai nel tempo e senza sospettarlo la dipendenza da non saluto, e quando mi ritrovai a diciannove anni in vacanza in Inghilterra a Hemel Hempstead ospite dell’allegra brigata Massey (amici d’infanzia di mia madre), mi resi tristemente conto di come la mia più grande preoccupazione esistenziale fosse schivare la slavina mattutina dei “Good morning!” e degli “How did you sleep”. Non dimenticherò mai lo stato d’animo del primo risveglio da ospite. Mi recai in cucina a fare colazione, Simon, mio coetaneo, già seduto per il breakfast, con due fiocchi di granturco incollati ai lati della bocca mi apostrofò un cisposo : “Good morning Manuel, did you sleep well?” Risposi subito “buon giorno” ma tentennai sul seguito, ragionai sul fatto di aver dormito bene, una domanda fuori dall’evoluzione delle mie risposte…“Goodness, it was freaking cold last night!” Carburai un po’ cupo. “Plus it’s Summer, but yes I slept well, I had weird dreams though, you know?…” Mi sedetti, precipitai anch’io qualche conrnflakes nel latte ma fui poco dopo assalito dalla stessa domanda in bocca al fratello minore , che all’altezza del tostapane ripetè con la stessa inflessione: “Good morning Manuel! How did you sleep?” Clonai la risposta già data variandola leggermente verso la fine per non cadere in una scontata ripetizione. Quando mi entrarono entrambi i genitori:”Good morning Manuel!” Proclamò Eleonor .”Did you sleep well?”  Rincarò la dose John con aria inquisitoria. In quel momento Il latte iniziò ad avere un sapore amaro. I cornflakes nel cucchiaio divennero pesanti. “Good morning John,  Good morning Eleonor. I slept very well thank you, it was a lovely night. A very lovely night, thank you so much. And you? How di you sleep ? “ Pensavo di aver finito di scontare una pena sconosciuta, quando a ruota, ricevetti il colpo di grazia. Catherine, la terza figlia, chioma rossa selvaggia e maglione verde fosforescente, mi accoltellò col suo personale “Good morning, how did you sleep?”, ma con un brio che mi imponeva una risposta su misura. Rapida immersione nelle marianne del mio subconsio. Raccolgo il guanto. Emersione e Numero. Per un progressivo desiderio di originalità, onde non suonare banale, la intrattenni per dieci minuti spiegando come avevo passato la notte utilizzando il tappeto di finto orso bianco come seconda coperta, di come stavo quasi per staccare le tende verdi e avvolgermi come un bruco. Risero tutti mentre io facevo finta di divertirmi: in realtà stavo sperando disperatamente che Ben , il quarto fratello, si alzasse tardi o che non si alzasse affatto.

Il giorno dopo, al mio risveglio, tesi bene le orecchie agli spostamenti di passi nella casa, smistando mentalmente i movimenti di animali domestici dallo spantofolio umano, determinato a entrare in cucina solo quando tutti i Massey fossero già a tavola a nuotare tra i cornflakes, per evitare il martirio dei buongiornoaudidiuslip, napalm sui miei timpani. Un buongiorno collettivo sarebbe stato più che sufficiente. Ero forse diventato anch’io uno dei pii negozianti di via dei Pennacchi? Provavo forse lo stesso tipo di imbarazzo?  E se accadeva ciò, quali erano gli underpinnings di una psicologia che aveva timore di un semplice buongiorno? Lo avrei scoperto in Francia solo nove anni dopo.

3. L’epifania francese Ero nuovamente in vacanza, questa volta a Paray le Monial,  in Borgogna. Una mattina mi alzo e vado a fare colazione in un café. Il posto era gremito di ragazzi, prendo un “cappuccino”, un croissant e mi siedo. Arriva una ragazzina di 15-16 anni minuta e insignificante, mi si siede di fronte. Mentre sto per dare la prima mano di burro, sorride prendendomi alla sprovvista: “Bon jour, ça va?” Mi dicono 2 trecce bionde con una dolcezza che non meritavo. I was blown away: fu come se qualcuno mi avesse segnato un rigore da un’altra galassia… Vidi in quel buongiorno il centro della via lattea, sistole e diastole, Carl lewis che sfondava i duecento, il riflesso del lupo di Gubbio negli occhi di Francesco. Mi commossi profondamente: quella ragazzina non aveva detto buongiorno, era lei stessa il mio buon giorno, era la garanzia del mio buon giorno, l’assegno circolare di una giornata che sarebbe andata in porto. Capii dunque come tutti i buongiorno romani fossero stati evirati sia del giorno che del buon. Di come l’augurio per eccellenza, per pigrizia, si fosse assentato da sé sesso. La parola si era smagnetizzata dal suo significato, aveva fatto una crociera nei Caraibi e aveva lasciato il significato a casa a fare la maglia. Un po’ come la mano che ti si struscia sulla testa ma non espelle carezze perché il pensiero sgranchisce altrove i suoi neuroni. Tornai a Roma stupito e provai quel nuovo buongiorno senza che nessuno se ne accorgesse. Cercai di riallinearlo al suo significato senza farlo partire più dalle retrovie di una mia distrazione. Ma il significato si era ormai squantizzato dal termine e un mio buongiorno poteva dire qualsiasi cosa: ci volle del tempo prima che quella parola tornasse a significare tutto.

4. La spiegazione di Rio  Fu però a Rio de Janeiro, lo stesso anno a casa di mio padre, che capii definitivamente come stavano le cose. Era mattino, mi trovavo nel mezzo della mia permanenza in Brasile, quando si iniziano a fare i conti col pensiero del ritorno ma si spera  ancora che  l’incontro della seconda settimana, coltivato bene nella terza, possa sbocciare clamorosamente nella quarta. Quell’eccitazione da sabato del villaggio si agitò nello stagno delle mie memorie facendo riaffiorare un pensiero sepolto. “Sai papà, sin da bambino mi è sempre sembrato che i negozianti di via dei Pennacchi si ritraessero al nostro passaggio, come se avessero paura, non so, di essere obbligati a salutarci. Mi sembra proprio che a Roma la gente faccia fatica a dirti buongiorno. Ma perché?” Dall’altro lato della stanza, seduto su un divano di bambù, fiotti di sole alle spalle, in epica controluce, mio padre mi guardò sorridente con un caffellatte enorme tra le mani e disse.

“Gli eletti salutano per primi”.

(Anthony Steffen)

Manuel de Teffé

P.S. QUESTO ARTICOLO E’ DEDICATO ALLA MIA AMICA ANGELIKA, CHE TORNATA DALL’AFRICA, DOPO UN ESTENUANTE LAVORO NEI CAMPI PROFUGHI KENIOTI, SI DOMANDA DEL PERCHE’ QUI SI FACCIA COSI’ FATICA A SCAMBIARSI UN SEMPLICE BUONGIORNO.

Il crepuscolo degli intrallazzi: prove generali di terza repubblica – “Da una società feudale a un’economia di relazione” – VI parte

Se la Prima Repubblica ha avuto come marchio di fabbrica la liturgia del sussurro in reazione a un ventennio autoritario, la Seconda una platealità esasperata per affrancarsi da tergiversanti fruscii, ed entrambe l’inciucio trasformista come minimo comun denominatore, la Terza Repubblica ha già battutto il gong alla Leopolda di Firenze venerdì scorso dove, in una maratona di tre giorni, un centinaio di persone di varie età ed estrazioni si sono alternate su un ” very cosy stage”, proponendo ognuna e per 5 minuti, SOLUZIONI ai problemi generati da questi due mostri. La manifestazione-evento è stata battezzata Big Bang, bing banger il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che non maledirò con l’aggettivo giovane perché sul termine “IGIOVANI” ho già lanciato un’OPA.

Per la prima volta nella storia politica italiana e, sospetto anche mondiale, un evento poco politically correct e molto politically normal ha basato la sua strategia su un’economia di relazione avanzata e trasversale: si seguiva in streaming su una pagina web, mentre su altre due si poteva partecipare Cinguettando o commentando Faccialibro. Tutte le soluzioni proposte sono state poi riassunte in 100 punti, non dogmatici ma suscettibili a modifiche, un semplice promemoria generale messo lì su internet, che tra i pettegolezzi di Yahoo, gli  al lupo al lupo di blogger cospirazionisti e le autocondivisioni in bacheca dei pensieri a salve di Coelho, come si dice a Roma, ci stanno tutti.

Magari qualcuno ha già detto le stesse cose, magari qualcuno sta dicendo le stesse cose, magari questi punti sono la scoperta dell’acqua calda, sempliciotti, retorici e stucchevoli come gli oratori che gli hanno sparati.  Ma sfugge la novità: questi punti sono stati scritti e adesso hanno un posto, sono visibili e trasparenti, issati in alto come una bandiera bianca sul campo di battaglia. Non sono diventati un libro e non si sono ancora rinchiusi nell’opuscolo del programma di partito. Stanno lì pieni di refusi e ridondanze, ma ci stanno. E la parola scritta, messa in alto su un punto visibile, in modo ordinato e permanente, crea un certo fascino, provoca una certa esistenza. Ti osserva. E per le mirabolanti leggi della fisica quantistica, influenza l’osservato.

Ma questo sfugge ai più e, “Arte di avere ragione” di Shopenauer alla mano, si preferisce ballare il TIP TAP davanti alla storia e buttarla in caciara, sminuire e affermare: è già stato detto. Ma è stato già proposto. Si vabbè, ma lo abbiamo già sentito.

La sensazione generale  è invece che la politica sia uscita dopo 70 anni dal feudo dei professionisti della politica, che si stia facendo un picnic a piedi nudi nel parco guardandosi attorno per vedere a chi passare la palla, che dopo i tempi dell’ autorità, il regno dei sussurri e i numeri da one man show, adesso, come direbbe il mio amico Federico, senta il momento di giocare in scioltezza. Mia madre era sì indignada, perché di padre spagnolo, crocerossina volontaria durante il terremoto nel Belice, ma durante l’indignamento operava soluzioni…E tutta l’indignazione del mondo ( sparì una quantita ingente di denaro mandato in soccorso ) non le impedì di spostare quelle pietre. Come dire, il suo indignamento era direttamente proporzionale al suo intervento chirurgico in loco, alle soluzioni che metteva in campo.

Lo sbaglio clamoroso,  è invece  una certa traiettoria giornalistica a commento dei fatti di questi anni, che ultimamente sta commettendo la stessa svista. Per un’aberrante concezione delle regole di mercato, non si commenta più il fatto in sé stesso e le sue conseguenze, ma la percentuale di consensi di chi ha fatto avvenire il fatto. Si è spostato l’occhio di bue dalla guerra in Irak al consenso interno di Blair e Bush, dalle conseguenze degli errori del primo ministro al consenso del primo ministro che cresce o cala, dall’uccisione di Gheddafi ai consensi che ne trarrà Obama sull’elettorato americano in preparazione alla seconda candidatura presidenziale; sintetizzando: dallo studio degli effetti sulla società di uno scandalo, misfatto o atto eroico, si è passati all’analisi dell’effetto che esso genererà sull’opinione pubblica nei confronti del suo protagonista …….Non è diabolico? Come dire: LA MISURAZIONE DEL CONSENSO ALTRUI HA SOSTITUITO LA TRAIETTORIA DELLA STORIOGRAFIA.

Ergo: dal Big Bang della Leopolda quanti consensi avrà Renzi? Proposta:  E se invece impiegassimo il tempo che utilizziamo come detrattori o incensatori dei politici di turno per mettere invece in campo una strategia di soluzioni e di confronto delle soluzioni? Se ogni giornale dedicasse una pagina permanente di soluzioni per l’Italia? Una pagina che stesse lì, sempre presente, perchè ormai i problemi sono veramente troppi e non ce li ricordiamo più?  ITALIAN SOLUTIONS FOR DUMMIES? Non solo denunce ma soluzioni pragmatiche. Una Get Things Done cartacea.

Hai 5 minuti, elenca cosa non ti va e abbozza una soluzione, ma  levati perfavore il cappio dell’originalità a tutti i costi.

Ecco i miei punti in ordine sparso, banali e insulsi, non si arrogano la missione di salvare la patria, ma è ciò che mi viene in mente adesso.

1) Si spalanca una srl con 500 euro, via il dazio ai notai. 2) Treno Roma-Milano seconda classe 45 euro invece che i surreali 90 iuri 3) La panca di ferro bianco alle fermate d’autobus a Roma è una beffa, esula dall’anatomia terrestre: allunghiamola e rendiamola in grado di far sedere la gente. Lo so, è un punto idiota, ma provate ad andare a Roma a sedervi al freddo su 10 centimetri e ditemi se anche questo non denuncia assenza di relazione tra il cittadino e il gestore della cittadinanza 4) Ridimensionamento del business delle multe alle macchine: non è possibile che a 30 secondi da un’infrazione il tuo tergicristallo partorisca il foglio della tua punizione.  5) Il bagno alle stazioni costa un euro, chi avrebbe mai pagato lire 2000 per …

Come siamo arrivati a tutto ciò? Iniziamo a dare soluzioni a una nazione immobilizzata e mettiamole bene in vista, scambiamocele velocemente come le figurine, di modo che la soluzione migliore prenda il posto, a un certo punto, di quella meno buona. What’s your take?

In scioltezza.

Manuel de Teffé