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“C’era una volta a ROma” – la presentazione al cinema anteo di Milano insieme a Gianni Garko, Armando fumagalli, Cristina chinaglia e Silvio giobbio

Domenica 19 novembre all’ Anteo Palazzo del Cinema di Milano, in occasione del BookCity, ho avuto l’onore di presentare il mio romanzo “C’era una volta a Roma“. È stata una mattinata eccezionale e indimenticabile, che ha visto molte persone lavorare dietro le quinte affinché tutto fosse… esplosivo!

Volevo ringraziare BookCity Milano per avere accolto il mio romanzo al Cinema Anteo; GIANNI GARKO, il più grande pilastro vivente dell’italo western che ha dato una testimonianza memorabile di un’epopea che fu; la generosissima CRISTINA CHINAGLIA per la sua lettura così coinvolgente; il professor ARMANDO FUMAGALLI, uno dei primi lettori e fan del romanzo; SILVIO GIOBBIO abile moderatore, disegnatore di storyboard e autore di “Matalo. Dizionario dei film western italiani”. Poi il team che ha lavorato dietro le quinte: MELISSA DE TEFFÉ che ha organizzato l’evento milanese; SILVIA CRISCIONE che ha coordinato sapientemente il team; MATTEO CIRENEI, autore delle foto che vedete; e poi ancora: FRANCESCA ACERBONI, SILVIA CALVI e tutti i giornalisti che hanno scritto di “C’era una volta a Roma” con un’attenzione e una partecipazione che mi ha commosso. Un grazie, infine, a DANIELE MAGNI e MANUEL CAVENAGHI editori…


















Dulcis in fundo, l’apparizione inaspettata di Monica Guerritore. GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE. Manuel de Teffé

Per chi desiderasse acquistare una copia del romanzo edito da READACTION EDITRICE ROMA: https://www.amazon.it/Cera-una-volta-Roma-dolce/dp/B0C76XGKHS
LA RECENSIONE DI MAURO GERMANI
Una delle più grandi gioie di aver scritto un libro risiede in ciò che accade dopo. Quando conosci persone nuove che si mettono in contatto con te per esprimerti una sorta di riconoscenza… Qualche tempo fa mi ha chiamato lo scrittore Mauro Germani, appassionato di western, che dopo aver letto “C’era una volta a Roma” mi ha voluto parlare. È stata una conversazione sorprendente, alla fine della quale l’ho invitato a mettere quei pensieri per iscritto, in forma di recensione… Mi sembrava avesse centrato tutto. Così mi ha fatto questo regalo e scritto nel suo blog. Grazie Mauro per la tua generosità. Buona lettura: https://maurogermani.blogspot.com/2023/09/manuel-de-teffe-cera-una-volta-roma.html
BOND STREET AWARDS: 6 e 7 Dicembre a Londra
Il 6 e il 7 dicembre si svolgeranno a Londra i Bond Street Awards. Quest’anno grazie al romanzo “C’era una volta a Roma”, sono stato inaspettatamente insignito di questo riconoscimento che celebra il lavoro. Quando mi è arrivata la notizia, la cosa mi è parsa incredibile… la mia gioia risiede nel fatto che finalmente avrò una grande occasione per ritornare a Londra e di rivedere amici che non vedevo da anni e… di fare sbarcare un po’ di romanità in Gran Bretagna.
“C’era una volta a ROma” presentE al bookCity di Milano
Sono felice di poter annunciare che il 19 novembre 20023, alle ore 11:00, il mio romanzo “C’era una volta a Roma” sarà presentato ad Anteo Palazzo del Cinema di Milano. Ringrazio Anteo e il Book City per avermi accolto. Con me saranno l’illustre professor Armando Fumagalli della Cattolica, l’attrice Cristina Chinaglia, che leggerà alcuni brani del libro. Modera Silvio Giobbio, autore di “Matalo1” Dizionario dei film western italiani. Vi aspetto! Manuel de Teffé
La cavalcata di ottobre
Ringrazio tutti i lettori di “C’era una volta a Roma” e i loro continui messaggi pieni di entusiasmo ed affetto. Ho passato un’estate nuova a dialogare con tutti… Alcuni incontri assolutamente sorprendenti… Adesso siete voi che raccontate a me. Mai avrei pensato la quantità di relazioni umane che può scatenare un libro. Il romanzo inizia la cavalcata del mese di ottobre. Buoni anni 60 a tutti. Manuel de Teffé
“C’era una volta roma” – ANTEPRIMA DEL LIBRO A PALAZZO MERULANA
“C’era una volta a Roma”, il mio romanzo odissea ambientato nel 1965 sulle rocambolesche avventure che videro il teatrante Antonio de Teffé divenire l’Anthony Steffen delle tele, è stato finalmente presentato in anteprima a Palazzo Merulana, il 23 Giugno, durante un pomeriggio che oserei definire “storico”. Grazie a un Giorgio Pacifici (giornalista RAI moderatore dell’evento) in splendida forma, Patrizia Notarnicola e Benedetta Arena di Palazzo Merulana, siamo riusciti a riempire due ore serrate di commozione, divertimento e spettacolo… Sono particolarmente felice si aver potuto riunire due glorie del cinema western all’italiana: il leggendario regista Enzo G. Castellari e l’inossidabile Gianni Garko, che con i loro 180 anni hanno movimentato l’atmosfera, raccontandoci l’incredibile. Chissà dove hanno nascosto la loro età. Palpabile l’emozione generale, soprattutto quando la mia amica attrice Cristina Chinaglia mi ha onorato leggendo due brani del mio libro e Cesare Rascel ha improvvisato uno straordinario regalo cantandoci “Arrivederci Roma” del padre. Grazie, grazie, grazie a tutti! Manuel de Teffé



















“C’era una volta a Roma”: Gli ANNI DELLA DOLCE VITA TRAVOLTI DALL’EPOPEA DEL WESTERN ALL’ITALIANA
Sono felice e commosso di poter annunciare l’imminente uscita del mio romanzo: “C’era una volta a Roma”, opera basata su una pagina di costume italiano mai narrata e adesso presentata, per la prima volta, in tutta la sua leggendaria impertinenza: i surreali anni in cui, come industria, noi italiani siamo entrati a gamba tesa nella narrativa americana iniziando a produrre film western con piglio garibaldino, come se non ci fosse un domani. Un po’ come se gli eschimesi si intestassero per un decennio la Pizza Margherita con struggente nonchalance.
Come depositario di un’epopea che vide Dolce Vita tingersi di West, ho deciso in questi ultimi due anni di domare una tempesta di ricordi impetuosi legati a questa follia: il western all’italiana, universalmente noto col marchio DOC di “Spaghetti Western”.
“C’era una volta a Roma” è un romanzo ispirato alle vicende artistiche e familiari di mio padre, Antonio de Teffé von Hoonholtz, attore romano di origine prussiana che, letteralmente a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, fu protagonista di ben 27 film western con il nome d’arte di Anthony Steffen. Django il bastardo, Pochi dollari per Django, Sette Dollari sul Rosso, Arriva Sabata, Apocalisse Joe e Un treno per Durango, sono alcuni tra i suoi titoli più celebri.
Nel Settembre del 2007, durante la retrospettiva organizzata da Quentin Tarantino al Festival di Venezia su questo genere, ebbi l’onore di presentare al pubblico Una lunga fila di croci del regista Sergio Garrone, presente in sala, e vedere per la prima volta mio padre sul grande schermo. Ammirare per la prima volta questo artista al cinema. Da quel momento, iniziai lentamente a rimettere insieme uno stormo di memorie fantasmagoriche legate alla nascita di questo filone cinematografico.
“C’era una volta a Roma” narra di un mondo che ho ricevuto in eredità: la Roma del 1965, la rivoluzione dello spaghetti western calata nella Dolce Vita, gli incredibili personaggi orbitanti attorno a quel periodo. Tutto ciò che ho visto, sentito, respirato e intuito sin da bambino, è qui, dentro questo libro. Tutti gli incontri ed avvenimenti più recenti della mia vita mi indicavano che dovevo iniziare a ricomporre quel mosaico inverosimile, che dovevo iniziare a svuotare il sacco… E allora, come ammonisce John Ford nel suo inequivocabile “PRINT THE LEGEND!” sul finale di The Man Who Killed Liberty Valance, ho deciso di sedermi, scrivere la leggenda e darla alle stampe.
Ringrazio l’editore Michele Caccamo, che con la sua Readaction Editrice Roma ha creduto al libro a scatola chiusa su mio pitch telegrafico telefonico. I grandi maestri Enzo Castellari e Sergio Garrone, il mitico Terence Hill, e l’intramontabile Gianni Garko, i primissimi che ho fatto partecipi della storia e a palesarmi il loro entusiasmo. L’amico Andrea Girolami che, con le sue rassegne cinematografiche, mi ha fatto rivivere il sogno. Non stavo nella pelle, prima di iniziare l’avventura ho ritenuto di buon auspicio raccontarla subito ai protagonisti di quel tempo per una sorta di tributo affettuoso, per mettere al corrente “tutta la famiglia western” di un avvenimento in fieri, per avere la loro “benedizione”. Non dimenticherò mai le parole di Enzo Castellari (che mia ha anche regalato la postfazione del romanzo) quando, brillante e serissimo, ringiovanito davanti ai miei occhi di 50 anni dell’entusiasmo, esclamò: “… È la storia che tutti stanno aspettando!”
La storia? Eccola!
Siamo nella Roma del 1965, quando Roma era più grande di tutti gli anni ’60 messi insieme. Nel pieno della Dolce Vita e delle proteste contro la guerra in Vietnam. Per un Pugno di Dollari di Sergio Leone ha appena avuto un successo planetario e lancia un genere esplosivo: IL WESTERN ALL’ITALIANA. Il mondo del cinema è in fibrillazione: tutti vogliono salire sul carro del vincitore costruito dal regista romano… Sorgono, come funghi, improbabili case di produzione tutte desiderose di cimentarsi nella nuova moda; tra queste, la più scalpitante è “La 13 Maggio Cinematografica Srl”, ma anche un consorzio di lattai della Magliana non è da meno, con la sua pericolosissima “Chaos film”. La public relation manager dell’Hotel Hilton studia i mercati e cerca di convincere il suo uomo ad abbracciare il nuovo filone.
“C’era una volta a Roma” intreccia le vicende di un aristocratico attore teatrale shakespeariano che snobba il cinema da troppo tempo, di un guru della recitazione russa, un regista ebreo narcolettico e un anziano imprenditore con un ultimo grande sogno, quello di trasformare, prima di morire, il suo scombiccherato manoscritto nel western: “NIENTE DOLLARI PER DJANGO”.
Messi insieme dal destino grazie a una promessa perfetta, un tributo segreto sotto forma di film e un’irresistibile preghiera di abbandono, questi bizzarri individui iniziano a procedere imperterriti come le ferrovie della Union Pacific in costruzione verso la meta comune: la frontiera WEST in Almeria, il deserto spagnolo eletto a set universale dopo il capolavoro di Leone.
“Anto’, qui li vogliono zozzi e cattivi, tu che c’azzecchi col pistolero selvaggio?” Domanda l’agente infingardo al meno cinematografico dei suoi attori in scuderia, il barone Antonio de Teffé, tentando i tutti i modi di dissuadere il colto teatrante dal partecipare ai famigerati “provini per cowboy”. Di fatto mio padre, prima di divenire Anthony Steffen, visse una vera e propria odissea… nessuno, ma proprio nessuno, lo riteneva adatto a quel tipo di ruolo così “realista”, e a ragione… Allontanato da Sergio Leone, scartato ovunque per la sua postura troppo sofisticata e un taglio attoriale smaccatamente accademico, questo “dandy romano” alto un metro e novanta sembrava non avere niente a che spartire col mondo spietato dei rudi pistoleri americani… Finché un giorno, su stratagemma di mia madre, lo scapolone dei Parioli si fece scattare una grintosa foto in bianco e nero e la spedì a 50 produzioni capitoline con i francobolli dello Stato del Vaticano. Dietro la foto, un nome altisonante battuto a macchina su un’etichetta color panna:
ANTHONY STEFFEN – Actor –
Momentarily in Rome.
Represented exclusively by Tonya Lemons,
Hotel Hilton – Rome
Siamo nel 1965, ancora non c’è internet e di fact checker neanche l’ombra: quando i romani estrassero dalle giganti buste papali il volto grintoso di un uomo durissimo sotto uno Stetson a falde larghe e lessero il nome di un americano “momentaneamente” a Roma, si mobilitarono in massa per accaparrarsi quello che credettero una star d’oltreoceano a zonzo nell’ Urbe. E Antonio, che parlava un inglese da manuale, vinse finalmente il primo provino!
Francamente, non prevedevo di scrivere questo libro, non era in programma, è un romanzo letteralmente esplosomi dal cuore… un pezzo di cuore saltato su un pezzo di carta… 500 pagine che dopo aver consegnato, mi hanno visto steso su una poltrona a fissare per ore oltre la vetrata in salotto un punto imprecisato all’orizzonte, ansimante, senza nessuna espressione. Fino all’arrivo di una telefonata dal Sud Africa in cui l’inossidabile Corrado Passi, sensibilissimo scrittore e pilastro di Readaction editrice Roma, dopo un’ora in cui mi ripresentava, uno ad uno, tutti i personaggi dei mie 22 capitoli, mi dichiarò: “…Hai dato tutto”. Decreto che echeggia ancora nel salotto, come coccarda volante, dopo un anno e mezzo di scrittura non stop. Perché era vero. Perché non era un libro in programma, ma era un programma che mi aspettava al varco da troppo tempo e che è detonato in un momento impensabile, che guarda caso è stato proprio il momento opportuno.
Prima del covid, stavo lavorando con il produttore Carlo Macchitella a un film western da me scritto dal titolo “Django begins”. Ecco ciò a cui stavo veramente lavorando. Ricordo ancora che il buon Carlo ogni volta che arrivavo in produzione, alla sua Madeleine, mi faceva sedere al posto di comando, dietro la sua scrivania, per godersi la mia storia sdraiato sul divano… “La dobbiamo raccontare! La dobbiamo raccontare! Ma quanto ci costa! Quanto ci costerà?!” preoccupatissimo per gli investimenti già in atto sul suo film Diabolik… Insieme, alla fine non abbiamo raccontato più nulla, perché la pandemia ha messo tutto in attesa e Carlo è volato via troppo presto… Mi ricordo il suo entusiasmo e lo ringrazio per la sua gioia, per averci creduto per primo.
Così, con un film in stand by, paralizzato da lockdown planetari ma saturo di anni ’60, Dolce Vita e duelli assolati in Almeria, vedo aprirsi davanti a me una provvidenziale oasi artistica sconfinata, humus perfetto per far brillare una storia mai narrata, un decennio del costume italiano che ancora nessuno aveva narrativamente abbracciato comme il faut.
C’era una volta a Roma un attore quarantenne, che all’apice del suo sfolgorante anonimato di inutili successi teatrali, senza una lire in tasca ma con una donna che lo amava più di se stessa, dovette reinventarsi da una camera ammobiliata dei Parioli, per passare da Amleto a Django il bastardo, da Godot a Killer Kid, da Macbeth a Sabata. Un artista che mise addirittura in discussione tutta la sua formazione accademica, studiando il metodo Stanislawski con un guru di recitazione russa per risultare credibile al cinema… L’odissea di come Antonio de Teffé divenne Anthony Steffen si pone, in una timeline ideale, esattamente 4 anni prima “C’era Una Volta a Hollywood” di Quentin Tarantino, prima del dialogo in cui Brad Pitt invita Di Caprio ad andare a Roma per tentare una nuova carriera nel western italiano… Di Caprio non ne vuole sapere, questa cosa degli spaghetti western pensa sia tutta una grande farsa… “C’mon now. You ever seen an Italian western? They’re awful”. Ma Pitt controbatte: “Yeah. How many you’ve seen? One? Two?”, facendogli capire che in Italia sta accadendo qualcosa di grandioso… qualcosa da non disdegnare, che magari lo avrebbe anche rilanciato.
E già, perché negli anni ’60 siamo stati un’industria micidiale e davamo giri di pista a tutti. Perché abbiamo fatto squadra come in nessun’altra epoca, umanamente e professionalmente. C’era una volta a Roma e ci sarà, speriamo di nuovo! Buon 1965 a tutti, buon viaggio attraverso uno dei periodi più entusiasmanti, surreali e creativi della nostra storia italiana, romana, cinematografica e non solo, che vide la Dolce Vita travolta dalla rivoluzione dello spaghetti western. Perché questo romanzo é in realtà una rocambolesca storia d’amore corale che galoppa a spron battuto in tutte le direzioni e che non vede l’ora di trasformarsi in film… dal film che già è… Ci vediamo a Giugno in libreria!
P.S. Chi volesse una copia per primo con la firma dell’autore, mi scriva a manuel.deteffe@me.com
Manuel de Teffé
Writer-Director
Rapina in banca con papà – La storia (vera) dell’attore che mise in crisi il sistema bancario.

L’ORA PRIMA DELLA RAPINA
“Let your plans be dark and impenetrable as night, and when you move, fall like a thunderbolt.” Esordì il papà attore in perfetta pronuncia british al telefono, poi il silenzio e il soffio delle sue narici sulla cornetta.
Quella mattina stavo ricurvo sulle ginocchia e i miei sedicianni appena scartati, aprendo felicissimo una pellicola Ilford 400 iso in bianco e nero pronto a caricare la mia nuova Dana 120, quando mi arrivò la telefonata di mio padre che mi svoltò l’estate. Dopo il solito incipit da “l’Arte della guerra” di Sun Tzu che sostituiva da tempo i suoi buongiorno, continuò così: “Manuel, preparati, papà passa a prenderti alle 10:30. Andiamo a rapinare una banca. Vestiti bene e niente ciuffi selvaggi.” Poi una pausa e l’attesa del suo respiro sulla cornetta che mi arrivava come il rantolo di un vento alieno sul deserto del Gobi. In un angolo del salotto mia madre stava dipingendo un quadro astratto con delle bombolette spray fumando una marlboro rossa, accanto a lei mio fratello piccolo si spupazzava beato Donkey Kong Junior su un mini Nintendo.
Mio padre aspettò incuriosito una mia reazione che tardò a venire, perché per lo stordimento emotivo, nella mia mente i termini “rapina” e “ciuffi” figliavano combinazioni caleidoscopiche di significati inutili che stavo vagliando con sospettosa flemma: rapinare ciuffi , pettinare banche, la rapina dei pettini, il ciuffo vendicatore… La banca? Cosa vorrà esattamente dire papà? Diedi un sorso al mio lattefreddomacchiato e rimasi in ascolto ricurvo sulla macchina fotografica aperta, mentre il suo respiro scrutatore mi drammatizzava l’attimo soffiando dalle narici sui buchi della cornetta. Da una parte Darth Vader che sibilava oscuro dal Fleming, dall’altra parte della stanza una madre che intuiva tutto attraverso la nube di una marlboro rossa che si innalzava da dietro un quadro. Non sapevo cosa dire e mi sentivo sotto osservazione, quel rantolo di vento naricioso paterno sulla cornetta mi stava interpellando. L’iride di mamma velato di fumo fece capolino dal perimetro ovest della tela. L’occhiata sincrona e cisposa di mio fratello incuriosito. L’ultimo pezzo di torta mimosa sul tavolo.
“Ti sei perso nei tuoi pensieri, vero? Ma adesso papino tuo ti stana e ti mostra come si piega il Banco di Roma. Oggi. Lo mettiamo insieme in ginocchio. Noi due. Sarai mio complice. Ci stai?”
“Ok.” Vagheggiai atono per non destare l’attenzione di nessuno.
“Bene! Mi piace quando mi dai la risposta giusta senza pensarci. Vestiti bene e niente maglioni ciancicati con le toppe. Il mio ciancicone.”
“Va bene, papà.”
“Let your plans be dark and impenetrable as night, and when you move, fall like a thunderbolt.” Ripeté assaporandosi la sua nuova massima preferita di Sun Tzu, stavolta in perfetto inglese americano, sempre sotto il torchio del suo perfezionismo attoriale stile Strasberg. “Like a Thunder…”
Attaccai il telefono e finii di caricare la macchina fotografica. Mia madre sicilianamente non mi fece nessuna domanda e io la fissai senza darle romanamente nessuna risposta. Ora, io di banche non ne avevo ancora rapinate, ma detta da mio padre, la cosa aveva i suoi misteriosi margini di fattibilità. Corsi in bagno, provai a piegare la vertigine bionda che si ergeva da dietro i capelli come una rondine impazzita e con una manata bagnata la abbattei con rigore. Chiusi la porta della mia stanza per contenere l’invasione dei pensieri tentacolari di mamma e mi immersi nel completo blu “Eredi Pisanò” che mi aveva comprato per il mio ingresso in società qualche mese prima: era la mia seconda occasione di sfoggiarlo, avevo appena compiuto sedici anni ed ero ancora l’unico tra la mia cerchia di amici che aveva i genitori separati, cosa di cui non mi resi mai conto grazie all’iperbolicità di entrambi, due fuoriclasse assoluti nei rispettivi campi. Fino a quel momento le mie gioie erano due, disegnare con i Caran D’ache e fotografare con la Polaroid. La Dana 120, regalo di mia madre, era un grande passo in avanti, ma mai avrei immaginato che una rapina in banca in pieno giorno si sarebbe frapposta tra quei due bastioni artistici regalandomi una masterclass indimenticabile di vita reale. Ritornai dalla pittrice fumante che rimase perplessa dalla mia tenuta regale.
“Dove vai così elegante? ”
“Vado a rapinare una banca con papà”.
“In pieno giorno? Mettiti i gemelli. Farai un figurone. Quando rapini una banca ci si da’ un tono.”
“Sì lo so. Li ho già messi. Guarda.”
Mia madre, che assecondava l’imperscrutabile e non indagava mai su nulla perchè si aspettava sempre da me un primo passo che puntuale non arrivava mai, si caricò dignitosamente l’ennesimo mistero sulle spalle e tornò al suo dipinto astratto scuotendo la bomboletta spray per troppo tempo. Io agguantai la Dana, qualche scatto a vuoto e la salutai. Se nella vita ho sviluppato un sesto senso lo devo proprio a quei momenti di maestose incomunicabilità elettive dei quali non ne rinnego uno.
Alle 10:30 scesi solerte senza aspettare il citofono, mio padre mi stava già aspettando di profilo nella sua Alfa coupé. Appena mi vide con la coda dell’occhio si levò gli occhiali da sole e li infilò in un’asola. “Bravo.” Chiosò raggiante quando entrai. Poi mise in moto e mi recitò il monologo di Antonio dal “Giulio Cesare” di Shakespeare. “Amici, romani, concittadini…Prestatemi orecchio…” Il bardo gli dava una forza ancestrale, lo caricava a molla, lo resucitava. Ripeté il monologo con devozione e in varie tonalità, finchè non posteggiammo vicino alla banca. Poi, come al suo solito, biascicò a mezzaria qualcosa di in una lingua sconosciuta e mi spiegò come stavano le cose, gli occhi trionfanti.
“Ascolta ciancicone. Però bello questo completo, bravo. E brava mamma… Lo ammetto. Antonella ha sempre avuto gusto. Dunque, a papà tuo tempo fa gli hanno spedito 3 milioni dal Brasile. I dindini non sono ancora arrivati ma ho tutti i documenti della spedizione. Apri il cruscotto, guarda. Ancora non lo puoi capire ma la banca sta giocando con i miei soldi, li trattiene e ci marcia. Ma adesso papino tuo se li riprende tutti. Ora. Insieme a te. E non ti mettere paura di ciò che vedrai, assecondami e basta. Ok?”
“OK”. E fu così che entrammo, io ignaro ed elegantissimo, con una macchina fotografica desueta al guinzaglio, lui un panzerdivision con gli spiriti di Giulio Cesare e Macbeth che gli srotolavano tappeti rossi mentre incedeva raggiante. Si tolse i Rayban e puntò l’impiegato che masticava una gomma americana.
LA RAPINA
“Buongiorno buon uomo, conto XYvattelapesca”. Intonò papà al tizio allo sportello. “Sono qui per la quarta volta e vorrei sapere se il bonifico da Rio de Janeiro partito un mese fa in gran spolvero da Copacabana è arrivato o si è perso in qualche Casinò di Montecarlo.”
“Buongiorno signor Steffen, certo! Controlliamo subito…Teffé. Mi Scusi. Qui: ecco… XYVATTELAPESCA. No, mi dispiace molto… vedo… cioè sono desolato ma non vedo nulla. Ma lei è sicuro che sono partiti?”
Mio padre socchiuse la bocca senza parlare, fece un primo movimento di labbra a tradimento senza emettere suono e bofonchiò qualcosa tra sé e sé alzando le sopracciglia e scuotendo la testa. Poi, con occhi malandrini e luccicanti, inarcò il suo metro e novanta sull’impiegato e sussurrò con l’aria più complice possibile “Ma lei è sicuro di non vedere nulla?” L’opaco cassiere sbiancò e rise infingardo.
“Cosa vuole dire dottore? No guardi, non è arrivato nulla. Può accadere… le assicuro. Ma la posso chiamare direttamente io quando arrivano in filiale. Non si deve preoccupare, possiamo monitorare.” “Amico mio…” Incalzò papà alzando lo guardo sopra la testa dell’impiegato mettendo a fuoco un punto più lontano della banca. “Sono venuto in questa filiale già 3 volte in questo mese, i mie soldi sono partiti quattro settimane fa e inizio ad avere un’età. Mi faccia parlare subito col direttore”.
“Ma Certo dottore, solo un attimo!” L’impiegato si allontanò verso il fondo della banca, parlò rimanendo sull’uscio di una porta aperta in lontananza e fece ceno di avvicinarci.
Quando entrammo nel grande ufficio del direttore del Banco di Roma, rimasi subito stupito per lo zelo scattante dell’omino in maglioncino blu che si inchinò di fronte a noi. “Che onore signor de Teffé , benvenuto… Cosa posso fare per lei? Questo è suo figlio immagino, molto piacere. Come si chiama? Bene, spero sarai anche tu un giorno nostro cliente. Come posso servirla dottore? Siamo qui per lei”.
“Vede direttore… un mese fa da Rio de Janeiro è partito un bonifico di 3 milioni diretto a questo conto. Ma ancora, per qualche motivo intellegibile, non è arrivato. Dove sarà secondo lei ?”
“Beh, signor de Teffè… Io, se le hanno detto così mi dispiace veramente, non so cosa potrei fare, … Sicuramente deve aspettare ancora un pochino. Deve portare pazienza. Ma è sicuro comunque che glieli hanno spediti?”
“Come le tasse in Cornovaglia. Ecco i documenti, direttore. Dopo mi può dare un ‘occhiatina anche sul suo terminale?”
“Certo, mi faccia controllare… Le tasse in Cornovaglia… He! He! He!… Voi attori… Mi faccia vedere… Sì effettivamente sono partiti. Mi ripete il suo conto? Verifico personalmente. XYVATTELAPESCA. Grazie, ecco, no. Ancora nulla… No… Guardi non è arrivato nulla. Io le consiglio, se i soldi sono stati spediti 4 settimane fa… di riparlare con la banca di Rio”.
I dialoghi gentili continuarono per qualche minuto ma dopo l’ennesimo diniego circostanziato del direttore in maglione, vidi la prima cosa che mi inquietò profondamente nella vita: mio padre corrugò la fronte e allungò il braccio sulla grande scrivania di mogano con studiata lentezza, mise la sua grande mano su un posacenere verde smeraldo e lo alzò in slow motion, inclinando il volto ad altezza bordo tavolo come per scrutare sotto l’oggetto. Poi, occhi a fessura, allungò progressivamente il collo verso l’ombra del posacenere per vedere meglio. Il direttore sbiancò in viso. La mia vertigine bionda si erse come le penne di un capo sioux prima della battaglia. “Cosa sto facendo signor Teffé? “ Domandò il direttore dissimulando un terrore in fieri.
Mio padre scosse la testa, senza guardarlo, rimanendo in posizione. “Sto controllando se magari i miei soldi sono sono sotto questo posacenere… Non si può mai dire, direttore. Ma no, sotto a questo posacenere vedo che non ci sono….no. Nzù, zù, zù. Mmmmm… Ma da qualche parte devono pure essere. Vero Manuel? Vediamo un po.'”
Il direttore emise dei risolini insipidi per esorcizzare la situazione, quando papà portò veloce l’indice alle labbra come a intimargli un silenzio foriero di una grande idea, “Sss…” E guizzò in piedi andando di falcata maggiore a scostare una grande stampa di Roma dall’altra parte dell ‘ufficio. “Vediamo se sono dietro questo Piranesi…Un grande il Piranesi! Immenso artista. Ecco… No… No… Non sono neanche dietro a questo quadro. Ma dove saranno finiti i mei soldi? Non bisogna mai disperare però… Continuiamo a cercare, Manuel.”
Il direttore mi guardò, io che non mi stavo affatto muovendo, abbassai gli occhi sulla Dana per poi voltarmi velocemente verso papà che stava squadrando l’ufficio da destra a sinistra, spettrale. L’omino in maglione blu timidamente preoccupato. “… Cosa sta facendo dottore, se posso chiederle?…” “Sto cercando i miei soldi, direttore. Da qualche parte devono pur essere!” Il direttore, che sino a quel momento non aveva staccato gli occhi dall’attore, fiutò il pericolo e sparì dietro il grande monitor Olivetti iniziando a battere sui tasti del computer, mani a tarantola impazzita.
“Ah! Magari sono sotto al tappeto!” Riprese mio padre con entusiasmo. “Sotto il tappetto…” Sussurrò fissando il persiano vicino la scrivania con il solito cambio tonale al quale ero abituato. Il rumore dei tasti del computer del direttore sempre più serrato. “Manuel mi dai una mano? Grazie piccolo Lord. Non sembra Little Lord Fontleroy mio figlio in questo Eredi Pisanò, direttore? Arrotola bene…Così… No… neanche sotto al persiano. Peccato. Grazie Manuel. Ma forse chissà direttore, forse sono sotto il divano… Nzù, zù, zù. Neppure qui. Che strano. Ma dove si saranno cacciati? Magari dietro? Può essere.”
Mentre Il direttre continuava a lavorare a non so cosa e io mi rialzavo per rimettere a posto il tappetto e ingannare il tempo, mio padre con sforzo erculeo prese un’estremità del grande divano di cuoio e iniziò a scostarlo dalla parete con tre forti strattoni.
“Ecco… No…non sono neanche qui. Dietro il divano nulla. Ma dove saranno, direttore? Nella libreria? In un volume della Treccani? Nel decimo? No. Nell’undicesimo? Neanche. Eureka! Il portaombrelli! Ma certo! E’ il luogo più sicuro dove mettere dei soldi, nessuno potrebbe mai immaginarlo. E se fossero lì, io ne sarei proprio felice direttore, perché è il luogo più improbabile e dunque adattissimo. Andiamo a vedere”.
Poi il capolavoro attoriale: papà, si mise in ginocchio vicino al protaombrelli, li scostò e ci mise dentro la testa come uno struzzo, senza muoversi più. “Manuel! Manuel!” La sua voce rimbombava nel cilindro di metallo, io non avevo più il coraggio di voltarmi, gli occhi bassi sulla scrivania del direttore che con una paresi di sorriso batteva i tasti ed emetteva strani suoni con la bocca per continuare a comunicare con noi in qualche modo.
“Hai per caso una torcia Manuel? Un fiammifero? Qui è tutto buio.” La mia macchina fotografica stava per esplodermi tra le mani, due lucciconi in agguato.
“Una pietra focaia! Non mi dire che non hai neanche una pietra focaia!”
Morii. Poi il colpo di scena.
“Signor de Teffé, ho trovato i suoi soldi!” Esclamò il direttore con un aureola rotante sulla testa e il viso livido e paonazzo. Mio padre estrasse elegantemente la testa dal portaombrelli, due solenni falcate e tornò al suo posto assumendo un aria genuinamente meravigliata, un altro capolavoro indimenticabile di espressione. “Davvero? Dov’erano?” “Erano… erano qui signor de Teffé… cioè, erano arrivati ma… per una procedura interna di smistamenti paralleli e reciprocità selettive avevamo discontinuato le congiunture estere di liquidità immediata e il suo bonifico era rimasto in stand by in un insterstizio di smistamento profilattico in fase di double ceck tra Honolulu e Miami per la green light.”
“Ah.” Emise papà compunto al punto giusto, corrugando la fronte per dare l’impressione di seguire meglio la spiegazione. Il direttore apprezzò e si sentì leggittimato a continuare la farsa.
“…Solo io con una password personale esecutiva ho potuto verificare la partenza del vostro danaro e rintracciarlo. Sono costernato. Comunque li abbiamo disimp… Li abbiamo trovati! Il bonifico è partito ma tecnicamente non è ancora arrivato, però la banca glieli può anticipare in misura del tutto eccezionale per l’affetto che nutriamo per lei come cliente premium e comunque a prescindere. Le erogo io stesso tutta la liquidità, mi segua signor de Teffé.”
Poco dopo il direttore infilò 3 milioni di lire in una busta color avorio e li porse a mio padre con le più sentite scuse del CDA del Banco di Roma e di tutti i direttori passati presenti e futuri. Mio padre accettò le scuse con umiltà e glissò andando a sfregare senza permesso il maglioncino blu del direttore per saggiarne la consistenza. Like a thunder. “Cashmere?” Domandò inseguendo un pensiero originale. “No. Ma sembra! Vero? E’ uno Schostal signor Steffen. L’ho preso la settimana scorsa, per essere più agile in ufficio.” “A quanto?” Domandò mio padre seriamente incuriosito. “Circa 500 mila lire signor Steffen. Ma ne è valsa la pena, vero?” “Bellissimo”. Lo leggettimò infine in quella mise inadatta gratificandolo a vita. Poi si salutarono come gradi amici.
DOPO LA RAPINA
Papà si fermò fuori la banca, imponente, sprimacciò la tasca del suo giubotto di daino rigonfia di banconote fresche e mi fissò senza espressione. Gli chiesi subito di posare per una foto: fece automaticamente qualche passo laterale, si tolse il giubotto, slacciò un bottone della camicia e ruotò sapientemente il busto di tre quarti tenendosi i polsi. “Shostal.” Lo sentii biascicare pregustandosi qualcosa di misterioso mentre io mi preparavo a scattare la mia prima foto in bianco e nero. 1/50 F5,7 e passò la paura.
Entrammo in macchina trionfanti, entrambi col sorriso stampato sulle labbra, papà si rimise i rayban, mi allungò un centone e mise in moto riprendendo il monologo di Antonio come se niente fosse. Al semaforo, sotto il ponte di Corso Francia, interruppe bruscamente Shakespeare e sfidò ancora una volta il mio Status Quo seguendo il filo di un pensiero nuovo. Mi guardò solenne, abbassò la mia vertigine selvaggia con una carezza paterna e pervaso da infinita dolcezza, quasi commosso, mi disse: “Shostal, Manuel. Domani romperemo i coglioni a Schostal.” Poi mi descrisse la strategia nei minimi dettagli. “Lo faremo insieme. Hanno prezzi fuori mercato e si danno arie di grandi negozianti. Sai cosa fa papà? Chiederò un maglione color prugna. Ovviamente non possono avere questo colore, Manuel… Ma io gli spieghero’ che in Brasile la prugna va per la maggiore e che a Rio è l’ultimo grido, così li metto in soggezione. Allora mi faranno vedere subito un maglioncino di tinta secondo loro vicino alla prugna. Dopodiché chiederò uno sconto. Mi daranno lo sconto. Ma poi decido di non comprare nulla perchè in realtà ripiegare su colori non alla moda per avere un risparmio della micragna è un lurido gesto da perdenti. Margini ridotti e senso di colpa. Are you in?”
“Come le tasse in Cornovaglia.”
Papà si inorgoglì sommessamente di una delle sue risposte evergreen in bocca al figlio, annuì appagato e diede di gas inseguendo altri pensieri, più veloce dei suoi stessi pensieri, imbastendo mentalmente lo show dell’indomani nel negozio Schostal di via Cola di Rienzo. A fine corsa, tra un pensiero a Strasberg e uno a Sun Tzu, gli scappò anche un sorprendente “Buon compleanno!”.
Like a thunder.
Manuel de Teffé
Director/Writer
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TG2 Storie: La mia intervista per il lancio del Blu Ray-libro su Anthony Steffen
Il 23 Novembre è andata in onda su Raidue all’interno di “TG2 Storie” la mia intervista per il lancio di “W Django”, curata dal giornalista Adriano Monti Buzzetti. Rai Due ha realizzato un ottimo servizio: cinque minuti di pura sintesi narrativa. Eccoli a voi, Continue reading “TG2 Storie: La mia intervista per il lancio del Blu Ray-libro su Anthony Steffen”



