Batman VS Bud Spencer. Suspension of disbelief reloaded.

Uno dei concetti letterari più interessanti che abbia mai letto è il celeberrimo “Suspension of disbelief” teorizzato a inizio 1800 da Samuel Taylor Coleridge. Secondo l’autore di “Rhimes of the Ancient Mariner”, quando  uno scrittore masters his craft e riesce a infondere ai suoi scritti una certa dose di realismo,  il lettore può arrivare a sospendere  qualsiasi giudizio circa l’oggettiva non plausibilità di quanto sta leggendo: condizione d’animo battezzata appunto come   “suspension of disbelief”, cartina tornasole ultima di ogni opera d’arte.

Potremmo dunque dire che ogni capolavoro e,  in generale, ogni opera di buon mestiere  possono innescare nel pubblico diversi levelli di “suspension of disbelief”, ovvero differenti gradi di sospensione del giudizio.

E’ quanto accade nel momento in cui ci sediamo di fronte a una buona pellicola, da soli o in compagnia: nell’istante in cui parte la sequenza d’apertura di un film, scattano i titoli o sentiamo le prime note di una colonna sonora convincente , la “suspension of desbelief” si attiva, ingrana la prima o decolla automaticamente, finchè la bontà dei primi 5 minuti dell’opera non sancisce la sospensione di qualsiasi interferenza raziocinante. E’ l’istante dove non ricordiamo più di star vedendo E.T., di leggere East of Eden o di goderci Marcel Marceau a teatro: quel passaggio invisibile attraverso cui, senza accorgercene, precipitiamo nell’accettazione di tutto.

Ma per film come la trilogia di Batman, la “suspension of disbelief” scatta addirittura prima,  già alla vista del poster del Cavaliere Oscuro, quando stiamo per entrare in sala. Nolan ha trattato la materia in questione in modo talmente realista che siamo storditi dall’atmosfera di una storia non iniziata ancor  prima che in sala si spengano le luci. Una “suspension of disbelief” retroattiva del tutto particolare.

Così, ci dimentichiamo di assistere a un banale film e iniziamo a partecipare a qualcosa, ancorati in massa alla medesima suggestione, e alla prima nota di Hans Zimmer siamo tutti a Gotham.

 A onor del vero tuttavia, in”The Dark Knight rises” la mia suspension of disbelief si è clamorosamente autosospesa verso la fine del film.  Verso la fine del terzo capitolo della saga infatti, causa una soluzione scenica certamente non pensata in sceneggiatura, mi sono ritrovato  brutalmente  e semplicemente davanti a delle immagini in movimento. In quel momento ho pensato: 1) Che filmone 2) Anne Hathaway potrebbe reggere da sola tutto il film 3) Ma guarda, Matthew Modine è tornato a recitare e più invecchia più gliel’ammolla, tipo Jeff Daniels in the Newsroom… 4) Chissà se questo è un vero proiettore 4K, non riesco a beccare un pulviscolo di grana neanche nelle parti più in ombra e sto in prima fila…

Ma andiamo al punto del mio risveglio,  il punto che ha scatenato gli inutili pensieri di cui sopra, che non è un punto qualsiasi ma lo Showdown di due ore e rotte di film.

Allora. Batman è scomparso da mesi e Gotham è in mano ai cattivi. I buoni si sono riorganizzati e siamo alla resa dei conti. A questo punto abbiamo i due schieramenti avversari uno di fronte all’altro:  il corpo di polizia di Gotham davanti a un imponente esercito di galeotti coordinati dalla league of Shadows e capitanati da Bane. Entrambe le parti sono armate sino ai denti e lo scontro si preannuncia agghiacciante, anche a causa della neve. L’esercito dei galeotti trasuda rivalsa civile, la polizia intimamente trema ma è pronta al sacrificio estremo. Quando un segno appare dal cielo: la macchina volante di Batman si libra sopra l’esercito dei buoni. Bubbusettete. Batman c’è. La polizia si galvanizza a livelli stratosferici e noi con loro.

TUTTAVIA, nonostante l’orgia di vari e sofisticati armamenti branditi da migliaia di persone, ( http://www.imfdb.org/wiki/Dark_Knight_Rises,_The )

a un tratto,

gli eserciti più determinati che la filmografia ricordi, depongono non si sa dove le armi e…. si prendono a cazzotti. Proprio così. Se le danno di santa ragione. Sissignore. Ci danno giù di brutto. Bud Spencer e Terence Hill a manetta: pugni e sganassoni.

Toh, The Dark Knight è un film, ma pensa, pazzesco…fanno morire Matthew Modine ma Chris Nolan gli ha dato troppa importanza, la camera carella sul suo corpo esanime per ben 5 secondi …però… e invece Tom Hardy sparisce in modo così miserrimo…Much ado about nothing…Mah….

Mentre questi e altri  pensieri parassiti erodono i vari strati della  mia “suspension of disbelief”  e precipito come Di Caprio in Inception di sogno in sogno dritto verso il risveglio, la mastodontica colonna sonora di Hans Zimmer riaggancia tutti i miei neuroni specchio e, magia, risospende ogni  sospensione.

Nuovamente, senza accorgermente, il film scompare davanti ai miei occhi e sono di nuovo a Gotham.

“Suspension of disbelief” riattivata, mi ridimentico di vedere Batman assisto a uno dei migliori finali cinematografici mai scritti, per stilizzazione drammaturgica e apertura narrativa.

Che non è un finale, perchè il finale è Batman che ce la fa. Tecnicamente la parte dopo il finale si definirebbe denouement, (snodo), conclusione ultima della trama, la presentazione di ciò che accade dopo l’esito  del film, il vissero felici e contenti partecipato per qualche minuto invece delle leziose didascalie finali. De noue ment.

Esco dalla sala pensando:

Uno dei peggiori Showdown della storia del cinema per un film di tale livello, seguito a ruota da una chiusa formalmente perfetta.

Chissà se sono stato il solo a notare quella coreografia da spaghetti western.

O forse era un tributo al Batman televisivo e alle volanti didascalie onomatopeiche di quelle botte da orbi fumettesche?

Potevano perlomeno coreografarle meglio le scazzottate tra i due eserciti…

Roba che Terence e Bud sembravano Ninja.

Suspension.

Manuel de Teffé

Batman VS Bud Spencer – Link all’articolo in pdf

La dittatura degli Emoticon: come abbiamo delegato l’ironia al punto e virgola e ci siamo indeboliti.

In principio erano una parentesi e un punto e virgola, e se ne stavano ognuno per conto suo esercitando anonimamente la propria missione nei perimetri della punteggiatura internazionale.

Le parentesi spezzavano i periodi senza particolari meriti, facendo da sentinelle  a una puntualizzazione che non doveva debordare all’esterno di un concetto, il punto e virgola era un vezzo elitario usato con vigile parsimonia perché oggettivamente misterioso e oscuramente elegante, nessuno ha mai realmente capito come posizionarlocomplici le differenti scuole di pensiero sul suo opinabile uso, finché dopo la terza media non ci abbiamo messo collettivamente una pietra sopra e così sia. Tracce di esso si ritroveranno solo nei temi di maturità, dove per darci un tono, gli abbiamo disperatamente trovato una collocazione, perché  nel tema di maturità almeno un maturo punto e virgola ci stava tutto.

Dal quel momento in poi, del punto e virgola, non si ebbero più notizie.

Tuttavia, contro ogni pronostico, l’anatroccolo della punteggiatura avrebbe fatto una rentrée spettacolare nelle nostre vite, arrivando verso il  2012 a spodestare ufficialmente il semplice punto dalla chiusura del 50 % degli statement brevi scritti internazionali, e lo avrebbe fatto grazie a un’ insolita alleanza con l’altra cenerentola della letteratura, la parentesi tonda. La manovra partì addirittura dagli anni 60 e in tre ventenni si posteggiò perfettamente nelle nostre abitudini.

Perchè questi due elementi uniti   ;  +  ) 

– punto e virgola più parentesi – non sono altro sono la verticalizzazione metabolizzata del leggendario Smiley giallo di Harvey Ball che, un tempo sorridente e spensierato, un giorno si era coricato su un fianco e stilizzandosi aveva finito col farci l’occhiolino alla ricerca di una certa complicità  😉

A poco a poco, anche le persone più isospettabili e restiee,  hanno iniziato in questi ultimi anni a usare  😉  a chiusa di ogni periodo contenente una certa ironia. La cosa è continuata per vario tempo, finchè il punto e virgola e la parentesi non hanno guadagnato una visibilità senza precedenti  e noi siamo finiti con l’assuefarci al  nuovo simbolo  delegandogli in toto il tono dei nostro discorsi scherzosi. Senza che ce ne rendessimo veramente conto, gli abbiamo così conferito il potere di rendere ironiche frasi che già di per sé stesse lo erano, lo abbiamo reso garante ufficiale dell’ironia di ogni nostra frase, depositario ultimo della temperie scherzosa di quanto stiamo affermando.

Ma con l’assuefazione a  😉   è subentrata presto una paura paradossale…la più ironica delle nostre frasi senza  😉   rischia ultimamente di non sembrare più ironica e adesso, per  timore che le nostre affermazioni possano risultare abrasive , abbiamo psicologicamente bisogno di uno “smoothening effect”, siamo convinti di doverle sempre addolcire  con un  😉   giustapposto in poppa per non turbare l’interlocutore, affinché non ci sia nessun fraintendimento.

Finché  😉    non è  divenuto clamorosamente il nuovo punto. E Il tutto, come dicevo, è accaduto con un manovrone partito inconsapevolmente negli anni 60 dal Massachuttes.

ECCO LA MIA RICOSTRUZIONE STORICA DI COME SONO ANDATE LE COSE. L’ho scritta in una fredda domenica primaverile, quando ricevuta una email dal mio amico Cesare terminante con uno  😉  stavo per rispondere a tono chiudendo anch’io con un altro  ;),  onde blindare la percezione della mia risposta ludica e fargli capire che avevo capito allineando le complicità. Tipo l’applauso che scatta nelle sitcom quando l’attore va in battuta. La gomitatina ammiccante. Quando mi sono detto…millenni di storia dell’ironia spazzati via da una strizzata d’occhio coricata per un assurdo timore di risultare abrasivo. E dal momento che timori di questo tipo a lungo andare riducono un uomo a una mammola, mi sono fatto coraggio, ho inviato la mia ironia senza sottotitoli per i non udenti e, soddisfatto, mi sono rinchiuso in cucina ripercorrendo la storia della nostra nuova debolezza onde esorcizzare una volta e per tutte la mia agghiacciante dipendenza da  😉

Brace yourself.

 COME ABBIAMO DELEGATO L’IRONIA A UN EMOTICON e ci siamo indeboliti caratterialmente

1. 1963: Il debutto dello Smiley Giallo  Il primo Smiley giallo fu disegnato nel 1963 dall’artista americano Harvey Ball, assunto dalla State Mutual Life Assurance Company del Massachussetts per disegnare una faccia buffa da utilizzare su spille, poster e calendari da scrivania. Lo scopo era quello di tirare su il morale di 100 impiegati che, demotivati in seguito alla fusione con un’altra compagnia di assicurazioni dell’Ohio, avevano bisogno di stimoli visivi per rispondere sorridenti al telefono e comunicare una certa sicurezza ai clienti. In 5 minuti Harvey, uomo di indole raggiante,  disegnò la faccina gialla sorridente,  guadagnò 45 dollari e poi assistì divertito al big bang di quello che in cuor suo sapeva essere il proprio autoritratto: agli inizi degli anni 70 lo Smiley sarebbe infatti divenuto un’icona pop internazionale.   🙂

2. 1982: Lo Smiley si corica.  Scott Elliott Fahlman, scienziato americano della Carnagie Mellon University di Pittsburgh, propose nella bacheca del bollettino online universitario l’uso di  🙂  e  di  😦   per aiutare la gente a distinguere i post seri da quelli scherzosi. Quei bollettini erano i precursori  degli odierni newsgroups e il professor Fahlman, impreparato visivamente di fronte alla prima marea di discorsi su un piccolo schermo,  decise che bisognava dare un immediato ordine interpretativo ai vari statement onde non dare adito a equivoci: unire i due punti a una parentesi concava o convessa ponendo il nuovo simbolo a fine concetto avrebbe dunque facilitato le cose…Del resto, non era altro che coricare e decolorare il famosissmo Smiley già assimilato dalla cultura popolare: i più avrebbero capito. Nascevano gli gli emoticon.

3. 2003: Skype come cavallo di troia egli emoticon. la gente inizia a sentire il bisogno di creare nuove faccine espressive e stilizzazioni delle stesse per riassumere ogni stato d’animo umano. Si trova il nome per la nuova moda e saranno appunto chiamati dalla fusione di emotion e icon. Nel 1992 sono appena 1 milione i computer connessi a internet in tutto il mondo e gli emoticon sbarcano con successo nei forum e nell’ instant messaging, dove iniziano ad essere usati su scala massiccia.  La cosa riscuote successo tra i giovanissimi ma uno zoccolo durissimo e consistente vede la moda come infantile e non ne comprende l’uso. Fino all’arrivo di Skype. Nell’Agosto del 2003, Skype inizia a scalzare le compagnie telefoniche mondiali con la sua gratuità e inserisce in basso a destra una finestra con ben 72 emoticon differenti, un esercito pimpante che va dal classicissimo  Smiley, all’orsetto che abbraccia, senza contare  invenzioni come ✫(◠‿◠)✫ …__/\__… Gli emoticon troveranno in questa nuova linea telefonica free of charge il loro cavallo di troia definitivo…Poi, una sera di 5 anni fa, l’epifania collettiva: scopriamo che che inserendo  😉  nella slot dei messaggi skype e spingendo avvio,  😉   si trasforma in 😉  La stilizzazione del professor Fahlam si era trasformata davanti ai nostri occhi in una variante ruffiana della creatura di Ball, il nostro cervello metabolizzava definitivamente la sintesi e ci spingeva a utilizzare  😉  anche nello scritto. Perché  😉    e 😉 erano divenute  la stessa cosa. Per sempre.

4. 2012: Morte dell’ironia (così come è stata concepita per millenni)  Scissa nello scritto dal tono di voce, l’ironia ha sempre trovato nel contesto gli spazi del suo significato, ma nell’era della dittatura psicologica degli emoticon, per arrivare a destinazione ha ultimamente il bisogno fisiologico dell’ affrancatura di uno Smiley che strizza l’occhio, la variante ruffiana dell’originale.  Ha vile necessità di un inutile assist per trasformare un rigore. Perchè senza 😉 la nostra ironia ha adesso la sensazione di non arrivare più a destinazione. Gli scambi epistolari brevi si sono dunque ridotti in questi ultimi anni  a delle pacche sulle spalle senza fine: una sfiancante  reazione a catena di mutue strizzate d’occhio gratificanti che ci ha indebolito nel carattere, reso meno sicuri di ciò che vogliamo dire e accattoni in termini di  consensi immediati…E la cruda realtà è che mi sono reso amaramente conto che quando chiudo un messaggio con ;), se la risposta del mio interlocutore non termina pure con 😉 penso che ci sia un problema e mi preoccupo. Viceversa, se ricevo un messaggio con 😉 mi sento misteriosamente obbligato a siglarlo con un altro 😉 per garantire l’allineamento di qualche presunta complicità. 

Adesso, se un uomo si preoccupa di una cosa simile, abbiamo un problema, è sulla buona strada per divenire una mammoletta.

Con questo scritto, dichiaro solennemente a tutte le vestali degli emoticon che d’ora in avanti, scarterò il 😉 dalle chiuse di ogni discorso scritto. E ciò per ritornare un uomo forte e coraggioso.

Anzi, lasciatemi sparare dei colpi a salve come il cannone del Gianicolo:  😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉  😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 😉 onde nausearmi e inflazionarli davanti ai miei occhi.

E adesso un ultimo                            😉

Ma non vi lascio soli: ho elaborato per voi un efficacissimo

ESERCIZIO PER ESORCIZZARE  😉  DALLE NOSTRE VITE

Fissate  😉  e immaginate  Virgilia Raffaele che fa l’imitazione di Belen Rodriguez quando da sorridente e solare inclina di scatto la testa a sinistra miagolando con voce roca e suadente un ruffianissimo  ” Ma dai…!”  Fatto? Rifatelo una seconda volta. 😉 = “Ma dai….!” Ancora una volta, è importante che pronunciate il “Ma dai…” con cadenza argentino/milanese. Coraggio:  😉  ” Ma dai…!”. Ecco, adesso siete liberi. Provate a utilizzare quel simbolo senza sentirvi assurdi.

Tuttavia, mi riserverò per sempre e a mia discrezione la gioia di usare  (solo su skype ) gli altri 71 emoticon, con una decisa e virile predilezione per il primo ed autentico smile di Harvey Ball e il conto alla rovescia che si trasforma in un ciak.

🙂

In memoria di Harvey Ball, che incarnò sino alla morte la ragione della sua missione sul pianeta:

ricordarci di sorridere senza strizzare l’occhio a nessuno.

Da un uomo che non ammicca più ma sorride e basta.

Manuel de Teffé

P.S.

Foto della tomba di Harvey Ball, scattata da C. Shenette in onore dello World Smile Day, 7 ottobre 2011

Link all’articolo in pdf  La dittatura degli emoticon

Yes and No: the pillars of communication. How we have immobilized Italy without using them

Italians don’t use them, but they are the first driving force of an economy, the foundation of every decision, the launch pad of all movements, have devastating domino effects and influence the life of millions of human beings ab urbe condita. And above all are completely free. I am talking about the words YES and NO: the pillars of communication of all time. Of every single time, since the beginning of time. But, for Italians, they are both an undecipherable ball and chain. Because we only pronounce them when we have cowardly examined, until the end, what is the best thing to do, when destiny, which got  miffed , puts us upside down and shakes us violently to force us to react; things start falling down from our pockets one after the other until when a livid YES and  NO involuntary also tumble, and then  we start moving  again beginning a new navigation.Because the truth is that YES and NO give their best on the spur-of-the-moment. The last minute YES and NO always serve you a sort of punishment and don’t enjoy the benefits of the spring chicken YES and No in which dwells something glorious.

I got to know them in New York , 11 year ago. Inspired by New York lifestyle, I used to organize a dinner at the rate of one every two weeks. Those were the first invitations I sent through e-mail and the answers I used to get were only two: YES and NO, tertium non datur. 70% were YES. Back to Rome, I kept the tradition alive, but slowly I realized that the answers to my invitations were hovering over swampy universes. The clear YES and No were the 30% of the answers, while the 70% were like a flabby Maradona who pretended to dribble in an alley. Those who try to organize something like an event or an after dinner in Rome know it well , until the last minute you don’t know exactly whom to count on.Over the years, I began to realize that some answers came back more than others, until when I made a list that I wrote during a snowy winter evening in Germany. Here is my personal HIT PARADE, the title is:

“ANATOMY OF AN ANSWER”

A semi-serious ranking of the most frequent Italian answers to an invitation.

1. HO UN MEZZO IMPEGNO ( I have half a commitment )

It is an untranslatable concept and is in great shape on top of the list. There is no trace of it in any civilization. It is two hairy white ears, pinkish in the inner part, coming out of a top hat. You think it is a rabbit, but the truth is that they are only two ears without a body. It is a top hat without hopes. The headquarters of  “half commitments” is in Rome as well as its cemetery. They have half tombstones, have had half funerals and can come back to life with half a whistle and then they rejoin in diabolic embraces  giving birth to other half commitments. A half a commitment is the tasteless announcement of a failure in progress. Whoever has given this answer and arrives , hasn’t really left behind his half a commitment announced because when he answered he referred exactly to your party.

2. FARO’ IL POSSIBILE ( I’ll do my best )

The “half a commitment” and the “I’ll do my best” are the cat and the fox of the Italian communication.  They wander at night like fake businessmen and deceive pinocchios. They intercept them and they make them wander forever showing them a door that is perpetually slightly open, so slightly open “che n’ te apre” (that does’t open up).

3. NON TI PROMETTO NULLA ( I won’t promise anything )

You can often find it together with “Provo a fare un salto” (I’ll try to drop by), but not necessarily, they can also live parallel lives. “Non ti prometto nulla” reaches its peak during the month of August, where sometimes it can even undermine the “half a commitment”.

4. PROVO A FARE UN SALTO ( I’ll try to drop by )

It instills affection because it evokes a clumsy hope. In some occasions it is preceded by a “Dai” (C’mon). “Dai, provo a fare un salto.” But who pronounces “Dai” statistically doesn’t arrive. I really like those who “try to drop by“ very much because I have very often tried to do the same and thus I understand them. Who tries to drop by usually succeeds, and those who don’t succeed are not to blame.  “Dai”(C’mon) we have all tried it.

5. CERCO DI LIBERARMI ( Lit. tr.: I’ll try to set myself free – It means I’ll try to get rid of my commitment )

It gives you an immediate gratification with a harsh aftertaste. It is a fax that you get from Alcatraz. A promise which causes anxiety. They arrive only in 20% of cases bringing along friends almost always unwanted.

6. TI FACCIO SAPERE ( I’ll let you know )

This is difficult to comment because this kind of answer deflates me like a party baloon.

7. CE LA METTERO’ TUTTA  (I‘ll give it all)

It is an action answer. You keep on thinking  of these people from the invitation until the day of the party. With your thought you involuntarily follow their heroic feats to reach you. They arrive from the Thames on which they have been speeding with their motorboat for weeks dodging the Maria Grazia Cucinotta’s machine-gunning. The person who “gives it all” and is able to arrive is unmistakable: he is the Harry who shows that smile moderately complacent from behind the balcony window and hints an invisible toast when you finally make eye contact with him.  Did you see? I made it. Prosit.

8. SÌ ( Yes )

They arrive in the 55% of cases.

9. NO ( No )

They can indeed not come.

10. SONO INCASINATISSIMO ( I am really messed up )

More than an answer, it is a meditation on his state. It is the “half a commitment” which throws the mask away and engages in some self-examination. It is dangerous to try to understand why they are “really messed up”, just accept it and that’s it.

HONORABLE MENTION

Et voilà. The ranking ends up here, but there is an honorable mention which doesn’t go to an answer, but to a counter-question par excellence: “CHI VIENE” (Who comes?) These are the people who are always testing the waters and if they could, they would send someone in reconnaissance even at their wedding reception, maybe their own wives, to know who is there. And finally, it isn’t in the ranking because it very rarely happens , nor gets an honorable mention because it causes me  a certain anxiety: THE SILENCE. These are those who don’t answer. Called once, twice, three times, don’t give any answer. You meet them by chance in the street and ask them if they have ever received the invitation. They nod with a smile and talk about something else while you get goose bumps.

In Italy when you make an invitation it is as if you were making life difficult to others who, engaged in doing their best without promising you anything, will try to drop by trying “to set themselves free” and that , however,  will let you know if Yes or No, because even if they are really messed up or if they have a half a commitment they’ll give it all.

Thus when in Rome I decide to organize a party and invite someone, I always imagine a clumsy version of Houdini in a straitjacket, wrapped with chains and locked in a sealed trunk under the sea. The man I see only has the comfort of a single trinket: an iphone always turned on that he browses with the tip of his nose. Now and then, he gets an SMS with an invitation to a dinner. In that moment, without a specific expression on his face, the man begins to agitate like a madman. My question is: “ will he give it all?”. The conclusion is that in Italy to send invitations is like sending morse code signals in the fog: only a few ones will be able to interpret them. MY FRIENDS.

For the new year I want to wish you many YES and many NO. There is something glorious in a spring chicken YES or NO, they are statuary, for better and for worse. Don’t be scared, if well employed and fast they can even restart an economy, any economy. They can move MARI e….

Manuel de Teffé

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“For Greater Glory” – Premiere in Rome

Yesterday I was at the premiere of FOR GREATER GLORY, a very bold historical movie produced by Pablo Barroso (in the picture with me) and starring Andy Garcia (probably his best performance ever) Eva Longoria and Peter O’Toole. The movie deals with a series of incredible events  happened in Mexico in the 20’s and hidden by many history books. An oversight? May be. The plot: Calle’s government stops any religious freedom and as a consequence of that the mexican people react fighting fiercely against it. This latest cut is quite admirable: this film does not show good people VS bad people, it just depicts a raw reality many historians preferred not to face. Andy Garcia is majestic. My role in the movie: a few years ago I had to write a few treatments and put together a huge historical research to reconstruct what was lost. Incredibly enough Time magazine was of great help: they keep their entire archive online and one can have access to all the facts, unbiased. I also drew a storyboard for a complicated movie sequence, you can find on this blog. Congratulations to Pablo, I’m sure that this movie will raise awareness towards a great untold story. Well done my brave friend!

Manuel de Teffé

Spot Scuola Mediterranea – Ringraziamenti

La scorsa settimana ho girato a Lamezia Terme uno spot per la promozione  di una scuola mirata alla formazione di una nuova imprenditoria giovane in Calabria. Lo spot, è stato ideato dalla vulcanica mente di Nelida Ancora, organizzato dall’inossidabile Elena Cerra e interpretato dalla brillante attrice lametina Laura Nicotera. Voglio ringraziare  tutti per la partecipazione e la dedizione data in questi particolarissimi giorni di lavoro. Grazie a Nelida, Elena, Laura, Giovanni Giuseppe, Elisabetta, Giusy, Domenico e Vincenzo. La foto che vedete è l’ultima scena dello spot, dove vediamo realizzato il sogno di una giovane imprenditrice che riuscendo a fare rete ha messo insieme un affiatato team di lavoro e creato un nuovo business. Un abbraccio a tutti ragazzi, a presto.

Inizio una collaborazione con L’Italo-Americano di Los Angeles

Simone Schiavinato, direttore dell’Italo-Americano, storico settimanale centenario di Los Angeles, ha iniziato la pubblicazione dei miei articoli e mi ha proposto una collaborazione speciale per la quale ho in mente una rubrica sul cinema. Nel frattempo, il mio articolo “Sì e No:  i pilastri della comunicazione” , ha avuto un tale riscontro che se ne sta curando la traduzione in lingua inglese. Ringrazio tutti delle e-mail ricevute, è  un po’ un articolo boomerang, mi trovo adesso nella condizione di non riuscire a pronunciare niente più di intermedio quando mi si rivolge una domanda. Evidentemente il primo destinatario di quella presa per l’orecchio collettiva ero io. Ma meglio così, sono categoricamente convinto che metà crisi nazionale è dovuta a un sottobosco di psicologie surreali che possono sciogliersi come neve al sole solo se portate sapientemente alla luce, senza polemiche, ma ironicamente e con piglio. Nella foto, la pagina dell’articolo “Orfanotrofio Italia: mentori italiani cercansi”. Per leggerlo potete cliccare 2 volte sulla foto. Un ringraziamento al direttore Schiavinato  e un saluto a tutti,

Manuel de Teffé

Sì e No: i pilastri della comunicazione. Come abbiamo immobilizzato l’Italia senza utilizzarli.

Gli italiani non li utilizzano, ma

sono il primo motore di un’ economia, la pietra angolare di ogni decisione, la rampa di lancio di tutti i movimenti, hanno effeti domino devastanti e influenzano la vita di miliardi di esseri umani ab urbe condita. E soprattutto, sono infinitamente gratis. Sono il  e il NO:  i pilastri della comunicazione di tutti i tempi. Di ogni tempo, dall’inizio dei tempi.

Ma per gli italiani sono due indecifrabili palle al piede. Perchè noi li pronunciamo  solo dopo aver vilmente vagliato sino all’ultimo qual’è la cosa migliore da fare, quando stizzito il destino ci mette sottosopra  e ci scuote violentemente per obbligarci a una reazione: le cose iniziano a cascarci dalle tasche una dopo l’altra finchè non tonfano involontariamente sul pavimento un Sì o un NO paonazzi, e allora ci rimettiamo in moto iniziando una nuova navigazione a vista parassita.

Perché la verità è che il Sì e il No  danno il meglio di sé nello slancio,  Il Sì e il NO dell’ultimo momento fanno sempre scontare una sorta di pena, non godono dei benefici del SI e NO di primo pelo nei quali dimora un non so chè di glorioso.

Feci la loro conoscenza a New York, 11 anni fa. Ispirato dall’ambiente newyorkese, organizzavo  cene al ritmo di una ogni due settimane. Erano i primi inviti che mandavo via e-mail e le risposte che ricevevo erano solo 2: Sì o No, tertium non datur. Al 70 per cento erano dei SI. Tornato a Roma, continuai la tradizione, ma lentamente mi rendevo conto che le risposte ai miei inviti si libravano su universi paludosi. I Sì e No pieni erano un 30% delle risposte, il 70 per cento era un Maradona imbolsito che faceva finta di palleggiare in un vicolo.  Lo sa bene chi organizza  a Roma una qualsiasi cosa,  evento o dopocena che sia, fino all’ultimo momento non sa mai esattamente su chi contare.  Nel corso del tempo iniziai poi ad accorgermi che alcune risposte ritornavano più di altre, finché  non mi fu chiara una classifica che stilai in Germania in una nevosa sera d’inverno.

Ecco la mia HIT PARADE personale, si intitola:

“ANATOMIA DI UNA RISPOSTA”

Classifica semiseria delle più ricorrenti risposte italiane  a un invito.

1. HO UN MEZZO IMPEGNO

I have half a commitment. E’ un concetto intraducibile e  se ne sta in gran spolvero in cima alla hit. Non ne esiste traccia in nessuna civiltà. Sono due orecchie pelose bianche dall’interno rosaceo che escono fuori da un cilindro. Pensi  sia un coniglio ma in realtà sono solo due orecchie senza corpo.  E’ la prova del nove dell’inattendibilità di una persona.  E’ un cilindro senza speranze. Il quartier generale dei mezzi impegni si trova a Roma, così come il suo cimitero. Nel quartier generale si agitano i mezzi, al cimitero gli impegni. Essi hanno mezze lapidi, hanno avuto mezzi funerali, possono tornare in vita con  mezzo fischio e allora si ricongiungono in amplessi diabolici figliando altri mezzi impegni. Un mezzo impegno è l’ annuncio insapore di un fallimento in fieri. Chi ha dato questa risposta e arriva al tuo invito  non significa che si è lasciato alle spalle il mezzo impegno annunciato perchè quando ti ha risposto alludeva proprio alla tua festa.  Il mezzo impegno fa scopa con

2. FARO’ IL POSSIBILE

Il “mezzo impegno” e “Farò il possibile” sono il gatto e la volpe della comunicazione italiana. Essi si aggirano nella notte come dei falsi businessmen e circuiscono pinocchi. Li intercettano e li fanno vagolare all’infinito facendo intravedere loro una porta perennemente socchiusa. Talmente socchiusa chenteapre.

3.  NON TI PROMETTO NULLA

Spesso si trova in combinazione con “Provo a fare un salto”. Ma non necessariamente, essi possono anche godere vite parallele. Quando però entrano in combutta si trasformano in un mezzo impegno e diventano letali. “Non ti prometto nulla” tocca in Italia i suoi picchi massimi nel mese di Agosto, dove talvolta arriva a insidiare persino “Ho un mezzo impegno”.

4. PROVO A FARE UN SALTO

Infonde tenerezza perché evoca una speranza goffa. Occasionalmente è preceduto da un “Dai”. “Dai, provo a fare un salto.”   Chi pronuncia “Dai” però statisticamente non arriva. Io voglio molto bene a quelli che provano a fare un salto perchè ci ho provato anch’io molto spesso e li capisco. Chi prova a fare un salto di solito ci riesce, quelli che non ci riescono non sono da biasimare:  dai, ci abbiamo provato tutti.

5. CERCO DI LIBERARMI

Da una gratificazione istantanea con retrogusto allappante. E’ un fax che ti arriva da Alcatraz.  Una promessa che mette ansia. Arrivano solo nel 20 per cento dei casi portandosi dietro amici quasi sempre indesiderati.

6. TI FACCIO SAPERE

Questo mi è difficile da commentare perché mi stanno già per cascare le bracc

7. CE LA METTERO’ TUTTA

E’ una action answer. Sono coloro ai quali pensi di più nel periodo che va dal momento dell’invito al giorno della festa stessa. Col pensiero segui involontariamente le loro gesta eroiche per giungere a te.  Arrivano dal Tamigi sul quale hanno sfrecciato in motoscafo per settimane schivando le smitragliate di Maria Grazia Cucinotta.  Chi ce la mette tutta e riesce ad arrivare è inconfondibile: è il semprogno che gronda quel sorriso misuratamente compiaciuto da dietro la vetrata del balcone accennando un invisibile gesto di brindisi quando finalmente lo incroci con lo sguardo. Visto? Ce l’ho fatta. Prosit.

8.

Arrivano nel 55 per cento dei casi.

9. No

Possono non arrivare sul serio.

10.  SONO INCASINATISSIMO

Più che una risposta è una riflessione sullo stato. E’ il mezzo impegno che getta la maschera e fa un’esame di coscienza. Pericoloso cercare di capire perché sono incasinatissimi, accettarlo e basta.

MENZIONE D’ONORE

Et voilà. La classifica termina qui, ma c’è una menzione d’onore che spetta non a una risposta ma alla controdomanda per eccellenza: CHI VIENE? Sono quelli che sondano continuamente, che se potessero manderebbero  in avanscoperta qualcuno anche al ricevimento del proprio matrimonio, magari la propria moglie, per farsi dire chi c’è. E per finire, non si trova nella classifica perchè accade molto di rado, né gode della menzione d’onore perché mi provoca una certa inquietudine: IL SILENZIO. Sono coloro i quali non rispondono. Interpellati 1, 2, 3 volte, non danno risposte. Li incontri per caso in strada e domandi loro se hanno mai ricevuto quell’invito. Annuiscono con un sorriso e parlano d’altro mentre ti viene la pelle d’oca.

In Italia quando si fa un invito  è come se si rendesse dunque la vita difficile agli altri che impegnati a fare il possibile senza prometterti nulla proveranno a fare un salto cercando di liberarsi e che, comunque, ti faranno sapere  se Sì o se No, perché sebbene siano incasinatissimi o abbiano già un mezzo impegno stai sicuro che ce la metteranno tutta.

Così quando a Roma mi viene in mente di organizzare una festa e invitare qualcuno immagino sempre una versione impacciata di Houdini dentro una camicia di forza, avvolto da catene e rinchiuso in un baule sigillato in fondo al mare. L’uomo che vedo ha il conforto di un unico gingillo: un iphone sempre acceso che sfoglia con la punta del naso. Di quando in quando arriva un sms con un invito a una cena. In quel momento, senza un’ espressione particolare in viso, l’uomo inizia ad agitarsi come un ossesso .

la mia domanda è: ce la metterà tutta?

La conclusione è che in terra italica mandare inviti  è come spedire segnali morse nella nebbia: solo qualcuno li saprà interpretare. AMICI MIEI.

Per il nuovo anno vi voglio augurare tanti SI e tanti NO. Saranno la segnaletica più imponente del 2012. C’è un che di glorioso nel Sì e No di primo pelo, sono statuari, nel bene e nel male. Non abbiate paura, bene usati e velocemente possono sfracellare i Maya e rimettere in moto l’economia. Ogni economia.  Smuovono Mari e

Buon Natale.

Buon anno!

Manuel de Teffé

P.S.  Da ora in poi,  quando inviterete qualcuno, per qualsiasi cosa, potete allegare questo articolo. Tutte le scuse sono state mappate.

IN MEMORY OF MATILDA CALLAGHAN

TO TILLIE’s MOTHER AND FATHER. TO HER BROTHER AND HER SISTER.

Almost 6 years have gone by since the departure of Tillie. When Edwin Fawcett called me to give me the unexpected news I remained speechless for hours. Dying at a young age is something hard to understand for everybody. For a long time I had a wish, I have always been eager to tell Tillie’s parents and relatives how much I enjoyed getting to know Tillie. I met Tillie through producer John Toone during a music video shooting in London, he suggested her as my assistant director in loco. Tillie gave me an unforgettable support for one week: seeds of a new friendship were born. I ‘m now sending a hug to her dear parents plus a poster containing her name. Maybe you do not have it and it’s a nice memoir. The music video is entitled “Crucifying you”, a story about forgiveness, Matilda made it happen. A merry Christmas to all of you and a prayer for dearest Tillie.  Manuel de Teffé

Gli eletti salutano per primi: le vertigini di un buongiorno. Come salutarsi offline ai tempi di Faccialibro – Da una società feudale a un’economia di relazione – VII parte

Quand’ero bambino, verso i dieci anni, feci la seconda più grande scoperta della mia vita.  La cristallizzazione di quella scoperta fu accelerata in seguito alla mia prima polaroid, regalo che probabilmente acuì il portafoglio di percezioni e deduzioni accumulate da dopo l’affrancamento Lines. Tuttavia, raggiunsi la completezza di tale acquisizione in quattro tappe precise.

1. Il dubbio romano Nel corso degli anni, scendendo ogni mattina con mio padre per via dei “Pinnacchi blu” notavo da lontano che  i vari negozianti, ognuno sull’uscio del proprio negozio, chi sguardo rivolto al vuoto, chi a biascicarsi una sigaretta, chi ad aspettare Godot,  si ritraevano in bottega prima che noi varcassimo la linea di riconoscimento sensibile, ossia quei dodici  metri in cui non puoi non balbettare un saluto di convenienza quando la tua esistenza sta per speronare un’altra, perché è chiaro che gli sguardi si stanno per incrociare ed è fisicamente impossibile non entrare in relazione. Per una psicologia che ignoravo invece, a 12 metri dall’entrata in area di barista, calzolaio, vinaio e fruttivendolo, ognuno di loro rientrava in negozio come per evitare un mutuo saluto. Come per non fare accaderlo, per non essere sottoposti al peso di una risposta scontata. Avevo la sensazione che io e mio padre pestassimo per terra, a un certo punto del marciapiedi, qualche bottone invisibile che attivasse un’energia di risucchio dal retrobottega. Arrivati dal pasticcere, sempre dentro a lavorare, buongiorno-buongiorno, si prendeva una pasta allo zabaione e si tornava indietro. Stessa avanzata, stessi rientri.

Con mia madre esperta in pubbliche relazioni, mio padre attore e una geografia di vorticose comunicazioni attorno alla famiglia, iniziai a percepire che esistevano italiani che vivevano nei loro mondi e, lentamente,  che gli italiani vivevano rinchiusi in altri mondi: era la società feudale che avrei teorizzato una volta a New York. Ma mi diedi tempo, continuai ad osservare il fenomeno finché la sua ripetizione negli anni non suggellò il convincimento che quanto avveniva non fosse affatto casuale. Quel giorno avevo 10 anni ed ero deciso a esporre il dubbio a mio padre, ma venendo lui a Roma una volta ogni 12 mesi, non avevo ancora molta dimestichezza con la relazione e non dissi nulla: avrei rimandato la domanda di ben 18 anni.

2. Realizzazione inglese Tuttavia, willy nilly, sviluppai nel tempo e senza sospettarlo la dipendenza da non saluto, e quando mi ritrovai a diciannove anni in vacanza in Inghilterra a Hemel Hempstead ospite dell’allegra brigata Massey (amici d’infanzia di mia madre), mi resi tristemente conto di come la mia più grande preoccupazione esistenziale fosse schivare la slavina mattutina dei “Good morning!” e degli “How did you sleep”. Non dimenticherò mai lo stato d’animo del primo risveglio da ospite. Mi recai in cucina a fare colazione, Simon, mio coetaneo, già seduto per il breakfast, con due fiocchi di granturco incollati ai lati della bocca mi apostrofò un cisposo : “Good morning Manuel, did you sleep well?” Risposi subito “buon giorno” ma tentennai sul seguito, ragionai sul fatto di aver dormito bene, una domanda fuori dall’evoluzione delle mie risposte…“Goodness, it was freaking cold last night!” Carburai un po’ cupo. “Plus it’s Summer, but yes I slept well, I had weird dreams though, you know?…” Mi sedetti, precipitai anch’io qualche conrnflakes nel latte ma fui poco dopo assalito dalla stessa domanda in bocca al fratello minore , che all’altezza del tostapane ripetè con la stessa inflessione: “Good morning Manuel! How did you sleep?” Clonai la risposta già data variandola leggermente verso la fine per non cadere in una scontata ripetizione. Quando mi entrarono entrambi i genitori:”Good morning Manuel!” Proclamò Eleonor .”Did you sleep well?”  Rincarò la dose John con aria inquisitoria. In quel momento Il latte iniziò ad avere un sapore amaro. I cornflakes nel cucchiaio divennero pesanti. “Good morning John,  Good morning Eleonor. I slept very well thank you, it was a lovely night. A very lovely night, thank you so much. And you? How di you sleep ? “ Pensavo di aver finito di scontare una pena sconosciuta, quando a ruota, ricevetti il colpo di grazia. Catherine, la terza figlia, chioma rossa selvaggia e maglione verde fosforescente, mi accoltellò col suo personale “Good morning, how did you sleep?”, ma con un brio che mi imponeva una risposta su misura. Rapida immersione nelle marianne del mio subconsio. Raccolgo il guanto. Emersione e Numero. Per un progressivo desiderio di originalità, onde non suonare banale, la intrattenni per dieci minuti spiegando come avevo passato la notte utilizzando il tappeto di finto orso bianco come seconda coperta, di come stavo quasi per staccare le tende verdi e avvolgermi come un bruco. Risero tutti mentre io facevo finta di divertirmi: in realtà stavo sperando disperatamente che Ben , il quarto fratello, si alzasse tardi o che non si alzasse affatto.

Il giorno dopo, al mio risveglio, tesi bene le orecchie agli spostamenti di passi nella casa, smistando mentalmente i movimenti di animali domestici dallo spantofolio umano, determinato a entrare in cucina solo quando tutti i Massey fossero già a tavola a nuotare tra i cornflakes, per evitare il martirio dei buongiornoaudidiuslip, napalm sui miei timpani. Un buongiorno collettivo sarebbe stato più che sufficiente. Ero forse diventato anch’io uno dei pii negozianti di via dei Pennacchi? Provavo forse lo stesso tipo di imbarazzo?  E se accadeva ciò, quali erano gli underpinnings di una psicologia che aveva timore di un semplice buongiorno? Lo avrei scoperto in Francia solo nove anni dopo.

3. L’epifania francese Ero nuovamente in vacanza, questa volta a Paray le Monial,  in Borgogna. Una mattina mi alzo e vado a fare colazione in un café. Il posto era gremito di ragazzi, prendo un “cappuccino”, un croissant e mi siedo. Arriva una ragazzina di 15-16 anni minuta e insignificante, mi si siede di fronte. Mentre sto per dare la prima mano di burro, sorride prendendomi alla sprovvista: “Bon jour, ça va?” Mi dicono 2 trecce bionde con una dolcezza che non meritavo. I was blown away: fu come se qualcuno mi avesse segnato un rigore da un’altra galassia… Vidi in quel buongiorno il centro della via lattea, sistole e diastole, Carl lewis che sfondava i duecento, il riflesso del lupo di Gubbio negli occhi di Francesco. Mi commossi profondamente: quella ragazzina non aveva detto buongiorno, era lei stessa il mio buon giorno, era la garanzia del mio buon giorno, l’assegno circolare di una giornata che sarebbe andata in porto. Capii dunque come tutti i buongiorno romani fossero stati evirati sia del giorno che del buon. Di come l’augurio per eccellenza, per pigrizia, si fosse assentato da sé sesso. La parola si era smagnetizzata dal suo significato, aveva fatto una crociera nei Caraibi e aveva lasciato il significato a casa a fare la maglia. Un po’ come la mano che ti si struscia sulla testa ma non espelle carezze perché il pensiero sgranchisce altrove i suoi neuroni. Tornai a Roma stupito e provai quel nuovo buongiorno senza che nessuno se ne accorgesse. Cercai di riallinearlo al suo significato senza farlo partire più dalle retrovie di una mia distrazione. Ma il significato si era ormai squantizzato dal termine e un mio buongiorno poteva dire qualsiasi cosa: ci volle del tempo prima che quella parola tornasse a significare tutto.

4. La spiegazione di Rio  Fu però a Rio de Janeiro, lo stesso anno a casa di mio padre, che capii definitivamente come stavano le cose. Era mattino, mi trovavo nel mezzo della mia permanenza in Brasile, quando si iniziano a fare i conti col pensiero del ritorno ma si spera  ancora che  l’incontro della seconda settimana, coltivato bene nella terza, possa sbocciare clamorosamente nella quarta. Quell’eccitazione da sabato del villaggio si agitò nello stagno delle mie memorie facendo riaffiorare un pensiero sepolto. “Sai papà, sin da bambino mi è sempre sembrato che i negozianti di via dei Pennacchi si ritraessero al nostro passaggio, come se avessero paura, non so, di essere obbligati a salutarci. Mi sembra proprio che a Roma la gente faccia fatica a dirti buongiorno. Ma perché?” Dall’altro lato della stanza, seduto su un divano di bambù, fiotti di sole alle spalle, in epica controluce, mio padre mi guardò sorridente con un caffellatte enorme tra le mani e disse.

“Gli eletti salutano per primi”.

(Anthony Steffen)

Manuel de Teffé

P.S. QUESTO ARTICOLO E’ DEDICATO ALLA MIA AMICA ANGELIKA, CHE TORNATA DALL’AFRICA, DOPO UN ESTENUANTE LAVORO NEI CAMPI PROFUGHI KENIOTI, SI DOMANDA DEL PERCHE’ QUI SI FACCIA COSI’ FATICA A SCAMBIARSI UN SEMPLICE BUONGIORNO.

Il crepuscolo degli intrallazzi: prove generali di terza repubblica – “Da una società feudale a un’economia di relazione” – VI parte

Se la Prima Repubblica ha avuto come marchio di fabbrica la liturgia del sussurro in reazione a un ventennio autoritario, la Seconda una platealità esasperata per affrancarsi da tergiversanti fruscii, ed entrambe l’inciucio trasformista come minimo comun denominatore, la Terza Repubblica ha già battutto il gong alla Leopolda di Firenze venerdì scorso dove, in una maratona di tre giorni, un centinaio di persone di varie età ed estrazioni si sono alternate su un ” very cosy stage”, proponendo ognuna e per 5 minuti, SOLUZIONI ai problemi generati da questi due mostri. La manifestazione-evento è stata battezzata Big Bang, bing banger il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che non maledirò con l’aggettivo giovane perché sul termine “IGIOVANI” ho già lanciato un’OPA.

Per la prima volta nella storia politica italiana e, sospetto anche mondiale, un evento poco politically correct e molto politically normal ha basato la sua strategia su un’economia di relazione avanzata e trasversale: si seguiva in streaming su una pagina web, mentre su altre due si poteva partecipare Cinguettando o commentando Faccialibro. Tutte le soluzioni proposte sono state poi riassunte in 100 punti, non dogmatici ma suscettibili a modifiche, un semplice promemoria generale messo lì su internet, che tra i pettegolezzi di Yahoo, gli  al lupo al lupo di blogger cospirazionisti e le autocondivisioni in bacheca dei pensieri a salve di Coelho, come si dice a Roma, ci stanno tutti.

Magari qualcuno ha già detto le stesse cose, magari qualcuno sta dicendo le stesse cose, magari questi punti sono la scoperta dell’acqua calda, sempliciotti, retorici e stucchevoli come gli oratori che gli hanno sparati.  Ma sfugge la novità: questi punti sono stati scritti e adesso hanno un posto, sono visibili e trasparenti, issati in alto come una bandiera bianca sul campo di battaglia. Non sono diventati un libro e non si sono ancora rinchiusi nell’opuscolo del programma di partito. Stanno lì pieni di refusi e ridondanze, ma ci stanno. E la parola scritta, messa in alto su un punto visibile, in modo ordinato e permanente, crea un certo fascino, provoca una certa esistenza. Ti osserva. E per le mirabolanti leggi della fisica quantistica, influenza l’osservato.

Ma questo sfugge ai più e, “Arte di avere ragione” di Shopenauer alla mano, si preferisce ballare il TIP TAP davanti alla storia e buttarla in caciara, sminuire e affermare: è già stato detto. Ma è stato già proposto. Si vabbè, ma lo abbiamo già sentito.

La sensazione generale  è invece che la politica sia uscita dopo 70 anni dal feudo dei professionisti della politica, che si stia facendo un picnic a piedi nudi nel parco guardandosi attorno per vedere a chi passare la palla, che dopo i tempi dell’ autorità, il regno dei sussurri e i numeri da one man show, adesso, come direbbe il mio amico Federico, senta il momento di giocare in scioltezza. Mia madre era sì indignada, perché di padre spagnolo, crocerossina volontaria durante il terremoto nel Belice, ma durante l’indignamento operava soluzioni…E tutta l’indignazione del mondo ( sparì una quantita ingente di denaro mandato in soccorso ) non le impedì di spostare quelle pietre. Come dire, il suo indignamento era direttamente proporzionale al suo intervento chirurgico in loco, alle soluzioni che metteva in campo.

Lo sbaglio clamoroso,  è invece  una certa traiettoria giornalistica a commento dei fatti di questi anni, che ultimamente sta commettendo la stessa svista. Per un’aberrante concezione delle regole di mercato, non si commenta più il fatto in sé stesso e le sue conseguenze, ma la percentuale di consensi di chi ha fatto avvenire il fatto. Si è spostato l’occhio di bue dalla guerra in Irak al consenso interno di Blair e Bush, dalle conseguenze degli errori del primo ministro al consenso del primo ministro che cresce o cala, dall’uccisione di Gheddafi ai consensi che ne trarrà Obama sull’elettorato americano in preparazione alla seconda candidatura presidenziale; sintetizzando: dallo studio degli effetti sulla società di uno scandalo, misfatto o atto eroico, si è passati all’analisi dell’effetto che esso genererà sull’opinione pubblica nei confronti del suo protagonista …….Non è diabolico? Come dire: LA MISURAZIONE DEL CONSENSO ALTRUI HA SOSTITUITO LA TRAIETTORIA DELLA STORIOGRAFIA.

Ergo: dal Big Bang della Leopolda quanti consensi avrà Renzi? Proposta:  E se invece impiegassimo il tempo che utilizziamo come detrattori o incensatori dei politici di turno per mettere invece in campo una strategia di soluzioni e di confronto delle soluzioni? Se ogni giornale dedicasse una pagina permanente di soluzioni per l’Italia? Una pagina che stesse lì, sempre presente, perchè ormai i problemi sono veramente troppi e non ce li ricordiamo più?  ITALIAN SOLUTIONS FOR DUMMIES? Non solo denunce ma soluzioni pragmatiche. Una Get Things Done cartacea.

Hai 5 minuti, elenca cosa non ti va e abbozza una soluzione, ma  levati perfavore il cappio dell’originalità a tutti i costi.

Ecco i miei punti in ordine sparso, banali e insulsi, non si arrogano la missione di salvare la patria, ma è ciò che mi viene in mente adesso.

1) Si spalanca una srl con 500 euro, via il dazio ai notai. 2) Treno Roma-Milano seconda classe 45 euro invece che i surreali 90 iuri 3) La panca di ferro bianco alle fermate d’autobus a Roma è una beffa, esula dall’anatomia terrestre: allunghiamola e rendiamola in grado di far sedere la gente. Lo so, è un punto idiota, ma provate ad andare a Roma a sedervi al freddo su 10 centimetri e ditemi se anche questo non denuncia assenza di relazione tra il cittadino e il gestore della cittadinanza 4) Ridimensionamento del business delle multe alle macchine: non è possibile che a 30 secondi da un’infrazione il tuo tergicristallo partorisca il foglio della tua punizione.  5) Il bagno alle stazioni costa un euro, chi avrebbe mai pagato lire 2000 per …

Come siamo arrivati a tutto ciò? Iniziamo a dare soluzioni a una nazione immobilizzata e mettiamole bene in vista, scambiamocele velocemente come le figurine, di modo che la soluzione migliore prenda il posto, a un certo punto, di quella meno buona. What’s your take?

In scioltezza.

Manuel de Teffé