Su Bla Bla Car con quattro narcotrafficanti (Storia vera di un viaggio terribile)

Paper.Quaderno.41Il  terrore si manifestò sotto forma di notifica al 30° chilometro dell’autostrada Colonia-Brussels quando, dentro una Ford Transit nero spettrale in compagnia di  quattro businessmen congolesi,  la mia nuova app “Bla Bla Car” mi avvertì dell’arrivo di un messaggio. Mi allungai con sospetto verso l’iphone 4S senza farmi notare dai miei silenti compagni di viaggio e rilessi tre volte ciò che polverizzò ogni forma di vita conosciuta dentro di me.

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?”

In quel momento,  il van dodici posti uscì dall’autostrada per entrare in una cittadina non segnata sul tragitto, ed io capii in tragicomica successione:

  1. di essere sulla macchina giusta e sbagliata allo stesso tempo,
  2. tra narcotrafficanti,
  3. pronti a uno scambio merci.

Passai in  rassegna le decisioni e i presagi del giorno prima come un moribondo 1 minuto prima di passare al Creatore: il problema non era dove fossi, ma con CHI. Ero o non ero salito sulla macchina indicatami dall’app? I pensieri mi si scandirono in mente come un poderoso coro da stadio.  Ford. Transit. Nera. Ford. Transit. Nera. Ford. Ford. Nera. Dodici. Nera. Transit. Transit. Transit. 

Sic Transit Gloria Mundi: combaciava tutto e stavo diventando pazzo.                            Poi l’illuminazione fremebonda: avevo preso il posto di un corriere di droga e fuori Colonia si sarebbe verificata una consegna di droghe. 

“Manuel, ti stiamo aspettando da 15 minuti. Dove sei?” 

Da sempre restio a usare servizi cheap su app dall’onomatopea ruffiana,  dopo aver confrontato tutti i prezzi ferroviari Colonia-Brussells con quelli del nuovo servizio appena nato dal nome troppo innocuo di “Bla Bla Car”, il giorno prima avevo deciso di mettere in stand by la parte più  anacronistica della mia diffidenza, lisciare il pelo a quella più saggia  e  prenotarmi per soli 25 euro un viaggio con altri 4 passeggeri sconosciuti.  ” Del resto anche Cameron prende la metro a Londra.” Pensai  davanti al monolitico  risparmio di 100 euro, quando una raffica di vento improvviso inginocchiò quattro alberelli di Goethestrasse acquarellandomi un presagio al quale non volli dar retta.

Quel Ford Transit Nero 12 posti era posteggiato come Charles mi aveva scritto in un messaggio su Bla Bla Car: esattamente dietro alla stazione di Colonia,  in fondo a sinistra dietro un pilone, ed io esattamente alle 15:45, in anticipo di un quarto d’ora sull’orario prefissato, lo intravidi appena uscito sul retro della Banhof. Ma tempo di mettere a fuoco Ford, Transit e Nero, che  il sangue mi si ghiacciò nelle vene, le vene si ghiacciarono nelle mani e la mia vile valigia azzurra si smaterializzò  andando a ballare la Samba in un interstizio quantico sconosciuto: quelli che indubbiamente dovevano essere 4 campioni di basket della nazionale congolese, mi stavano aspettando in abiti arancione fru fru, fumandosi i cannoni di navarone con piglio enigmatico.

Ritornai subito sui miei passi, deciso a dare una solenne buca ai  quattro Gulliver, quando decidi di scendere nell’area 51 della mia coscienza per porgere i miei omaggi al politicamente corretto e verificare che non ci fossero ombre di razzismo. Siccome c’erano solo dei Ferrero Rocher scaduti,  mi convinsi che potevo anche andare via senza sentirmi in colpa. M mi aspettava a Brussells Alexander Stolberg, un mio amico tedesco col quale non si scherza, e col quale dovevo parlare di faccende lavorative di vitale importanza. Decisi dunque di Bla-Bla rischiare.

Con un movimento impercettibile del sopracciglio sinistro richiamai la valigia dal secondo anello di Saturno e caricai di falcata, affrontando la distanza che mi separava dai fumanti campioni di basket con  grinta pittoresca. Con un sorriso improbabile mi presentai al giocatore più vicino. “Ciao, sono Manuel”. “Bonjour Manuel. On peut partir.” Incalzò in francese il buon Charles togliendomi la valigia dalle mani e deponendola nel bagagliaio. Di scatto, gli altri 3 giganti fecero volare in aria le rispettive cicche e salirono sul Transit. Che coordinazione, notai con vile sospetto Made in Italy.

Dopo 30 minuti di mistico silenzio, sull’autostrada per Brussels, con quei quattro che stavano più muti di Checco Cattaneo in terza media, ricevetti  una notifica da Bla bla Car. Ma notifica di chi se chi che stava guidando non aveva mai toccato il cellulare? Ciò che lessi sul display mi fece quasi infartare: “Manuel, dove sei? Ti aspettiamo da 15 minuti”. Col cuore fermo e Alzheimer che imbastiva le prove generali sulla mano destra, digitai immediatamente: ” Sul tuo Ford Transit nero, come d’accordo!”

“Ma non è possibile!” Rispose il Charles vero. ” “Io sto dietro alla stazione e ti stiamo aspettando!!!”

Ecco il testo trascritto in italiano prima che il conte Stolberg mi fece cancellare l’app.

Manuel: E io sono proprio sul Transit nero Ford che mi hai indicato!!”

Chalres: Mi hai fatto perdere 25 euro! Sei appena iscritto e mi dai buca! 

Manuel:  Stai calmo: sono sul Transiti nero 12 posti Ford! E Non so neanche dove sto andando e con chi!

Charles: Ma che stai dicendo se ti stiamo aspettando tutti!

Manuel: !!!! Sono chiaramente su un altro Ford nero!  Avverti Bla Bla Car, che potrebbe pure essere pericoloso…

Charles: Come hai fatto a sbagliare macchina? Comunque i 25 me li darai. Adesso ti segnalo i a Bla Bla car… Sto perdendo un sacco di tempo!

Manuel: Ascolta, credimi! Sono salito esattamente sul Transit che mi hai descritto, appena ci fermiamo  ti faccio una foto e te la mando. Non posso parlare perchè é pericoloso. Magari avverti la polizia.

Charles: Certo! E ti faccio pure una recensione che ti farà passare la voglia. Ma i 25 euro me li darai! 

Bla Bla etc.

Smisi di chattare, mostrare quella foga digitale era pericoloso, stavo sudando le sette camice ma non potevo agitarmi per non dare nell’occhio. La Transit era uscita dall’autostrada e si avventurava in una cittadina sconosciuta. Nessuno fiatava, era una tappa della quale io non ero a conoscenza e credetti dovesse essere arrivato il momento dello scambio merci, il momento in cui avrebbero scoperto che non ero il vero corriere e  avrei tirato le cuoia. Mentre il cuore iniziò a inviare segnali Morse in tutto il creato e mi raccomandai a tutti i Santi presenti e futuri, il pensiero di  finire accoppato in una mefitica cittadina fuori Colonia da quattro narcotrafficanti della Repubblica Democratica del Congo mi recava un leggero fastidio: io in Congo c’ero stato in missione umanitaria e avevo pure girato un documentario. Li avevo aiutati.

La macchina si fermò vicino a un caseggiato orrendo,  salì sul Transit un altro uomo africano senza espressione, un po’ rachitico, baffetti e simil-rayban coatti, con una ventiquattrore di pelle nera. Si mise davanti, bofonchiò qualcosa a quello che sarebbe dovuto essere Charles (e che continuo a chiamare Charles per convenzione) e mi scrutò dallo specchietto retrovisore con un certo disprezzo.

Zitti, muti, irreali, nessuno disse una parola per un’ altra buona mezz’ora di viaggio. Mentre il Charles vero mi tempestava di messaggi minatori sull’app di Bla Bla Car e non credeva alla mia versione dei fatti, io pensavo al corriere di droga del quale dovevo aver preso il posto sulla Transit Nera: lo Stato Maggiore della Sfiga mi aveva teso un trappolone da niente, ma io  speravo ancora di farcela e architettavo piani per evaporare da qualche parte prima che scoprissero che nel mio trolley non c’era ciò che avrei dovuto consegnare a non so quale arrivo.

Ricapitolando: ero su una Transit nera con 5 neri di cui, un’ autista grassottello sui 50 alla guida, un tizio sui 30 mezzo rachitico, tre giganti simili nei lineamenti e di età indecifrabili, tutti vesiti di casacche arancioni e disposti così; uno accanto a me nello scomparto di mezzo e due dietro. Charles, lo smilzo e gli arancioni. Muti come meduse.

Dopo altri 45 minuti di silenzio apocalittico inframmezzato dagli sguardi sospettosi di Charles che mi arpionavano dallo specchietto retrovisore, decisi di giocarmi la “carta bagno”. Charles confabulò in francese incomprensibile qualcosa con lo smilzo, poi mi guardò e annuì senza dir nulla. 

Dopo qualche chilometro la Ford uscì finalmente su un'”autogrill”, lo smilzo mi aprì lo sportellone ed uscimmo tutti. “Seulement cinq minutes!” Ringhiò Charles da dietro di noi. Tutto quello che si svolse dopo e che durò esattamente 5 minuti, dentro di me acquisì il valore di una “temporada” di novanta anni. Lo smilzo e gli arancioni mi stavano sempre alle costole ed io non trovavo quel frangente decisivo in cui mi sarei potuto dileguare tra la folla senza essere notato. Anche quando andai al bagno mi seguirono tutti. Avrei potuto urlare ma, ovunque mi muovessi, mi sembrava di camminare dentro  un orribile perimetro umano semovente, sempre controllato e scrutato.

Ritornai in macchina con la coda tra le gambe, mi sedetti e passai in rassegna tutti i momenti più belli della mia vita. Si era notato che volevo fuggire? Sperai di no. Poi, decisi di rompere il ghiaccio e mi profusi in una captatio benevolentiae sotto steroidi parlando in francese  della bellezza dell’Italia e di come conobbi l’Africa quando girai quel documentario a Kinshasa, durante la guerra del 2000, e di quando mi misero in prigione per un giorno con la mia crew per aver girato vicino la villa del dittatore Kabila senza permessi.  L’autista mi disse finalmente qualcosa, ma non capii… Un’ ennesima notifica vessatoria del Charles vero, mi avvertiva che ero stato segnalato a Bla Bla Car per farmi radiare dall’albo.

Arrivammo a Brussells. Il Charles falso inchiodò la macchina in un area non precisata della città ed aprì con violenza lo sportellone. Deglutii. “L’italiano scende qui!” Sentenziò mentre stavo per svenire. “Non hai forse una valigia da prendere?” “Forse, certo! Sicuro.” Mi impappinai andando a prendere la valigia con le caviglie che vibravano come un diapason. Gli arancioni mi guardavano con curiosità, io annegato in un mare di sudore, i ghigni dello smilzo da dietro i rayban. Agguantai  il trolley con la cosapevolezza che da un momento all’altro avrei intravisto una pistola.  “E adesso?” Chiesi pallido a Charles col trolley in mano. “Adesso che? Adesso, vai dove vuoi. Da qui sei vicino a tutto. Sono 25 euro.” “Cosa?” Gemetti capendo tutto in un nanosecondo e buttandola in caciara per uscirne alla grande. “Solo? Mi aspettavo di più…” Sorrisi con incertezza. “Se vuoi pagare di più fai pure!” Continuò Charles ridendo… “Ma Colonia-Brussells sono 25 euro da anni.  Accetto mance però! Del resto hai viaggiato in pace, no? É la mia regola sulla mia macchina”.

Ero  salito su un taxi abusivo che faceva la spola Colonia-Brussel, identico alla descrizione dell’automobile fornita dal Charles di Bla Bla car! Avevo fatto un terno al lotto al contrario… Pagai felicemente le 25 euro al tassinaro congolese e mentre un colorito umano si riappropriava del mio viso, il Ford Transit nero ripartì con quelli che pensavo fossero cinque narcotrafficanti terribili. Mi trovavo nella periferia  sconosciuta di Brussels che ben presto riconobbi grazie a Google maps. E anche lì mi sbagliavo, non era l’outskirt ma stavo vicino alla stazione centrale, pure vicino al mio hotel! E fu così che Il 20 Aprile del 2015, alle 19 e rotte di sera, divenni il recordman mondiale di granchi presi in un solo giorno per chilomentro stradale!

Raggiusi l’albergo vicino la stazione centrale, feci il check in e mi misi ad aspettare nel salotto all’entrata, perché il mio amico Alexander stava già arrivando per il nostro summit.

“Ciao Manuel! Cos’hai? Sei bianco cadavere.” Mi sferzò Alex con una vigorosa stretta di mano. Con un filo di voce, raccontai la storia della mia disavventura su Bla Bla Car raccontando del Charles al quale avevo dato buca involontaria e di quelli che pensavo fossero una banda africana di narcos. “Manuel, questa storia è pazzesca. Dammi il cellulare. Fammi leggere i messaggi.” Alexander lesse attentamente lo scambio epistolare con lo sconosciuto di Colonia e  all’inizio rise per l’assurdità della situazione ma poi si fece buio in viso, aguzzò gli occhi e dopo un lasso di silenzio calcolatore mi scaraventò addosso un’ intuizione formidabile. “Secondo me ti è andata bene, da come ti risponde e minaccia questo Charles del cavolo, si capisce che questo è uno psicopatico. Hai sbagliato la macchina giusta.” 

Gelai. Forse Alexander aveva  ragione,  forse mi sarebbe andata peggio se avessi preso il Transit giusto. Dunque non era la sfiga ma ad avermi giocato un tiro mancino ma era stata la provvidenza che mi aveva salvato in corner? Capacissimo.

“A te piace sperimentare queste tecnologie plebee. Lo so. Ci si sposta o in treno o in aereo, ricordalo. E’ terribile tutto ciò. Cancella subito quest’app.”  Ingiunse lapidario il conte Stolberg mentre io continuavo a scalare a mani nude le vette della mia immaginazione. Un sorriso di gratitudine illimitata mi emerse dalle labbra e illuminò tutta  la reception. Il tempo di quattro screenshot per immortalare quei messaggi e…

Bla Bla off.

P.S.

Ho ricaricato l’app dopo 5 anni, qualche settimana fa, e forse un giorno risbaglierò giustamente car.

ALL RIGHTS RESERVED.

Manuel de Teffé

Su Bla Bla Car con Quattro Narcos

 

 

 

W Django – new release

8f47f7e65b4e824063b5c773e8643853Sto lavorando con la Artus film a una release speciale di “W Django”, film del 1968 di Edoardo Mulargia, con Anthony Steffen/Antonio de Teffé.

Il Blu Ray conterrà anche un libro biografia su mio padre con una mia intervista nella quale ricostruisco alcune aneddotiche che interesseranno gli appassionati. Un progetto molto emozionante che conterrà anche una sorpresa speciale… Molto speciale…

Manuel de Teffé

 

“Risen” stasera su RAIUNO alle 21:25

Stasera su RAIUNO Premiere italina di “Risen”, il film della Sony con Joseph Fiennes, al quale ho lavorato durante il lancio italiano di qualche anno fa. Questo film ha un pregio tecnico particolare, oltre alla subject matter pasquale, e cioè quello di avere ricostruito con grande attenzione, scene militari romane come nessun altra pellicola ha precedentemente fatto. Buona visione!

Manuel de Teffé e Joseph Fiennes
Manuel de Teffé and Joseph Fiennes during the launch of “Risen” in Rome

 

Le Filastrocche della Nera Luce, un’opera di Giuseppe Manfridi con 30 mie tavole

La prossima settimana esce “Filastrocche della Nera Luce” (cronache dalla Shoah) un’opera di Giuseppe Manfridi che mette in campo, entrando in punta di piedi nella storia altrui, memorie sparse di quella che è stata la tragedia dell’olocausto. L’autore mi chiesto di accompagnare queste “filastrocche” con delle mie tavole… Dopo un iniziale diniego, avendo vissuto in Germania e aver toccato con mano certe atmosfere, ho invece iniziato a disegnare, prendendo tematicamente il “momento letterario” che mi colpiva di più di filastrocca in filastrocca. Edito da “La mongolfiera”, debutta al Piccolo del Teatro Eliseo il 29 Gennaio Con Manuele Morgese, Fabrizio Bosso (tromba), Julian Oliver Mazzariello (pianoforte).

Manuel de Teffé

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LE 4 COSE che mi hanno colpito di Roma da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato.

IMG_6380.JPG4 sono le cose che mi hanno più colpito da quando 2 anni e mezzo fa sono tornato a Roma.

1) Il rumore dei trolley sui sanpietrini 
Mezza Roma negli ultimi 7 anni si è data al bed&breakfast e questo rantolo ipertrofico di rotelline a ogni ora nel centro storico è stato per me un rumore nuovo: DRRRR DRRRR DRRRR DRRRR
Da non confondere col DRRRRRRRRRRR DRRRRRRRRRRR di matrice coreana. (Sì, mi piace fare questi studi filomanologici)

2) Il perchécomunque come rimpiazzo loffio del perché
É surreale perché è come parlare giustificandosi a raggera. Si mettono le mani avanti, indebolisce il discorso, because anyway. Me lo sconsiglio vivamente.

3) Il “Leggermente”
Non dimenticherò mai questo momento di acomunicazione sublime. Chiesi un’acqua da Castroni e il tizio dall’altro lato del bancone mi domandò solenne “Leggermente?” Sprofondai in un silenzio deduttorio avanzando mentalmente un ventaglio di ipotesi rarefatte. “No, ne ho proprio desiderio. Ho molta sete.” Ma lui insistì: “leggermente?” Ed io quasi spazientito: “Ma leggermente chi, che cosa?”
“Leggermente frizzante!”
“Ah! OK! Va bene.”
Pensai fosse un caso isolato ma mi accorsi ben presto che il frizzante era stato ovunque leggermente abbandonato.
Per dispetto, quando adesso chiedo un’acqua, esclamo: “gorgogliante”. E aspetto di nascosto l’effetto che fa.

4) Il buongiorno
E’ adesso incredibilmente sulla bocca di tutti. Passo a Borgo o a Piazza Navona e i ristoratori sbuongiornano come se non ci fosse un domani con gli occhi fissi nel vuoto.

Perchècomunque a Roma ogni giorno che passa il buongiorno è leggermente più DRRRR

Manuel de Teffé

La storia (vera) del “primo sì”

Verso i 16 anni, prossimo al mio ingresso in società, ricevetti il seguente insegnamento materno, rimasto igneo nella mia mente fino ad oggi, per la semplicità misteriosa con la quale mi interpellava.
Più o meno, queste furono le sue parole:

“Manuel, ricorda che il primo invito che accetti per una festa, cena, evento, a inizio settimana, sarà quello a cui andrai. Qualora ne ricevessi (secondo te) di migliori, tu resta fedele al primo sì. Guardati sempre dall’accettare i successivi inviti.

Questo insegnamento di mia madre mi ha sempre portato avanti e alleggia tuttora nelle mie orecchie. Il primo sì è un sensazionale alleato di vita, un fendente di prua che ti porta al di là della meta. Sempre

Manuel de Teffé

“L’attore assoluto”

42227749_10161140145115722_27299460673437696_nIl 15 Ottobre inizia”L’attore assoluto”, uno stage intensivo di alta formazione rivolto agli attori. Sono stato chiamato ad insegnare il mio corso universitario “Storia e tecnica del montaggio cinematografico. Da “La madre” di Pudovkin a “Toy Story” della Pixar. Crash course ovviamente finalizzato agli attori per via degli esercizi filmati che andremo a fare. Nel corpo docente Claudio Boccaccini, Lorenzo Macrì, Giuseppe Manfridi e Siddartha Prestinari. 300 le ore di training. Consigliato vivamente agli attori che gia hanno una preparazione accademica alle spalle. Nella locandina le info di contatto.

La storia (vera) dello dello spray magico e del divano invisibile.

dreams.metroeve_spray-dreams-meaningQualche anno fa, alla presenza di numerosi testimoni oculari mi sono cimentato in un numero ai limiti delle possibilità umane: HO FATTO SPARIRE UN DIVANO LETTO nella grande sala di “Poltrone e Sofà, a Roma, un esercizio di prestidigitazione quantica che ho improvvisato con la freddezza dei grandi professionisti e che ha dato i seguenti fulminei risultati: 1) la reverenza permanente del padrone del centro commerciale, 2) le risa convulse delle venditrici romane, 3) l’elezione definitiva a “questo è davvero il mio papà” di mia figlia. In un accesso di generosità estiva ho deciso di rivelare il modo in cui resi invisibile quel divano gigante, affinché anche voi, vessati da cerimoniosi venditori, ne possiate venire a capo a testa alta eseguendo con catartica nonchalance il numero che sto per svelare.

“Come far sparire un divano sotto gli occhi di tutti”.

Entrato col proposito di comprare un divano letto nel tempio dei divani, tenendo per mano due piccole trecce rosse profumate, fui immediatamente affiancato con prosopopea asfittica da una marketer senza espressione che iniziò ad enumerare pregi e caratteristiche di ogni cosa lambita dal mio sguardo, fino a profondersi in un poema apologetico non appena intuì che avevo individuato, insieme a mia figlia, l’unica cosa che avrei potuto per eleggere ad acquisto.

La venditrice, marcatrice a uomo dalla loquacità urticante, mi mise subito alle corde con un ossequioso sconto ad personam, una consegna lampo in tre giorni, e l’omaggio di un cuscino di un velluto rosso extra large. Meditabondo, stavo assorto nella visualizzazione di quel comodissimo divano posizionandolo idealmente in differenti punti della casa… ma le mie congetture andarono in fumo quando ricevetti un uppercut al buon senso che suonò più o meno così: “Signore, questo divano letto è l’ultimo”.

“L’ultimo”.

Ecco, di solito, quando mi appresto a comprare qualcosa e sento che è l’ultima cosa rimasta, questo infantile senso di pressione inflittomi non accelera mai la mia decisione in merito, ma la cristallizza alle calende greche. “Sa, è l’ultimo, questi volano via come il pane”. Rincarò la commessa. “Guardi, ci vorrei pensare un po'” Risposi stanco. “Mi faccio un giro e ci penso un attimo”. “Ma signore, vedo che anche a sua figlia piace molto, questo è davvero l’ultimo pezzo… questo quando ritorna non lo troverà più: è l’ultimo”.

Ero seduto su quel divano letto come tutti i Rocky al penultimo round, a testa bassa, con accanto la mia piccola di sette anni, subendo gli affondi implacabili di un androide biondo dalle frasi fatte. “Signore, mi creda, i prossimi che lo vedranno se lo porteranno via. Non è vero Elisa?” Si accostò alla prima donna un’altra ancora più solerte nel corroborarne le tesi, mentre io continuavo a subire tutta l’ultimità di quel divano. Fu in quel momento in cui spinsi in avanti la mia piccola seduta vicino, come per invitarla ad alzarsi e a lasciarmi solo nella lotta, volsi lo sguardo verso la signora e sorridendole un sorriso inutile mi avventurai in un: “Non si preoccupi. Questo divano letto non lo vedrà nessuno”. Questa, fu più o meno la frase che mi sentii dire sovrappensiero, una frase piombata come assist inaspettato dalle retrovie della mia fantasia.

Le commesse bofonchiarono convenevoli di disappunto, mentre io mi ergevo spiegando il mio metro e novanta con vigile parsimonia, così da poter prendere tempo ed escogitare qualcosa per mandare in gol la misteriosa sortita. Guardai mia figlia a qualche metro di distanza e rovistai nella sua immaginazione, quando fui accoltellato da un successivo “Questo divano se lo compreranno subito”. Vidi allora la mia mano infilarsi dentro la giacca e uscirne con un niente che mostrai con virile sicurezza alle signore. “Non si preoccupi… Vedete, questo che ho in mano è uno spray speciale, è magico. Se lo spruzzo le cose diventano invisibili. Lo porto sempre con me per queste occasioni. Adesso lo irroro su questo divano così lo farò sparire per un po’ e nessuno lo vedrà più. Tssss…Tsss…Tsss…” Iniziai dunque a spruzzare con metodo lo spray magico su tutto il perimetro del divano, premendo a intervalli regolari il dito indice su un pulsante immaginario. “Tsss… Tsss… Tsss…” La prima commessa, in un primo tempo attonita, fu subito presa da un risolino convulso al quale si unì presto anche la seconda collega che mi scrutava con interesse. Andai avanti serissimo per 10 secondi senza guardare nessuno, il tempo che mi ci volle per passare lo spray su tutto il perimetro del divano letto. Mia figlia irradiava gioia orgogliosa. Quindi lanciai alle donne l’occhiata della complicità definitiva . “Ecco, adesso il divano è invisibile, non lo vedrà nessuno e nessuno lo potrà più comprare. No worries.”Poi, cercando la sponda di mia figlia di sette anni: “Tu lo vedi, amore?” La piccola fu presa in contropiede ma fece un micidiale canestro che spiazzò tutti, me per primo. “No papà. Non vendo niente.” Sancì con purezza inappellabile facendomi saltare dall’orgoglio tutti i bottoni dalle asole.

Figlissima.

Salutai le signore invitandole ancora a non preoccuparsi: il loro ultimo divano era sparito e, sottratto allo sguardo dei successivi avventori, ne avrei potuto meditare l’acquisto in santa pace nei giorni successivi. Mi smarcai dunque dalle venditrici lasciandomi alle spalle quel catafalco che non avrei mai comprato e la tristezza di logore tecniche di appioppo, quando fui richiamato sull’uscio da un’ imperiosa voce maschile. “Mi scusi, l’invisibilità quanto dura?” Mi bloccai timoroso. “Due settimane papà. Dì due settimane.” Sussurrò mia figlia divertitissima tirandomi per un braccio. Mi voltai, a metà del negozio il padrone del locale con accanto le commesse, aspettava una risposta come uno 007 tra le sue girls. “Circa 2 settimane”. Riferii con precisione.

Mentre attraversavo la strada e intuivo tutti pensieri dello stato maggiore di “Poltrone e sofà” al quale avevo fatto saltare in aria l’arsenale di tecniche marketing anteguerra col mio spray invisibile, notai che mia figlia mi stava guardando con un’ ammirazione nuova.
Allungai il passo felice, mentre sull’altro lato del marciapiede, dietro un’altra vetrina, stavo già adocchiando uno splendido divano bianco. “Se è l’ultimo, faccio sparire anche questo.” Pensai tra me e me incedendo vittorioso. In quella splendida giornata invernale avrei reso invisibili altri 3 divani letto in 3 negozi differenti gettando nel panico mezza via Gregorio VII.

Negli anni successivi ho perfezionato e raffinato la “Tecnica dello spray invisibile” come una preziosa arte marziale da tramandare ai miei amici. Ecco, ora abbiate il coraggio di usare questo spray: ve lo regalo, usatelo con vigile parsimonia. È vostro: niente sarà più ultimo come prima.

P.S. Per chi fosse interessato, a Roma in questi giorni, in via Cola Di Rienzo, c’è un bellissimo completo di lino blu al piano inferiore di David Saddler. È invisibile.

Manuel de Teffé

La storia (vera) del giornale magico

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Lavoravo come direttore artistico in una nuova produzione vicino l’areoporto di Ciampino e ogni giorno prendevo il treno per raggiungerla, quasi sempre dopo aver comprato il mio giornale che puntualmente lasciavo sul sedile del frecciaspuntata prima dell’arrivo, tutto arruffato, affinché qualcun altro ne potesse godere la lettura. Quel giorno, finito di leggere il mio quotidiano, lo gettai come al solito sul sedile di fronte, tutto rigonfio di spiegazzamenti ignobili, e mi alzai per scendere, tronfio del fatto che qualche viaggiatore avrebbe trovato come sempre una lettura gratis. Passai in rassegna tutti i miei gratis scaraventati a gente sconosciuta e scesi modestamente felice. Ma quella mattina, colpita da una luce laterale, tutta quella cellulosa pullulante di inchiostri geniali mi si rivelò come massa accartocciata vagamente strafottente. Una certa bruttezza stava percuotendo la mia inaffidabile generosità mentre Il mio pensiero andò dritto al tizio/a che per leggerlo lo avrebbe dovuto prima inamidare e stirare per 10 minuti. Presi allora quel volume caotico tra le mani e nonostante il treno si stesse per fermare iniziai in tre botte a ridargli una forma sopportabile, poi una forma decente e, in lotta contro il tempo, provai anche a lavorare di fino riassestandolo in aspetto quasi primigenio. Quindi lo pressai con entrambe le mani sul sedile per stendere le più impertinenti rughe cartacee interne e mi gettai fuori dal treno. Mi sembrava di esser riuscito a ripiegare quel giornale battendo ogni record (come quando a scuola in tredici secondi trasformavo il serpentone in palla), e passai la giornata fiero di un atto sobriamente irrilevante. Ma fu il giorno dopo che compresi l’essenza fondamentale di quell’inutilità. Il giorno seguente arrivai infatti con un certo ritardo alla stazione Termini, all’edicola tutte le copie del mio quotidiano erano terminate e io salii sul treno come un cane bastonato. Iniziai mio malgrado un braccio di ferro con quel feroce disappunto quando, appena salito su un vagone immensamente vuoto, dopo una decina di passi, il mio occhio cadde su un sedile dove di sghembo c’era il mio giornale perfettamente piegato. Il mio giornale. Perfettamente piegato. Non ci potevo credere. Nessuno lo aveva ancora letto? Lo afferrai con una certa sorpresa… ma vidi che era il quotidiano del giorno, il mio quotidiano di quel giorno, piegato perfettamente, come stampato sullo stesso treno. Passai cinque buoni minuti con con quella carta sulle ginocchia e mentre la guardavo con stupore, ripercorrevo tutti i pensieri dal giorno prima fino a quel momento commosso: era indubbiamente un regalo per me. Fu allora che capii per sempre, senza possibilità di equivoci, che gratis non è abbastanza.

Manuel de Teffé

La storia (vera) della scheda magica

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20 anni fa feci un bagno di mezzanotte al Circeo con una scheda telefonica dimenticata in una tasca del costume. Il giorno dopo chiamai mio padre in Brasile da una cabina sulla strada di San Felice, molto teso, perché immaginavo che la scheda da 10 mila lire non funzionasse più per via dell’immersione di un’ora in acqua salata della sera prima. E invece, attonito, nonostante il passare dei minuti, mentre parlavo con papà notavo che sul display del telefono il credito restava bloccato a 8 mila lire. Di solito chiamando Rio i soldi andavano giù a cascata, ma dopo 5-10-15-20 minuti, sul display leggevo sempre 8: quella scheda si era come stabilizzata. Pensai divertito si potesse trattare di una combinazione chimica magica avvenuta verso la mezzanotte tra l’acqua salata, qualche liquido medusifero e la striscia magnetica della scheda colpita probabilmente anche dalla coda di un misterioso sonar lontano. Divertito da quel “miracolo tecnico”, una volta attaccato il telefono richiamai immediatamente mio padre per verificare quanto avevo immaginato. Mio padre rimase sorpreso da tanto affetto mentre io annaspavo tra racconti estemporanei senza rivelargli che per quella seconda telefonata lo stavo solo “usando” come cavia. Parlai per altri 10 minuti e la scritta che leggevo davanti a me restava sempre “8 mila lire”. Attaccai. Erano le due e mezza del pomeriggio, 40 i gradi all’ombra e nessuno ambiva ancora quella cabina bollente che stava evaporando con me dentro. Tremando per l’eccitazione, tirai subito fuori la mia piccola rubrica telefonica andando al nome di vari amici svedesi. Chiamai dunque Stoccolma, Londra, Madrid, e ancora Rio. Quella scheda rimaneva fissa a 8 mila lire mentre io parlavo incurante dell’asfissia che mi stava provocando un’ afa furibonda. La felicità: ebbi credito infinito per un mese dove praticamente vissi attaccato ai telefoni pubblici per recuperare amicizie lontane, cementarne di recenti, verificarne di nuove. La mia scheda magica durò 30 giorni, sempre amichevolmente bloccata a 8 mila lire: ho testimoni… Poi incredibilmente la persi. Ritornai dunque al Circeo qualche mese dopo ripetendo il bagno di notte con una nuova scheda telefonica in tasca. Ma questa volta il mare se ne accorse.
Manuel de Teffé