A great reminder. That’s pretty much it!
L’industria, poeticamente.
A great reminder. That’s pretty much it!
A great reminder. That’s pretty much it!
Invitato al festival cinematografico di Brussels dal produttore esecutivo Franz Esterházy per la visione di “Heute bin ich blond” o “La ragazza dalle nove parrucche”, mi preparo a vedere il film con uno stato d’animo ostinatamente impreciso. Questa la storia scartavetrata e distillata: quando l’esuberante ventunenne Sophie (Lisa Tomaschewsky) scopre di avere il cancro, dopo lo shock iniziale decide di prendere a ceffoni il suo dramma con originale verve. Il coccolone viene esorcizzato così: la ragazza, calva da chemioterapia, inizia a indossare 9 variopinte parrucche cambiando con esse personalità. Un’accorato marameo al cancro che a un certo punto si darà alla macchia, ma non per le parrucche: trattasi ovviamente di miracolo. La storia è tratta da una vicenda realmente accaduta all’olandese Sophie van der Stap, ragazza che vari anni fa viene colpita dal male, apre un blog per raccontare la sua battaglia e sentirsi meno sola, Il blog viene letto, le pubblicano un libro, il libro viene letto, ne fanno un film per la regia di Marc Rothemund. Menzione speciale ai brillanti produttori tedeschi Sven Burgemeister e Andreas Bareiss, iniziatori dell’intero progetto. Durante il ricevimento serale, la mia curiosità di regista sceneggiatore mi porta a parlare a lungo con la scrittrice van der Stap, e noto con mia grande sorpresa l’estrema somiglianza caratteriale con l’attrice del film. Mi viene la sindrome della “Rosa Purpurea”, entro nuovamente nella pellicola e ho le allucinazioni. Quando poi arriva la bravissima Lisa Tomaschewsky, non capisco più dove finisca una e inizi l’altra. Questo, l’estratto conto del dialogo tra me e Sophie mentre alcune persone piangono ancora dopo la visione.
Ogni libro è per me un ineffabile campo di battaglia: lo leggo con matita e risme di evidenziatori, lo riempio di post-it, umilio di orecchiette, lo chioso di una simbologia personale e altri folli codici crittografati di mia invenzione. Disegno 1 corona accanto a un concetto che mi garba, 2 corone se la trovata è notevole, 3 corone se la devo metabolizzare. Non sottolineo mai. Per questo, quando offerto, preferisco non prendere nessun libro in prestito, poiché non potendolo polverizzare secondo il “protocollo de Teffé”, sarei davvero incapace di leggerlo. Per questo (insert romantico estemporaneo), quando vidi quelle 3 corone gialle sul biglietto da visita di una bionda ragazza tedesca di Colonia, fu un inequivocabile invito a nozze.
Una menzione d’onore spetta ai libri del mestiere, i libri che esulano dal campo della narrativa ma narrano esperienze di uomini e donne che hanno abbracciato il nostro stesso campo di azione. Nel mio caso, lo spettacolo. Ai tempi dell’Accademia di Belle Arti, ricordo l’estremo squallore dei pomeriggi passati alla Feltrinelli al reparto cinetelevisivo. Di mese in mese cercavo tra i nuovi arrivi opere sul mestiere cinematografico che mi potessero illuminare e guidare, ma vi trovavo solo tomi insulsi e depistanti. I libri americani erano tecnici, belli, cristallini, “to the gist”; gli italiani menavano il can per l’aia analizzando le esperienze altrui con asfittica prosopopea semiotica.
Qualcosa aveva traviato lo spettacolo italiano che, snobbando il puro entertainment per assurgere a demiurgo della coscienza politica nazionale, non riusciva più a processare il sentimento semplice. I libri italiani sul cinema furono dunque per cinquant’anni una conseguenza di questo atteggiamento altezzoso, finendo con l’istillare nell’animo degli artisti nostrani un potente complesso di inferiorità nei confronti dell’intrattenimento per l’intrattenimento.
Fino all’arrivo di Amazon. Quando il colosso statunitense scese in campo, la mia sete di esperienze diede giri di pista alle frustrazioni accumulate nel tempo: comprati tutto. Dove tutto, significa tutto. Alla prima possibilità comprai 50 libri, da manuali di sceneggiatura, a quelli sulla direzione della fotografia, dalle tecniche di montaggio cinematografico a giganteschi manuali di produzione. La crema della crema della crema: ero troppo curioso di prendere parte alle vite artistiche dei miei colleghi oltreoceano. Mi arrivarono tre pacchi enormi e una telefonata. I pacchi enormi mi diedero noiosi problemi di dogana. La telefonata mi diede la morte civile per un mese.
“Pronto signor de Teffé? Buongiorno è la Visa. Abbiamo visto che qualcuno ha fatto a suo nome un’ordinazione di numerosi, troppi articoli su Amazon, cosa che in Italia non è mai accaduta. Abbiamo pensato di cautelarla bloccandole la carta.”
Mi inquietai a dovere con le basse sfere della Visa, ma in cuor mio fui felice di essere bloccato nelle mie logistiche, la morte civile dei trenta giorni che passarono fino al rilascio della nuova carta, mi consentì di andare all’assalto dei tre pacchi con spettacolare determinazione. Quest’ hobby si fortificò poi nel tempo fino a temprarmi nella presunzione di aver letto tutto, e nella triste consapevolezza che libri italiani di fattura simile a quella americana fossero pressoché inesistenti.
Fino all’arrivo di “Creatività al potere”.
Due settimane fa, leggendo “Creatività al potere” di Armando Fumagalli, docente di storia del cinema presso l’Università Cattolica, con mia somma gioia noto che:
1 Un italiano ha scritto il miglior libro esistente sul funzionamento dell’industria cinematografica.
2 Questo libro è una fucina di esperienze, psicologie, strategie e tattiche di mercato che nessun altro libro del genere esemplifica con simile autorevolezza.
3 “Creatività al potere”, se studiato bene, contiene i prodromi per la rinascita di un’intera industria italiana cinematografica.
E dal momento che in Italia ancora non abbiamo un’industria che si comporti da industria ma solo spavalde logiche ottuse autoreferenziali, qualsiasi persona abbia a che fare con i media o che desideri avere una radiografia perfetta dello stato delle cose nel campo cine-televisivo internazionale e peninsulare, dovrebbe leggere il libro.
Dopo aver dissertato su tutto, dove tutto significa ancora una volta tutto, Fumagalli ci spiega perchè dopo 100 anni di storia del cinema la più grande lezione sullo spettacolo provenga da una fabbrica di cartoni animati il cui unico vero Chief Executive Officer è la creatività: why Pixar docet and rules.
“Creatività al potere” di Armando Fumagalli, edito dalla Lindau: a mani basse, il miglior libro italiano sull’industria dello spettacolo. Visa permettendo, compratelo, regalatelo e APPLICATELO. Potere alla creatività.
Da oggi, il reparto Spettacolo della Feltrinelli ha più senso.
‘nuf said.
Manuel de Teffé
Rossella Falk. Attrice. Roma 10 novembre 1926 – Roma 5 maggio 2013
Ieri, nella Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, lo Sato maggiore del teatro italiano porgeva l’ultimo omaggio a Rossella Falk: Umberto Orsini, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Andrea Giordana, Gianfranco Jannuzzo, e tutte le persone più affezionate a Rossella insieme ai carissimi familiari. Io ero particolarmente commosso: è partita un’artista alla quale il mio inizio professionale è stato legato a doppio filo.
L’ansa del 5 Maggio recita così: È morta oggi a Roma Rossella Falk. Nata nella capitale 86 anni fa, attrice prediletta da Fellini e da Visconti, musa ispiratrice delle commedie di Giuseppe Patroni Griffi e di Diego Fabbri, compagna d’arte di Romolo Valli e Giorgo De Lullo, è stata una delle grandi signore del teatro, ricordata come «la Greta Garbo italiana».
Con Rossella iniziai a muovere i primi passi nel mondo dello spettaccolo al teatro Eliseo di Roma lavorando nel 1995 come suo assistente alla regia in “Anima Nera” di G. P. Griffi diretto dalla stessa Rossella, e nel 1996 in “Master Class con Maria Callas” di T. Mc Nally diretto da Patrick Guinand “diretto” a sua volta da Rossella. Catapultato dall’accademia di Belle Arti a teatro, ebbi la fortuna di poter cominciare a lavorare con una delle prime donne dello spettacolo italiano e un entourage indimenticabile. Per questa gavetta d’oro voglio ringraziare ancora Gianni Battista per la fiducia datami. L’aria artistica che respiravo era di altissimo livello e ricordo ogni giorno con una chiarezza e affetto estremi. I miei copioni straripavano imbastiture sceniche, il mio compito era di ricordarle tutte come una time machine.
Ricordo particolarmente la prima di “Master Class con Maria Callas” a Roma. La sera del debutto, durante il ricevimento a casa di Rossella, ricevetti in regalo una sciarpa di un colore mai visto: era il suo modo di ringraziare chi lavorava con lei, tutti ricevemmo un regalo. Passai numerosi inverni con la Falk attorno al collo senza incontrare nessuno con una sciarpa di quel colore, la qualcosa diede ineffabile valore aggiunto a quel regalo.
Per verificabilissime leggi prospettiche, quando qualcosa è troppo vicino ai tuoi occhi, non lo vedi. Si deve creare una certa distanza, l’oggetto si deve allontanare un po’ dal tuo sguardo perché tu possa apprezzarne interamente la presenza. La stessa cosa avviene con la triste dipartita dei nostri cari. Quella distanza abissale che si crea diventa la giusta distanza che ci permette di metterli improvvisamente a fuoco: l’extreme close up al quale eri abituato è presto assorbito da una figura che si fa intera e più comprensibile. Allo stesso modo, mi sembra di vedere meglio Rossella Falk adesso di quando lavoravo con lei all’Eliseo.
Mi avvicino a lei con gratitudine, prima che chiudano la porta e la macchina parta. Un’ultima preghiera con la mano accanto alla targa dorata col suo nome… “Rosa Falzacappa”… leggo con meraviglia…Oh Rosella! Ti chiamavi così, non sapevo.
Rosa,
grazie per quei due anni e per quei colori mai visti,
Con affetto, Manuel
Bisognava costruire il dolly più veloce del mondo per seguire l’animale più veloce del mondo. Bisognava filmare un ghepardo in corsa parallela senza oscillazioni di focale o balbuzie stilistica, celebrandone fluidità muscolare e sovrannaturale supremazia di scatto. E per farlo bisognava costruire il dolly più lungo e veloce del mondo. Alla fine dello scorso anno, nello zoo di Cincinnati, con camera Phantom Flex a 1200 fotogrammi al secondo, Il regista Greg Wilson e Il team del National Geographic sono riusciti in una ripresa storica: hanno costruito il dolly più rapido e lungo del mondo firmando una pagina di sublime cinematografia. Durante i giorni di lavoro uno dei ghepardi usati durante le riprese ha anche stabilito con felina nonchalance il record assoluto di 100 metri in 5,95 secondi.
C’è un famoso detto Hollywoodiano applicato alla scrittura cinematografica…Fa più o meno così: “If the scene is about what the scene is about, you’re in deep shit.” Traslato e parafrasato chic: se riprendi un ghepardo che corre per riprendere un ghepardo che corre hai sbagliato tutto…Devi riprendere un ghepardo che corre per mostrare che dietro al ghepardo che corre non c’è nessun ghepardo.
Zen? No, è la storia dell’arte for dummies. Difatti l’arte dietro a questa “miracolosa” ripresa mi ha fatto pensare.
Ecco quello che ho visto dietro al ghepardo che corre.
Sappiamo con sicurezza che la strada più veloce da A e B è la linea retta. In teoria. In pratica arriviamo sempre a B dopo una serie di infinite gimkane. Gli obiettvi si spostano o si perdono di vista. Ecco allora che di fronte a un B molto importante, bisogna mettersi su dei binari inequivocabili per non cadere nelle spire di imprevisti o aspettare eserciti di Godot nel deserto dei tartari.
Non basta avere un buon obiettivo per raggiungere la meta. Ne correre velocemente. Il segreto è avanzare senza fare oscillare l’obiettivo. Perché con i sobbalzi gli obiettivi si logorano, il fuoco va a carte 48 e la visione è compromessa. Letteralmente. Per farlo l’unica strada è costruire un lunghissimo dolly che tenga fissi A con B , sul quale l’obiettivo possa slittare senza tentennamenti verticali e sbandamenti orizzontali. L’obiettivo, ripeto, non deve oscillare.
La meta diventa il percorso stesso che si fa con l’obiettivo in mano su un binario veloce inseguendo senza distogliere il fuoco da un cheetah.
Bisogna costruire il dolly più veloce del mondo.
La speranza è il miglior dolly esistente. Essa è legata alla meta, perchè ha in sé il DNA della meta. E’ la meta che si si fa percorso e ti tira in avanti. Su di essa gli obiettivi non conoscono sobbalzi.
La speranza è un salto quantico continuo, incontra promesse di meta su ogni punto del suo percorso e ti distrae dalla lunghezza del viaggio.
Bisogna cotruire il dolly più veloce del mondo.
Bisogna che anche quest’anno la speranza vada in guerra.
Buona Pasqua
Manuel de Teffé
l’italico leit motiv “In Italia non c’è meritocrazia” ci ha portato negli ultimi 20 anni a un cortocircuito dialettico surreale. Abbiamo comprato un concetto a scatola chiusa e lo abbiamo trasformato in mantra da salotto. Suonava estremamente fico. E quando qualcosa andava storto come non mai, “In Italia non c’è meritocrazia” è stata la nostra panacea, un assist dal subconscio al nostro alibi più grande. “In Italia non c’è meritocrazia”: la più insistente menatura del can della nostra storia, un ottuso “beating around the bush” su scala peninsulare, la tronfia matrigna di tutte le giustificazioni. Questo cappuccino fa schifo, IN ITALIA NON C’E’ MERITOCRAZIA. E affermandolo, ci siamo sentiti più grandi. La Crazia ci stordiva a tal punto da farci provare per anni compiacimenti oscuri quando rimasticavamo il concetto con sussiegosa rassegnazione davanti alla signora che si lamentava del figlio disoccupato.
Perchè Dire “Signora mia in Italia non c’è meritocrazia” è un “non sequitur” di proporzioni ipnotiche: in Italia ce ne sono mille di meritocrazie. Tutte blindatissime e stagnanti; è una meritocrazia così blindata che ha invitato per settant’anni i suoi figli a meritare altrove.
Adesso, se vogliamo sradicare un problema, dobbiamo individuare la causa del problema, non possiamo cristallizzarne dialetticamente l’effetto spacciandolo come problema. E il problema non è “in italia non cè meritocrazia”, quello è l’effetto, perchè la causa che storicamente ha generato la blindatura di tale meritocrazia è stata omessa. Vediamo dunque di ristabilire un’elementare cronologia tra causa ed effetto.
L’Italia è una SOCIETA’ FEUDALE AVANZATA. CAUSA. Società feudale perché ereditando storicamente la propria struttura dai feudi, ha trasferito a raggiera lo status quo di quella società chiusa su ogni punto del suo tessuto sociale, psicologico, culturale ed economico. Avanzata, perché abbiamo traslato questa mentalità anche su internet (difficilissimo avere ancora una risposta ad una email, si finge non siano arrivate). Diventati una nazione, uniti nel bene e nel male, abbiamo conservato una psicologia da bunker, sempre guardinghi se qualcuno tenta con noi un qualsiasi tipo di contatto professionale. Dopo il sisma delle due guerre mondiali, ci siamo nuovamente rinchiusi e divisi perfettamente, passando il tempo a marcare i nostri territori. L’illusione della televisione ci faceva sentire una nazione, ma la vocazione dal manager all’impiegato è stata sempre quella di difendere la posizione acquisita finché morte non ci separi: ogni postazione libera veniva poi rioccupata per partenogenesi o cooptazione. La ruota veniva dunque girata dagli stessi criceti, qualora svariati speedy gonzales si fossero messi in luce, la blindatura della meritocrazia del sistema neofeudale li avrebbe invitati subito a partecipare altrove i propri talenti.
Pezzo di carta, posto fisso e catenaccio divennero presto i capisaldi emblematici dell’immobilità nazionale.
La società italiana si affrancava così diabolicamente dalla realtà del ricambio generazionale, perno quintessenziale di ogni sana economia dirompente. I vecchi videro nei giovani i loro più acerrimi nemici, la figura americana dell’uomo mentore non decollò mai, e l’impenetrabile assetto neofeudale fece attecchire uno spontaneo sentimento di invidia nei confronti di chi avrebbe potuto meritare qualcosa di grande in relazione alle proprie capacità, nei confronti di chi iniziava ad avere le carte giuste per entrare in questo o quel feudo verso il quale lo indirizzavano automaticamente i propri talenti… Ma per entrare nel sistema non erano utili le qualità individuali; Il sistema aborriva la gente di talento, solo gli inefficienti avevano porte spalancate, poiché una volta entrati non avrebbero costituito minaccia alcuna per nessuno.
Estratto di un dialogo dalla “Grande Guerra” di Mario Monicelli :”Da questo momento silenzio assoluto: spegnere tutti i fuochi e le sigarette. Mandi un paio di uomini per portare un messaggio alla batteria i Pagliai, scelga i meno…insomma i meno efficienti.”
Per non morire della meritocrazia altrui, gli italiani cresciuti fuori dai vari feudi meritocratici, quelli efficienti ma senza le giuste conoscenze, iniziarono così a varcare i confini nazionali, dove si resero conto che per farcela non dovevano conoscere nessuno, perché la società era aperta e mobilissima. Per buttarla in caciara e drammatizzare la situazione, qualche giornalista bollò questo fenomeno come “Fuga dei cervelli”, un altro concetto ganzo e depistante per fare bella figura coi lettori, ma in realtà non fuggiva nessuno. Era il sistema feudale meritocratico autoreferenziale che non facendo entrare in circolo energie nuove le espelleva come fossero virus: la fuga di cervelli era semplicemente un’ emorragia di esseri umani.
Senza rendersene conto, l’Italia mandava al confino un’altra Italia che si riorganizzò in Sudamerica, negli USA, in Australia, in Germania. nacque così il nuovo italiano all’estero, che lontano dalla forza di gravità italiana come Superman da Kripton, scoprì attonito di avere superpoteri: tutto, ma proprio tutto era straordinariamente semplice lontano dalla madrepatria .
Individuato dunque il problema italiano nella società feudale e autoreferenziale impermeabile ai meriti esterni, vediamo cosa accadrebbe se domani mattina esplodesse LA MERITOCRAZIA.
Se l’Italia si trasformasse domani in repubblica meritocratica, non avendo ancora esorcizzato la causa numero uno che ne attanaglia lo sviluppo, accadrebbe qualcosa di paradossale. Perché una meritocrazia innestata a freddo in una società feudale porterebbe a un assurdo incancrenimento dello status quo, potrebbe anche dare adito a una sinistra dittatura dei meritevoli che, una volta arrivati meritoriamente alle proprie postazioni, non vedrebbero più alcun motivo per allontanarsene, per lasciare un giorno il posto generosamente a X. Esattamente come prima: meritocrazia a ricambio generazionale zero.
Questa è la storia vera di come il Made in Italy abbia lasciato il posto anno dopo anno al Fade in Italy.
In sintesi, abbiamo detto per vent’anni “in Italia non c’è meritocrazia ” perché abbiamo voluto fare bella figura e stare a posto con la nostra coscienza, senza sapere che non parlavamo del problema ma del suo effetto, un errore di valutazione che ci ha consegnato al disastro attuale chiavi in mano. In realtà il concetto preciso è: in Italia non c’è mai stato un ricambio generazionale spontaneo, e ciò è stato impedito da una società feudale dove tutto diventava casta intollerante verso un organico rinnovamento dall’esterno.
La chiave sta dunque nella sfeudalizzazione della nostra società mediante un ricambio generazionale sereno e spontaneo. Ma per innescare questo processo di sfeudalizzazione bisogna promuovere una nuova cultura che abbiamo scartato aprioristicamente, quella della generosità nel senso più ampio del termine, e le generosità è una delle caratteristiche dell’eccellenza.
Dedicato a tutti gli scardinatori culturali del sistema, in primis agli amici del Forum della meritocrazia, http://www.forumdellameritocrazia.it, che con la loro attività straordinaria stanno facendo un eccellente lavoro di gutta smantellando centimetro dopo centimetro la mentalità di una società blindata.
Tante gocce contro una Lapidem.
Questa, la mia gutta.
Manuel de Teffé
Director/Writer
Non ricordo.
Non ricordo di aver mai visto nessun film che per intensità narrativa, follia drammaturgica e maestosità attoriale abbia innalzato così in alto la “Suspension of disbelief” da fare impallidire la storia del cinema in toto. Padrini, Cuculi, Kane e Straniamori hanno già accusato il colpo, spodestati in massa da un quadro caduto a terra, un boato che ripercorre e doppia tutta la storia dei colpi di scena di qualsiasi arte.
I capolavori del cinema di tutti i tempi si sono infatti appena resi conto, uno dopo l’altro, di non esser mai riusciti in realtà a osare un “twist in the plot” di simile caratura. Nessuno di loro ha scassinato l’animo umano andando a parlargli in modo così vertiginosamente intimo mettendo il dito nella piaga fino all’attaccatura della spalla. Nessuno è mai riuscito a escogitare un colpo di scena così organico e saturo di metafore da rimettere in riga tutte le più belle metafore che memoria umana ricordi.
Perché “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore è anche la migliore offerta del cinema italiano degli ultimi 30 anni, la più grande prova d’attore di Goffrey Rush, la maturità totale del regista siciliano. Un film che segna la “fine” della carriera di Tornatore come “8 e mezzo” segnò l’inizio e la fine di Fellini. Accade infatti che l’artista produce il suo capolavoro in stato di grazia e che il capolavoro plachi per sempre e inconsapevolmente l’artista il quale, da quel momento in poi, creerà sì film magistrali, ma senza mai poter riaccarezzare quel culmine, vetta che per una legge misteriosa e provvidenziale è dato umanamente di poter lambire una sola volta a ognuno di noi, come Carl Lewis vinse i quattro ori in una sola olimpiade e amen.
Samuel Taylor Coleridge, fine poeta inglese e famosissimo oppiomane, spiegò nel 1800 una volta e per tutte la differenza che passa tra prosa e poesia, e lo così fece spartanamente da mettere a tacere per sempre qualsiasi speculazione sul tema. Un giorno, probabilmente in stato di grazia e obnubilato dal fumo, disse con toni disarmanti che la prosa erano le parole nel loro miglior ordine, e la poesia le migliori parole nel loro miglior ordine. Concetto migliore non gli riuscì più. E qui, di poesia si tratta, perché a livello musicale, “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore sono esattamente gli ultimi 3 minuti dell’Estate di Vivaldi: le migliori note nel loro miglior ordine.
Per sbarazzarsi dell’atmosfera di un film simile, sempre ce ne si voglia sbarazzare, l’unico trucco da adottare sarebbe quello di rinchiudersi in una stanza e spararsi senza pietà tutti i film di Alvaro Vitali: solo l’opera omnia di Pierino a loop demenziale potrebbe scartavetrare infatti una simile memoria.
Ricordo molto bene la prima volta che conobbi Tornatore. Una mia ex fidanzata, assunta come comparsa ne “La leggenda del pianista sull’oceano”, mi invitò sul set durante la scena del ballo. Andai a farle visita a Cinecittà, conobbi Tornatore, gli strinsi la mano e gli feci velocemente i miei migliori auguri per il film. Come regista non ho mai amato dilungarmi con altri registi mentre stanno lavorando, perché la cosa disturberebbe anche me. Ciò che quel giorno mi rimase più impresso non fu il set in sé stesso né il dispiego disumano di energie tecniche, ma lo sguardo sereno e umile dell’uomo Tornatore. Serena umiltà che ho ritrovato anni dopo anche nello sguardo di un mio amico, che guarda caso è stato scelto proprio da Tornatore come operatore de “La migliore offerta”: Fabrizio Vicari. Visto il film chiamo Fabrizio il giorno dopo e lo butto giù dal letto all’alba.
M: Fabrizio ma ti rendi conto di cosa hai fatto?
F: Che cosa? Che è successo?
M: Hai girato un capolavoro, tutte inquadrature perfette, asciuttissime, non ne hai toppata una.
F: Ah, l’hai visto?
M: Si. Capolavoro assoluto.
F: Ma dai…Ti è piaciuto?
M: Capolavoro assoluto. Adesso puoi anche andare in pensione.
F: Ah, sono contento…Mi fa piacere. A volte i film che fai ti sono così davanti che non sai più…Ci vivi troppo dentro.
Sul film non voglio aggiungere nulla, qualsiasi altra parola spesa a riguardo sarebbe portatrice sana di spoiler.
Il punto sul quale l’opera mi ha fatto però riflettere è quella che io chiamo “Legge della compensazione”: ciò che fai o non fai ti ritorna sempre indietro a boomerang con interessi composti.
Per quanto riguarda la genesi di un capolavoro sono invece giunto a una conclusione. Non ho più dubbi: umiltà e vera arte vanno di pari passo.
L’opera presuntuosa gronda i “mamma guarda quanto sono bravo”, mentre l’artista umile si rende conto negli anni che l’arte, la sua arte per la quale ha combattuto e dato la vita, non è esattamente tutto, soffre terribilmente di questa realizzazione e cessa di tallonare il capolavoro. Forse è più appagante quella verità che affiora sulle labbra dei tuoi cari amici una sera a cena, lo sguardo imperioso di una figlia raggiante, la calma dopo tutte le tempeste. E in quel momento ridimensiona l’arte e abbraccia il suo lavoro con sublime serenità: ha scoperto a caro prezzo che la sua adorata pittura, scrittura e musica non sono altro che una seconda lingua donatagli per parlare meglio al mondo di cose fuori del mondo; quell’istante unico dove il divino trova uno spiraglio nell’ego dell’artista ed entra in punta di piedi nel suo lavoro guidando il pennello di Michelangelo, che affranto sotto la Sistina ha improvvisamente la sensazione, commosso e grato, di non essere più solo.
Un’ultima cosa: Tornatore, grazie. E ad maiora. Ma sì, ad maiora.
Manuel de Teffé
Con buona pace dei critici, Peter Jackson ha ragione: dopo 20 minuti l’occhio si abitua agli iperrealistici 48 fotogrammi al secondo dell’ Hobbit contro i canonici 24 del cinema come lo conosciamo fin’ora, ma non aveva tenuto conto che questa verità si riversa anche sulla tecnologia 3D rendendola sostanzialmente inutile. Proprio perché lo stesso occhio, oltre ai 48 fotogrammi al secondo, si abitua inesorabilmente anche al 3D. Ed è dimostrato dal famoso effetto Cocktail party, scoperto nel 1953 da Colin Cherry dell’Imperial College , University of London ( http://www.ee.columbia.edu/~dpwe/papers/Cherry53-cpe.pdf) , effetto che prova come in una situazione caotica il cervello capti solo i segnali che lo interessano. Nella situazione caotica di un film d’azione in 3D, al cervello umano interessa infatti sempre e fondamentalmente la storia per la quale abbiamo pagato il biglietto…E se la storia non c’è, il cervello si concentra per entrarci dentro comunque, con la stessa determinazione di un indio che avanza in una foresta fitta a colpi di machete, smantellando gli orpelli visivi uno ad uno per cercare la strada verso la storia.
Ci abituiamo a tutto. Tranne alle storie che non funzionano. Ci abituiamo al 3d, abitueremo al 4d e ci renderemo conto che il cinema tradizionale a 24 fotogrammi al secondo slavato, difettoso, graffiato e scattoso, se dotato di una buona storia farà sempre la differenza. 24 onirici fotogrammi al secondo contro i 48 soap operistici proposti da Jackson? Polemica sterile. Ogni regista è libero di scegliere quanti fotogrammi al secondo vuole al servizio dello stile narrativo che vuole adottare. Il punto non è questo, il punto è l’invasività del 3D e la reazione del nostro sistema nervoso centrale.
COME IL 3D RIDIVENTA 2D Vedendo l’Hobbit ho calcolato che Il 3D ha effettivamente una durata media di 20 minuti; una ritensione di 20 minuti nella fase attiva del nostra consapevolezza. Dopo i primi 10 minuti di stupore in cui il cervello si gingilla nella fantasmagoria delle diverse profondità di campo, a poco a poco le sinapsi del sistema nervoso centrale si riorganizzano, metabolizzano il 3D e nei successivi 20 minuti ribidimensionalizzano il film per non farci impazzire: Il re è nudo, resta solo la storia per quel che è, scevra di prologhi, farfalle che svolazzano a un centimetro dal naso e inseguimenti infiniti.
LA VISIONE OMBROSA DEL 3D Un’altro punto del film che mi ha letteralmente stupito è che l’Hobbit ha una fotografia costantemente leggermente sottoesposta… Più di una volta ho alzato gli occhiali 3d per controllare lo schermo ad occhio nudo. Ma l’immagine sullo schermo era esposta correttamente, perfetta. Indossavo nuovamente gli occhiali e tutto diventava più scuro, come fosse sempre sottoesposto di uno stop e mezzo. Le lenti 3D infatti, non sono cristalline ma leggermente scure, tridimenzionalizzano la visione e la scuriscono allo stesso tempo. Ovviamente la pupilla finisce per abituarsi e dilatarsi, resta però il fatto che affronta la visione di un film di tre ore sotto continuo sforzo. I direttori della fotografia sono dunque di fronte a un grande dilemma, sovraesporre di uno stop il girato onde rinormalizzarlo durante la visione in 3d attraverso gli occhiali o esporlo correttamente per una successiova distribuzione in 2D ma rendere leggermente più “spenta” la visione nelle sale. Il problema è quando si gira in interni. L’intera sequenza notturna in casa casa del protagonista prima della partenza, per esempio, è una tortura visiva indicibile a causa di quell’ulteriore diaframma posto dagli occhialetti….oltremodo buia e claustrofobica, nonché narrativamente goffa.
PERCHE’ IL 2D E’ IL VERO 3D E’ sempre la potenza della narrazione a sancire la “Suspension of disbelief” arpionando neuroni uno dopo l’altro e archiviandosi per sempre nella nostra memoria. il 3D è qualcuno che mi balla il tip tap sul tavolo mentre sto leggendo un libro. Non c’è bisogno del tip tap, se la storia mi ha già preso, il tip tap è scomparso. Con la coda dell’occhio vedo due piedi sfocati che continuano a ballare il tip tap accanto a me, ma non ne sento il rumore: il mio cervello sta avanzando a colpi di machete verso il nucleo della storia, sento solo i colpi di machete. La verità è che un buon 2D è sempre stato 3D, dall’inizio della prima storia narrata al primo uomo; e che il 3D viene in realtà sintetizzato e riassorbito dal nostro cervello, costantemente impegnato a setacciare la marea di stimoli esterni fornendoci continui sunti per facilitare la nostra vita.
Per quanto riguarda l’Hobbit, mi resta solo una vaga e inutile memoria di persone bizzarre con le quali ho empatia zero, che in un universo parallelo senza donne sono inseguite da mostri e salvate in corner da aquile inespressive. Ah, c’è un occhio gigante che si apre alla fine del film che avatarianamente minaccia il sequel. E sequel sia.
Ma ridateci la storia.
Manuel de Teffé
When we were children the sense of marvel we were endowed with was unlimited. The last time I felt unlimited was one month ago, when, recklessly scouting for locations in upper Austria, the production van entered an unannounced fog as thick as all the imagination I owned in my childhood’s hours. I had to shoot a Christmas music video for the KISI Kids, and we needed to reach a perfectly immaculate snowy area.
That precise moment when I found myself surrounded by absolute whiteness, I lost all my bearings and regained my childhood. The van was driving into nothingness, an infinite limbo, yet I felt home. I turned to the driver: “Do you have the slightest idea where we are going?”…”No. But’s it’s safe here”. She said with magic awareness. For one long minute, not accustomed to mountain fog, I was petrified. Then I decided to do the only thing I could do: trusting the driver. It was not automatic, it was a forced decision, because sometimes trust implies a certain effort. After all I was a city guy, I knew nothing about the liturgy of high mountains. Little by little, while we were driving through the fog, all the most basic monolithic feelings of a buried childhood started to flow in my mind. They were: fear, trust, hope, calm, joy, and again fear, trust, hope, calm and…(Finally I made out a cabin) JOY. the fog was suddenly gone. My sense of marvel back.
I was ready to film.
This is the result of those 3 days. I would like to thank the indefatigable Hannes for trusting my vision, Birgit for this wonderful song, Johanna for all the work in the preproduction phase, Ines for being a brilliant production assistant, and of course all the surprising KISI, who kept singing and dancing during the snow storm. Thank you and merry, merry Christmas to everyone!
Released today in 25 tv networks: “We sing merry, merry Christmas”. Music and lyrics by Birgit Minichmayr. Performed by KISI.
STRICTLY FOR CHILDREN.
I repeat:
STRICTLY FOR CHILDREN.
Enjoy!
Manuel
Foreword: per i produttori tedeschi in agguato che cercano di capire cosa ho scritto: copiate e incollate su Google translate e rotolatevi dalle risate. E’ uno spasso infinito, a volte le traduzioni sembrano escogitate da Totò e Peppino.
Dunque.
Invitato dalla produzione, ieri sera assisto a una Premiere di “Omamamia”, mi godo un’ora e mezza di irriverentissima presa per i fondelli alla mia città natale e, a proiezione terminata, sfodero artigli di plastica e piazzo un rigore ancora non segnato.
Questa la storia di OMAMAMIA, crasi tra oma (nonna in tedesco) e Mammamia, la più internazionale e multisignificante delle espressioni italiane. Quando il mondo sembra crollarle addosso, la bavarese oma Marguerita decide di vivere il sogno di una vita: andare a Roma in udienza privata dal Papa. Così, Marianne Sägebrecht, l’indimenticabile protagonista del film perla Bagdad Café, parte dalla Bavaria e giunge nella città eterna ospitata da quella che riteneva essere una brava nipotina in trasferta (Miriam Stein) per venir presto braccata dalla figlia (Annette Frier) che la vuole riportare a casa sana e salva.
Cosa può fare una tedesca a Roma? Questi gli step canonici da coprire: 1) Innamorarsi di Roma, 2) Conoscere nel giro di 24 ore un romano pieno di problemi del quale invaghirsi senza sapere perchè 3) Capire a poco a poco che l’unico modo di sopravvivere nell’ Urbe è quello di dominare “l’arte del buttarla in caciara”, ( e qui Google translate fa una traduzione alla Totò e Peppino) cosa che le verrà immancabilmemte insegnata, appunto, dal romano del quale si invaghirà: un Giancarlo Giannini in grande spolvero.
Stereotipi a valanga nel film di Tomy Wigand, con il nostro attore che si diverte come un matto dall’inizio alla fine regalandoci due momenti di recitazione sublimi.
Il primo: Giannini ferma una macchina che lo sta investendo. Era in sceneggiatura? Forse no. Nel gesto con quale lo fa si intravedono in ordine sparso: Sordi, Troisi, Mastroianni, Totò, Peppino, Benigni e Walter Chiari. E molti altri. E molto altro. Guardatelo e riguardatelo: è in nuce il poster trasfigurato di tutta la commedia dell’arte all’italiana e di un’intera disarmante psicologia puramente made in italy.
Il secondo: davanti a una questura attonita, Giannini la “butta in caciara” per scagionare Oma Margherita dalla colpa di avere spruzzato, durante un’udienza privata, dello spray irritante negli occhi del papa. Momento che ha fatto partire l’ola di risate dei 100 tedeschi in sala e mi ha provocato un italianissimo esame di coscienza silenzioso. Buttarla in caciara è come arrampicarsi sugli specchi col sapone sopra: ci riusciamo solo noi con questa classe e poesia. Cosa significa buttarla in caciara? Più o meno questo: convincere la mamma a guardare un’asino che vola quando ti becca con le mani nella Nutella.
A proiezione finita, al momento delle domande, mi presento immediatamente con un “Sono italiano e vengo da Roma”, e scatta una risata incontrollabile, come fosse un richiamo a tutti i momenti umoristici di “Omamamia”. O-mamma-mia, penso anch’io divertito congratulandomi col produttore per averci caricaturizzato in modo così misericordioso.
Alla fine della serata, in una sala attigua al cinema, tra una chiara e un bicchiere di rosso, espongo in privato i mie pensieri romani agli allietati produttori, buttandola elegantemente in caciara onde riscattare la mia città. “In fondo”…spiego…”Se ci pensate bene…il paradiso sarebbe unire i tratti migliori dell’Italia e migliori della Germania: fantasia e organizzazione. E l’inferno…esattamente l’opposto: i peggiori…Caciara e inflessibilità. Con audacia mi inerpico infine su una teoria che abbozzo lì per lì : “l’organizzazione fantasiosa”, come sintesi del meglio delle nostre culture, o anche “Fantastica organizzazione”, della quale fornisco immediate prove fotografiche mostrando dall’iphone un’ ingegnosa costruzione fatta da mia figlia italo-tedesca di quattro anni.
Il momento più bello di un film è quello di parlare del film con chi lo ha fatto e pensato. In fondo, una presa in giro bonaria, ha sempre dei puntualissimi risvolti salubri. E’ il sarcasmo cattivello che rimane critica inerte a essere ributtante e perenennemente infruttuoso.
Prendiamoci pure in giro dunque, con bontà e ironia, può essere un’originale forma di correzione fraterna.
Omamamia: una catarsi biculturale collettiva, made in Germany.
A noi la prossima mossa.
Manuel de Teffé