
Ero a una cena tempo fa a Roma, tutta americana, monopolizzata da un’ intellettuale di Washington, monoespressiva ma frizzante, un viso da studiare, che parlava di una certa GENZÌ che faceva questo e quello e dalla quale sembravano a un certo punto, e con mia grande meraviglia, dipendere le sorti della storia dell’umanità. Così tra un pollo al curry e altri intingoli prelibati io cercavo di seguire le avventure di GENZÌ che l’americana al tavolo ci illustrava con lo stesso ritmo di Spielberg nelle migliori sequenze d’azione di Indiana Jones. Non avevo mai sentito parlare nessuno, con tale verve prosopopeica e ammirata, di qualcun altro producendosi in una simile ragionatissima esposizione di pregi psicocomportamentali. Il racconto in bocca alla giovane tipa di Washington, senza particolare espressione in viso, procedeva sempre più parossistico.
“Voi continuate a guardarla con la vecchia lente del Novecento, ancorati a categorie superate. Invece lei, GENZÌ, è semplicemente la perfezione fatta carne. Cioè, energia pura! L’altro giorno l’ho osservata per ore. La sua agilità è quasi disumana: si muove in uno spazio a quattro dimensioni, azzera le distanze, smaterializza il tempo. Ha una grazia liquida, frammentata, post-futurista. Ogni suo gesto è un manifesto d’avanguardia…”
L’ americanina nell’arco di una buona ora aveva mirabilmente illustrato tutte le caratteristiche principali di GENZÌ che ha un certo punto, data la summa delle doti, sembrava quasi dare giri di pista anche a Supergirl. Ipnotizzato dalle avventure di questa fantastica GENZÌ, dopo un’ora buona di monologo, una domanda mi sorge però molto romanamente, unbothered, e chiedo al mio vicino tedesco di tavolo:
– ME CHE È LA FIGLIA? Due ore a parlare della figlia.
– La figlia chi?
– GENZÌ. Ma non la senti? Neanche una mamma del sud metterebbe nessuno così sul piedistallo.
Silenzio. Poi il mio amico, con un sorriso risolutorio e molto prudentemente divertito mi rivela:
– Du hast nicht vestanden! Manuel! Parla della Generazione Z. La Gen-Z.
– Ah… ma no? E chi sono?
– Non sai?
– No.
– Sono quelli nati tra la metà degli anni 90 e Il 2010. Gen-Z!
Il 2010. Gen-Z!
– Scusa ma Z in inglese non si pronuncia Zed?
– Ma quella è la pronuncia British.
– Maddai. Peccato.
– Perché?
– Non so, mi sembrava parlasse della figlia, personaggione.
– Ach soooooo…. ha ha ha…
– Adesso capisco… Gen- Z, I millennials, I boomers, le cose… boh… mai capito nulla. E io chi sarei? Ma per carità, lasciamo stare.
– Ach soooooo…
La serata prosegue. il monologo continua ad esplorare tutte le caratteristiche psicologiche della nostra GENZÌ di cui l’amica americana sembra essere la paladina indomita ed io sprofondo in una noia abissale. Il tutto aveva perso interesse. Magari esistesse quella GENZÌ. Mi salva il balcone. Con grande maleducazione, senza dir nulla a nessuno, mi alzo ed esco violentemente mentre Washington continua imperterrita la sua immane spiegazione con continua tessitura di lodi sperticate. Fuori c’è un’aria autunnale romana commovente. Prendo il cellulare e chiamo mia figlia.
– Papà sto studiando…
– Giulietta, amore mio, a quest’ora? Ma basta che mi fai sentire male.
– Che c’è?
– Ho una domanda da farti. Papà sa tante cose ma non tutto.
– Dimmi.
– Ma tu… sei… non sarai mica GENZÌ?
– Si papà, certo.
– Ah! Ecco! Lo sapevo, Grazie amore.
– Grazie di che?
– Di tutto. Papà ti ama tanto. Tutta la serata che parlano di te al tavolo.
– Si? Bene papà… ma non esagerare. Adesso fammi studiare. Ti amo tanto. Parla anche della mamma però.
– Ok.
Torno a tavolo con il sorriso dei vittoriosi. Una che non avevo mai visto mi domanda dispettosamente con chi ero al telefono, tutto questo tempo, col viso innamorato.
– GENZÌ.
Taglio corto. Nessuno capisce. Davanti a me, a destra, Il monologo continua. Mia figlia è formidabile, grande protagonista della serata. Mi saltano i bottoni dalle asole tanto mi si gonfia il petto di orgoglio.
Giulia de Teffé GENZÌ.
Manuel de Teffé