Peppe Zarbo e la quarta stella (Storia vera di una tournée infinita)


“Non la merita”.

Legiferò Peppe Zarbo quando un bagliore di decisione improvvisa gli cavalcò lo sguardo un attimo prima di mettere in moto la sua piccola utilitaria a metano. L’attore siciliano non ancora  in odore di fama ritrasse le dita dalla chiave, spense l’autoradio e fissò con solennità chirurgica un punto in lontananza oltre il parabrezza, quel punto dove  i pensieri giusti incontrano  la promessa di un’ esecuzione fulminea e figliano impulsi gloriosi.  L’agrigentino mi guardò allora con le colonne di Selinunte che gli brillavano negli occhi e decretò, nel modo più inappuntabile, che non c’era  nessun motivo valido per il quale l’Hotel Aurora meritasse una terza stella. 

“Non la merita”.  Chiosò  in calce ai suoi ragionamenti mentali, senza nessuna possibilità di replica. Peppe rimise la chiave  in tasca, si fece scintillare la barba con tre sfreghi rapaci dorso mano, e fissò quell’hotel scalcinato alla nostra destra  con simpatica aria vendicativa. Era un’ alba ignota in un ignoto paesino abruzzese di provincia, e non si muoveva nulla se non le ulteriori date ignote della nostra tournée teatrale che si agitavano nei sogni  di un produttore che aveva montato lo spettacolo perfetto.  “Chi non merita cosa, Peppe?”  Domandai  sovrappensiero con una mappa gigante degli Abruzzi sulle ginocchia e una telecamera High 8 della Grundig accesa in grembo mentre ricontrollavo il backstage della sera prima.

Eravamo nel mezzo dell’ennesima ripresa della tournée infinita de “Lo sguardo dal Ponte” di Arthur Miller, io nelle vesti di aiuto regista e attore, Peppe in quelle di uno dei protagonisti giovani, insieme a Edoardo Velo e Karin Proia. Ci attendeva il fantalionesimo debutto in una cittadina misteriosa dell’estremo nord e Zarbo partiva sempre con largo anticipo su tutto calcolando impossibili imprevisti per esorcizzare la paura di  lisciare una sola replica. Lo spettacolo stava godendo di un successo clamoroso  grazie alla regia onnivora di Teodoro Cassano, di un Michele Placido a trazione integrale e un Francesco Bellomo produttore che fondava città nuove per erigere nuovi teatri che potessero comprare lo show e battere ogni record di incassi. Ancora non aveva attecchito il gergo spavaldo del “SOLD OUT” e noi ci accontentavamo sempre di un “TUTTO ESAURITO” più con i piedi per terra.  Giravamo senza requie come cartografi del 400 su tutto il territorio peninsulare, condividendo tutti due uniche angosce buffe. La prima: quella della prenotazione dell’hotel in loco per non restare all’addiaccio, hotel che ci mettevamo a chiamare dalle Pagine Gialle di un Bar dello Sport con un pugno di gettoni che dovevano bastare per forza, giudicati sempre  male  dalla fila di persone che ci si accodava dietro insofferente. La seconda, dettata dall’impossibilità fisica di  depositare in banca le nostre paghe, che ci portavamo sempre dietro sotto forma di assegni della Cassa di Risparmio di Vattelappesca  ma che non potevamo mai incassare, quasi una beffa, perché ogni volta che stavamo per recarci in banca,  il signor  Tumminelli ci intercettava senza preavviso per una nuova urgentissima e prestigiosissima data in un  agglomerato di case appena scoperto dal produttore  e mai sentito nominare fino al giorno prima. E via a collezionare ripartenze con un foglio itinerari sempre rinnovato, calcando i palcoscenici di mezza Italia con buste gonfie di assegni nascoste nelle tasche dei bellissimi costumi di Teresa Acone, per non lasciare mai niente di incustodito nei camerini. Avrà una BNL Poggiolino In Ermice? Si chiama così la nostra prossima tappa? Ne siamo sicuri? Ma anche se avesse una filiale, tanto Bellomo dopo il debutto ci infilerà altre quattro matinée  e stai sicuro  che ancora non potremo incassare….Menomale che almeno le diarie sono cash. Questi i pensieri artistici che ci accompagnavano durante i viaggi.

“La terza stella, Manuel,  l’hotel Aurora non merita la terza stella”.

Rincarò Peppe, risvegliandomi dai miei sogni.  Era l’alba e noi rimanemmo altri cinque minuti in macchina, in quel paesino abruzzese di cui non ricordo il nome, davanti a un vergognoso hotel periferico di tre stelle, mentre il mio stomaco  supplicava una colazione spartana all’ autogrill più vicino e Peppe aveva preso una decisione che avrebbe ristabilito il suo ordine provvisorio di giustizia. Lo scomodo soggiorno nell’hotel Aurora, doveva infatti scomodare anche chi ce lo aveva inflitto. Così, mentre io spulciavo nel display della mia High 8 le inquadrature migliori della sera prima che avevo filmato da dietro le quinte e mi inorgoglivo di un perfetto stacco in controluce sul viso di Edoardo Velo che affrontava un Michele Placido furibondo, Peppe riemerse finalmente dalla sua concentrazione paratibetana e si profuse in un lucido ragionamento costo benefici, adducendo senza nessuna possibilità di equivoco che:

il letto nel quale aveva dormito aveva qualche molla rotta,

la nostra stanza non aveva una finestra ma uno spiffero incorniciato,

Il pressappochismo  di quel cafone del concierge era ingiustificabile,

le mattonelle del bagno avevano decorazioni che richiamavano un film dell’ orrore del primo Dario Argento

Peppe mi squadrò quindi con una  solennità irrequieta, quel tipo di espressione foriero di una decisione che  mutua la propria esecuzione dal primo accenno di assenso dell’interlocutore. Talmente siciliano che quando parlava ex cathedra piovevano i cannoli  del bar Tiffany di Canicattì e un tramestio di spade di pupi siciliani emergeva in Dolby Surround nel background. Ma prima di procedere con l’esecuzione del suo piano, Zarbo mi parlò a bassa voce, con posatezza, come per ragionare insieme  e democraticamente su un ragionamento già vagliato. Il parere altrui lo incuriosiva sempre, cercava spesso il secondo avvallo per poi riavvallarlo per un suo desiderio di condivisione cameratesca. E mi consultò.

” Secondo te questo hotel se la merita la terza stella, Manuel? Aiutami a capire, perché forse mi sfugge qualcosa.  Ma no che non la merita. Vero? Non vedo nessuno motivo per la terza stella, due sono più che sufficienti. Tre sono da ciarlatani. Tutte chiacchiere e distintivo. Non trovi?” “No. Anche secondo me non la merita per niente, Peppe.” Lo assecondai  a casaccio desideroso di partire, mentre il mio stomaco gorgogliava suppliche di caffellatte e Guja Jelo mi ululava in grembo su un piano americano che avrei dovuto migliorare.

“Bene. Tu aspettami qui. Vado a fare una cosa.”

“OK”. 

Peppe scese dalla macchina con un certo brio, io ancora non capivo cosa volesse fare ma non scesi e, senza guardare più nel display della telecamera, lo seguii attentamente con lo sguardo. Mentre scorreva nel display della mia piccola Grundig  la scena madre di “Uno sguardo dal Ponte”, il mitico show-down di Eddie Carbone sul ponte di Brooklyn, Peppe si diresse deciso verso l’entrata dell’ hotel Aurora, trascino’ con ammirevole sicurezza  un tavolino di ferro battuto vicino al grande portone a vetri, ci saltò felinamente sopra e allungò le braccia  verso le 3 stelle che ne coronavano gli stipiti, agitandole leggermente una ad una per saggiarne consistenza e resistenza. Quindi si accanì sulla terza stella a destra, che riuscì  a staccare con qualche scossone violento ben assestato. Non potevo crederci, Peppe Zarbo aveva staccato la terza stella di un’ hotel abruzzese e adesso se ne veniva verso di me fischiettando con sotto al braccio quella gigantesca cosa di latta dorata. Aprì il bagagliaio e adagiò  dentro il suo trofeo, rientrando alla guida con la coscienza finalmente a posto. Una stranissima combinazione temporale, fece sì che il momento del suo rientro in auto coincidesse con l’applauso del pubblico in sala a teatro proveniente dalla telecamera, e Peppe parlò tra il clamore di grida osannanti che ne sembravano approvare il gesto.

“Ecco. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare. La giustizia non è un concetto da rotocalco. 2 stelle se le merita, guarda. Guarda come sta bene l’hotel Aurora con due stelle. Vero? La terza ce la portiamo via. Era in ostaggio. Quel che giusto è giusto, la daremo a chi se la merita, la terza. Questa tournée non finirà più, Manuel. Neanche Tumminelli sa quando finirà. Neanche Placido. E neanche Bellomo. Forse Gaetano Aronica. Aronica finge di non sapere ma parla sempre con Nino che parla con gli spiriti dei Cesari e che sa tutto. Quindi lui qualcosa deve sapere.  Questa Tournée è un passaporto per l’infinito e noi non incasseremo mai tutti questi assegni che ci portiamo dietro, ma continueremo a girare da un hotel all’altro con un sacchetto di gettoni puzzolenti. Ricchi e poveri. Con una stella nel bagagliaio.” 

Peppe rise divertito, tra il serio e il faceto, urla e applausi dalla telecamera per la quarta uscita degli attori in proscenio. Un violento rumore esterno di  serranda dal primo piano dell’hotel ci diede il la per ripartire con verve, spensi la telecamera  e svirgolammo via nell’oscurità come  giustizieri della notte fieri della Stardom in bagagliaio.

Quell’ennesima ripresa di tournée durò altri due mesi e noi quella stella gigante ce la portammo fedelmente sempre dietro per tutto il resto del viaggio. Bagliori di giustizia ci illuminavano i volti ogni volta che aprivamo  il bagagliaio per prendere o riporre le valige: Stella se ne stava sempre  lì, quatta quatta, grata di essere stata salvata dal nulla e di aver trovato asilo presso di noi. La cosa ci dava una carica speciale e un buon umore d’acciaio, perché avevamo compiuto un’azione  che esulava dal conformismo e che probabilmente non aveva fatto ancora nessuno. Chi aveva mai staccato  una stella dalla facciata di un hotel?  La grandezza dell’atto, del quale Peppe mi conferì generosamente metà paternità perché secondo lui lo avevo segretamente avvallato,  riposava sulla non riscossione della gloria che ne derivava,  lo tenemmo cioè sempre per noi, senza mai condividerlo con nessuno, senza mai vantarcene neanche per sbaglio in orgogliose chiacchiere coi nostri amici e colleghi.

L’ultima settimana di tournée, a ridosso delle vacanze invernali, dopo aver fatto una lauta colazione in un piccolo hotel minore sul lago di Como, pagammo e uscimmo felici: finalmente potevamo ritornare a Roma, rivedere i nostri cari e incassare gli assegni della Cassa di risparmio di Vattelappesca.  Uscendo, Peppe ebbe un’intuizione delle sue e si consultò  rapidamente con me: quell’ onesto hotel che se ne stava zitto zitto senza dire niente a nessuno con vista lago sfigatissima ma umile,  per i più che gentili camerieri e cameriere del ristorante, in qualche modo meritava.  Capendoci al volo, aprimmo dunque il bagagliaio e prendemmo con cura la terza stella dell’Hotel Aurora. Con dell’attack comprato a un tabacchi vicino, la appiccicammo velocemente, senza farci notare, sul muretto esterno dell’hotel Ondina, accanto a 3 stelle di dimensioni decisamente più piccole. “Fai una ripresa, Manuel. Tira fuori l’High 8, Questa cosa non la dobbiamo dimenticare”. Mi chiese Peppe molto soddisfatto, sorridendo alla stella.

Prima di ripartire ce ne restammo per un po’ appoggiati al bagagliaio della macchina ad osservare un’ultima volta la  nostra amica  e verificare che  fosse in perfetta linea simmetrica con le altre tre stelle.  E siccome lo era,  Peppe si compiacque e tirò fuori la cartina dell’Italia per calcolare un  itinerario che evitasse i caselli autostradali e ci facesse risparmiare soldi che non potevamo spendere.  Io scartai con gioia una nuova cassetta High 8 al metallo evaporato  e la inserii  nella  telecamera: inquadrai la porta dell’hotel, misi a fuoco sulle  quattro stelle, zoommai all’indietro per un totale. Uscirono dal portone principale due giovani camerieri con dei  sacchi della spazzatura in mano,  tempo di buttarli in un cassonetto oltre la cinta del muretto e voltarsi, che i ragazzi notarono  la nostra gigante stellina d’oro aggiunta alle loro 3. Si scambiarono  divertiti qualche parola che non compresi e presagendo un qualche scherzo si girarono verso di noi. Ma non tanarono nessuno: con torsione fulminea del busto io puntai di scatto la Grundig su un punto a caso dello specchio lacustre,  muovendo artatamente ghiere di fuochi e diaframmi per darmi un tono; Peppe si scostò dall’auto con dieci innocentissimi passi laterali a sinistra, fermandosi a fischiettare un motivetto napoletano a una decina di metri di distanza da me, in un posto al sole. Si riunì presto fuori dall’hotel un manipolo di gente del personale, simpatici ragazzi e ragazze a contemplare la quarta stellona giustapposta , qualcuno rideva divertito, qualcun altro continuava a guardare simpaticamente nella nostra direzione. Ma nessuno mise le mani sulla nostra amica, nessuno osò staccare la nuova stella: quella medaglia all’onore inaspettata non era stata assegnata secondo logiche protocollari turistiche, né giungeva dalla giustizia asettica di una qualsiasi guida Michelin. La quarta stella era stata conferita  da qualcuno che finalmente li aveva apprezzati  per quello che erano e non erano ancora: quella mattina il personale dell’hotel  sapeva in cuor suo di aver ricevuto  la promozione perfetta, e perfettamente rimase a meritarsela divertito fuori dall’hotel, mentre noi facevamo perfettamente i vaghi.

E fu così che la terza stella dell’hotel Aurora, divenne misteriosamente la quarta stella dell’Hotel Ondina.

Twinkle, twinkle, little star

Manuel de Teffé

Director/Writer